Ma i produttori non ci stanno

Disegni di frutta, loghi o marchi che riportano a frutta nostrana ed esotica sono molti sulle confezioni delle bevande che troviamo sugli scaffali.

Ma quanta frutta in realtà ci sia dentro ognuno di questi è un’altra questione. Di certo non è semplice orientarsi se non si è esperti in materia, o quanto meno non si è muniti di tempo e ottima vista per leggere i reali contenuti dei prodotti vicini tra loro e che in comune hanno appunto solo i disegni.

Se i succhi di frutta sono al 100% di frutta, i nettari possono variare dal 25 al 50% di contenuto di frutta. E le bevande analcoliche alla frutta?

Aranciate, limonate e simili fino a pochi giorni fa erano regolamentate da un decreto del 1958 (!) che prevedeva un contenuto minimo di frutta del 12% (DPR 719/1958).

Dal 18 settembre scorso,  con la pubblicazione del Decreto Legge N°158/2012 “Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute” (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n.214 del 13.09.12), il cosiddetto decreto sanità, tale limite minimo è stato innalzato al 20% .

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Per adeguarsi ci sono 8 mesi di tempo, dopodiché se la quantità di frutta non raggiunge il limite consentito per rimanere sugli scaffali bisogna cambiare denominazione e togliere anche dai loghi ogni richiamo alla frutta.

La “Fanta”, per fare un esempio, per essere venduta in Italia dovrà togliere la dicitura “orange” in etichetta.

Ed i produttori sono subito insorti: “imposizioni uniche nel panorama europeo” dicono Assobibe e Mineracqua “ il provvedimento avrebbe inevitabili effetti occupazionali”.

Più frutta poi significherebbe più conservanti e soprattutto aumento del prezzo dei prodotti.