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10 falsi miti sugli alimenti

By 21 Agosto 2023Sicurezza Alimentare10 min read
piatto ciotola buddha con verdure e legumi vista dall alto 1 freshblue

10 falsi miti sugli alimenti

Gli alimenti, soprattutto nel nostro Paese, sono spesso al centro di diversi dibattiti riguardanti la loro origine e le loro qualità. Tutto quello che ruota intorno all’agroalimentare è una fonte inesauribile di falsi miti e bufale che altro non fanno che alimentare polemiche, la maggior parte delle volte inutili, in qualche caso anche dannose. 

Riteniamo che, alla base di una corretta gestione in campo alimentare, ci debba essere un cittadino correttamente informato e in grado di compiere scelte consapevoli. 

Abbiamo quindi preparato un elenco (non esaustivo) delle migliori, a nostro avviso, bufale sugli alimenti che periodicamente suscitano lo sdegno dei consumatori. 

È vero che i numeri colorati sul fondo delle confezioni di latte indicano il numero di volte che è stato riutilizzato? No, in realtà non hanno nulla a che fare con l’alimento contenuto nella confezione

Questa bufala (e trattandosi di latte il termine ci sembra particolarmente appropriato) compare in rete a intervalli regolari e puntualmente ha un seguito di costernazione e sdegno da parte dei consumatori ignari, alla quale immediatamente si accodano le smentite di chi vuole informare correttamente. 

Vediamo di fare chiarezza. Per la legge Italiana (Legge n. 169/89 e s.m.i.) il latte può essere sottoposto a un singolo trattamento di pastorizzazione e la scadenza viene definita dalla normativa vigente, sia per il latte fresco pastorizzato, sia per il latte fresco pastorizzato Alta Qualità. Inoltre, il latte scaduto non può mai essere usato per altre preparazioni alimentari e, quando è ritirato dai luoghi di vendita, viene avviato allo smaltimento. 

I numeri sul fondo delle confezioni non sono apposti dai produttori di latte, ma in realtà dai produttori degli imballaggi, che li utilizzano come sistema di rintracciabilità degli imballaggi stessi. 

Gli alimenti senza glutine migliorano la salute di chi li mangia? Si, ma solo di chi è intollerante!

Indubbiamente, l’intolleranza al glutine sta diventando un fattore di forte impatto sulla popolazione, vuoi per un effettivo aumento dei casi di intolleranza, vuoi per un miglioramento delle tecniche di diagnosi. 

Insieme a questo incremento dei casi, stiamo assistendo anche a una esplosione di diete che consigliano di eliminare il glutine dalla dieta in quanto poco digeribile, per trarre da ciò alcuni benefici. Molto spesso si pensa che eliminando il glutine si possa addirittura dimagrire.  

Tuttavia, non si capisce perché il glutine dovrebbe essere poco digeribile, dato che la specie umana ha legato la propria evoluzione allo sviluppo dei cereali (anche quelli contenenti glutine) e quindi, nel corso dei secoli, siamo stati “selezionati” per poter assimilare e digerire facilmente questi alimenti. 

Per quanto riguarda le presunte proprietà dimagranti, c’è da dire che il glutine garantisce a un prodotto a base di farina tutta una serie di caratteristiche, quali consistenza, sapore, compattezza, che lo rendono più appetibile per il consumatore. 

Eliminando il glutine dagli ingredienti di un prodotto, questo andrà necessariamente sostituito con qualcos’altro che garantisca piacevolezza al palato. Di solito, la scelta ricade su ingredienti che alzano il tenore di zuccheri e/o grassi nell’alimento; ecco perché un alimento senza glutine è più calorico di un alimento paragonabile, contenente glutine.

Il kamut® è davvero il grano dei faraoni? No, le mummie non c’entrano

Il kamut® non è un cereale particolare e raro, ma è semplicemente una varietà di grano e, pertanto, contiene glutine al pari di tutti gli altri grani presenti sul mercato.  

Inoltre, come è possibile notare sulle etichette degli alimenti che lo contengono (e anche in questo stesso articolo), il kamut® è sempre accompagnato dal simbolo del marchio registrato. Questo ci dà un indizio ulteriore: il kamut® è un marchio vero e proprio di proprietà della Kamut International, che lo ha inventato nel 1989 e che, per pubblicizzarlo e renderlo più accattivante agli occhi dei consumatori, lo ha spacciato come originario dell’Egitto ai tempi dei faraoni. 

Purtroppo, questa non è altro che una semplice operazione di marketing; la realtà dei fatti vuole che una famiglia del Montana abbia ritrovato dei vecchi semi in una polverosa soffitta e che li abbia piantati ottenendo un grano diverso dalle specie attualmente in commercio. 

Tuttavia, la sua origine è molto probabilmente datata all’inizio del secolo scorso, in Anatolia, anche perché pensare che alcuni semi possano germogliare dopo 4000 anni è piuttosto azzardato; il merito di chi lo ha riscoperto è stato semplicemente di mettere sotto i riflettori un grano non particolarmente famoso e di pubblicizzarlo bene. 

Naturale = più buono. L’equazione non sempre è dimostrabile

Si pensa che tutto quello che viene dalla natura sia automaticamente più buono, più salutare, più saporito, in poche parole migliore. Occorre però soffermarsi su che cosa voglia dire il termine “naturale”. 

La “natura” è fatta di atomi che a loro volta formano molecole e questo è vero per tutto quello che ci circonda. Un bicchiere di acqua preso da una fonte spontanea e lo stesso bicchiere riempito a seguito della produzione di acqua “per sintesi” (o in laboratorio se preferite) conterranno sempre la stessa sostanza, e cioè H2O. Ovviamente, l’acqua prelevata alla fonte sarà più buona per effetto dei numerosi sali minerali in essa disciolti, ma potrebbe benissimo contenere altre sostanze dannose, pensiamo ai metalli pesanti come l’arsenico che rendono molte falde acquifere inutilizzabili. 

Nel campo alimentare, un alimento cosiddetto “naturale” (possiamo fare l’esempio di un frutto selvatico colto direttamente dall’albero), sarà con molta probabilità meno appetibile, meno nutriente e meno sicuro dello stesso alimento coltivato in condizioni di controllo. Questo per effetto del costante miglioramento che l’uomo ha da sempre ricercato negli alimenti da lui prodotti. 

Tutto quello che arriva sulle nostre tavole oggi ha in qualche modo subito quella che scientificamente viene detta “selezione artificiale” (che a bene vedere è il temine opposto a naturale), cioè una selezione apportata dall’uomo, sia con metodi semplici come gli innesti, sia con metodi più complessi (che chiameremo “di laboratorio”) per migliorare la qualità degli alimenti.

Il tonno di Fukushima: la zona FAO indicata in etichetta segnala il pericolo! Peccato che non sia vero

In occasione di un grave incidente, come quello alla centrale nucleare di Fukushima (ma il caso potrebbe essere applicato ad altre catastrofi), vi è sempre qualcuno che, facendo leva sulle paure insite in tutti noi, alimenta la teoria del complotto. In particolare, sul web per un lungo periodo è girata la voce che il tonno in scatola, etichettato con le zone FAO 61 e 71, provenisse dal Mare del Giappone dove era avvenuto lo sversamento di residui radioattivi. 

Innanzitutto, la zona di pesca FAO che comprende il Mar del Giappone è solamente la 61 (e già questo basterebbe a metterci in allarme per via dell’informazione approssimativa); inoltre, essendo l’indicazione della zona FAO facoltativa sul tonno in scatola, viene da chiedersi con quale scopo le ditte produttrici abbiano voluto darsi la zappa sui piedi, mettendo in evidenza un dato tanto incriminante. 

Possiamo infine citare i numerosi studi effettuati sull’inquinamento delle acque, dai quali è risultato che solamente la zona immediatamente limitrofa alla costa di Fukushima abbia risentito dell’effetto dell’incidente e che invece le zone di oceano al largo presentino livelli di radioattività comparabili con quelli naturalmente presenti nelle acque.

La spesa a km zero è davvero migliore? Non è così semplice come sembra

Il concetto di km zero ha preso piede da alcuni anni e ha trovato un certo terreno fertile nell’opinione comune poiché si tende a considerare un alimento a km zero meno impattante sull’ambiente. La logica sembrerebbe, dunque, quella di preferire il prodotto locale, venduto direttamente “dal produttore al consumatore”. Bisogna tuttavia considerare altri fattori, oltre alla sola distanza percorsa dagli alimenti. 

In primo luogo, è un fattore importante anche la distanza percorsa dai compratori: spostarsi in un singolo punto vendita centralizzato è sicuramente meno impattante che spostarsi presso tante piccole aziende sparse sul territorio. Inoltre, va considerato che l’efficienza energetica di una grande azienda è spesso incredibilmente migliore di quella di un produttore locale. 

Naturalmente, in alcuni casi il km zero è decisamente preferibile: per esempio, di fronte ad alimenti praticamente identici, prodotti con lo stesso dispendio energetico, la logica vorrebbe che questo venisse acquistato localmente. 

Infine, non possiamo non parlare della qualità del prodotto. È quindi evidente come il discorso dell’impatto del cibo sull’ambiente sia comunque più complicato di un semplice conteggio dei chilometri percorsi dall’alimento e che questo non possa essere l’unico parametro da utilizzare per valutare gli eventuali danni all’ambiente.

Senza glutammato”. Davvero la sua assenza è un valore aggiunto? No, basta chiedere in Cina

Il glutammato viene spesso accusato di causare disturbi di vario genere, dal mal di testa al mal di stomaco, passando per la secchezza delle fauci; se aggiungiamo che è considerato da molti solamente come l’ennesima “schifezza chimica” utilizzata in campo alimentare, allora è facilmente comprensibile come ne sia avvenuta la demonizzazione. 

La verità è che la messa al bando di questo sale dell’acido glutammico è derivata da una serie di malintesi storici e studi scientifici non propriamente esemplari che ne hanno decretato il destino. 

Se avete colto il termine “sale” nella frase precedente allora siete a buon punto per capire meglio di cosa stiamo parlando. Infatti, il glutammato viene utilizzato, esattamente al pari del nostro sale, per insaporire i piatti in particolar modo nella cucina orientale. 

Il problema è che, culturalmente, il suo utilizzo non si è sviluppato in occidente e quindi noi non siamo abituati al suo sapore caratteristico che, occorre ricordarlo, è stato classificato con una nomenclatura a parte rispetto ai classici “dolce, salato, amaro, aspro” e cioè definendolo “sapido”. 

Potrà essere di conforto sapere che il glutammato è normalmente prodotto e metabolizzato dal nostro organismo e che è presente naturalmente in molti alimenti, non ultimi i pregiatissimi e italianissimi Parmigiano Reggiano e Grana Padano.

Il latte è veramente poco digeribile ed è innaturale berlo? Apparentemente no

Il latte e i suoi derivati rientrano nel novero di quelli che sono considerati allergeni alimentari a tutti gli effetti. 

Questo perché una parte della popolazione (circa il 65%, ma la percentuale scende vertiginosamente nelle popolazioni del Nord Europa e sale in quelle del Sud) non è in grado di assimilare il lattosio (per carenza o assenza dell’enzima lattasi): in questi casi l’assunzione di latte provoca fastidi a livello intestinale più o meno gravi. 

Come tutti i fenomeni in campo alimentare, tuttavia, anche questo è stato ingigantito più del dovuto, fino a far passare il messaggio che bere latte è innaturale e che l’essere umano non dovrebbe berne in età adulta.  

In realtà, chi è in grado di digerire il lattosio può tranquillamente continuare a bere latte senza problemi. Questo perché l’abitudine a consumare latte, sviluppatasi a partire da 10.000 anni fa con “l’invenzione” della pastorizia, he selezionato geneticamente una parte di popolazione adulta che era in grado di assimilare il lattosio. È uno dei casi in cui l’evoluzione culturale ha influenzato il patrimonio genetico umano. 

Quindi, se è vero che il latte è indigeribile per la maggior parte della popolazione, è altrettanto vero che molti altri possono consumarlo senza problemi, non compiendo un atto innaturale. A chi sostiene poi che l’essere umano sia l’unico animale a consumare latte abitualmente anche dopo lo svezzamento, si potrebbe tranquillamente rispondere che è anche l’unico che fa molte altre cose (cuocere i cibi, vestirsi, ecc.) ma questi comportamenti non sono certo accusati di essere innaturali. 

L’additivo E 330 è cancerogeno? Ma se è succo di limone!

Questa bufala riguardante la pericolosità degli additivi alimentari circola ormai da circa quarant’anni, prima in formato cartaceo e poi, con la sviluppo dei nuovi media, sul web. 

La cosa curiosa è che, a fronte di una miriade di additivi, molti dei quali forse non utilissimi e/o necessari, sia stato scelto come esempio di cancerogenicità, proprio l’E330 che probabilmente è il più innocuo. 

Questi altro non è che acido citrico, contenuto in natura nei limoni ad esempio. 

È sempre utile poi ricordare che, l’utilizzo degli additivi negli alimenti e le relative quantità utilizzabili, sono regolati a livello europeo dal Reg. 1333/2008 e s.m.i. e che gli additivi sono comunque sempre oggetto di studio da parte dell’EFSA (European Food Safety Authority) per verificarne i possibili effetti dannosi per l’uomo. 

Naturalmente nessun documento in tal senso è stato mai prodotto in merito all’E330. 

Il monossido di diidrogeno è tossico? No, in realtà è una sostanza piuttosto comune che entra ogni giorno nella vita di tutti noi

Questa sostanza, esattamente come il monossido di carbonio, uccide, per eccessiva inalazione, migliaia di persone. Il monossido di diidrogeno è usato come solvente dalla maggior parte delle industrie (non solo quelle alimentari) e contribuisce all’effetto serra; esso è un costituente delle piogge acide e tuttavia nessun governo ha mai pensato di porre rimedio agli enormi danni che questo composto può provocare. 

Per capire perché il monossido di diidrogeno venga utilizzato regolarmente, è necessario non fermarsi all’apparenza di un altisonante nomenclatura chimica, ma andare oltre e ragionare sui fatti. Se si guarda più attentamente è possibile capire che monossido (O) di diidrogeno (H2), altri non è che una formula chimica molto semplice che anche i bambini conoscono: H2O, semplice acqua. 

Conclusioni

Tutti i fatti esposti poco sopra sono assolutamente veri e verificabili, ma assumono tutto un altro aspetto, una volta svelato il mistero. Questo piccolo gioco viene utilizzato in realtà a più riprese da veri divulgatori scientifici per dimostrare che molto spesso, dietro notizie sensazionalistiche, si nascondono realtà innocue. 

Abbiamo voluto concludere questo decalogo con il monossido di diidrogeno (l’acqua!) proprio per ricordare che tutte le notizie, soprattutto quelle che fanno più sensazione, dovrebbero essere prese con le pinze.

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