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Sicurezza Ambientale

Le modalità di corretta assegnazione del codice CER

By Sicurezza AmbientaleNo Comments

Il termine “gestione” deriva dal verbo latino “gerere” che può essere tradotto come “amministrare”, ovvero curare lo sviluppo di un qualcosa, finalizzato in ultimo al raggiungimento di un obiettivo. 

La gestione dei rifiuti, dunque, deve essere vista come una serie di operazioni che intendono portare il rifiuto fino alla sua destinazione finale. 

Sicuramente, le gestioni più efficaci di un bene o di un servizio si riescono ad ottenere soltanto quando chi amministra conosce nel dettaglio la cosa amministrata e i rifiuti non fanno eccezione in questo: se io conosco bene il rifiuto da gestire potrò mettere in atto tutti gli interventi necessari per gestirlo correttamente; viceversa, se non conoscessi bene il rifiuto che devo amministrare, rischierei di prendere decisioni sbagliate, proprio perché basate su informazioni mancanti o errate. 

Conoscere un rifiuto si traduce nel conoscere la sua origine, la sua natura e la presenza di eventuali sostanze “particolari” in esso contenute o che potrebbero essere ragionevolmente in esso contenute. 

Le informazioni/nozioni di cui sopra sono proprio la chiave per arrivare ad una corretta assegnazione del codice EER. 

L’acronimo EER deriva da “Elenco Europeo dei Rifiuti” contenuto nell’Allegato D alla Parte IV del Testo Unico Ambientale, così come implementato da successive modifiche e integrazioni. 

L’elenco è diviso in capitoli, da 01 a 20, che rappresentano la prima coppia di numeri del codice a sei cifre che caratterizza il rifiuto; un’ulteriore coppia di cifre viene individuata dai sottocapitoli e, infine, le ultime due cifre sono determinate da caratteristiche più specifiche. 

Quindi, la prima cosa da fare è capire a quale capitolo devo fare riferimento; ad esempio, se stessi producendo un rifiuto da un’attività di demolizione, potrei scorrere l’indice dei capitoli fino ad arrivare al 17, che è intitolato proprio “Rifiuti dalle attività di demolizione e costruzione (compreso il terreno prelevato da siti contaminati)”. A questo punto, ignoro completamente gli altri capitoli e vado ad approfondire i diversi sottocapitoli all’interno del capitolo 17. Questa prima assegnazione, quindi, è stata possibile sulla base dell’origine del rifiuto. 

Il passaggio successivo è quello di valutare il sottocapitolo che contiene le informazioni sulla natura del mio rifiuto: se ad esempio, il rifiuto da demolizione in questione, fosse di natura metallica, mi dovrei fermare al sottocapitolo 04, intitolato “metalli (e le loro leghe)”. Il mio codice sta prendendo forma e sarà 17.04.?? 

Per individuare l’ultima coppia di cifre, dovrò leggere attentamente le voci contenute in questo sottocapitolo e trovare quella che rispecchia il mio rifiuto nel dettaglio: se ad esempio fosse “Zinco”, il codice corretto sarebbe 17.04.04. 

Un’altra caratteristica di questo elenco è la presenza di codici pericolosi assoluti, non pericolosi assoluti e di codici a specchio. 

Tecniche di campionamento acque, terreni e rifiuti

By - Tutte, Sicurezza AmbientaleNo Comments

L’analisi di Laboratorio sulle matrici ambientali prevede la determinazione di molti parametri e, per ciascuna prova, è stabilito un protocollo analitico definito.

A nessuno verrebbe mai in mente di effettuare l’analisi degli idrocarburi su un terreno senza seguire un metodo di prova, pesando una quantità a caso, estraendo con un volume non definito e/o iniettando in uno strumento che non sia stato precedentemente tarato.

Il motivo si può facilmente immaginare: senza seguire un protocollo, gli esiti analitici non sono affidabili, né ripetibili e qualsiasi decisione che debba essere presa sulla base dei valori ottenuti, potrebbe essere viziata.

Quindi è ormai assodato che l’analisi di Laboratorio debba essere effettuata, dall’inizio alla fine, rispettando dei criteri definiti, ma forse è meno intuitivo capire quale sia effettivamente l’inizio dell’analisi: molti penseranno che si tratta delle procedure di preparativa del campione oppure le fasi di omogenizzazione o ancora che l’analisi abbia inizio dal prelievo dell’aliquota da pesare.

In realtà, l’analisi di Laboratorio inizia con il campionamento.

Questo significa che, se questa fase analitica del campionamento non segue una procedura definita, non viene effettuata da operatori addestrati e abilitati e non prevede delle operazioni di controllo, il risultato analitico si dovrà considerare falsato, al pari di quanto succederebbe se si effettuasse una pesata su una bilancia non tarata o se l’analista che effettua la determinazione dei metalli non sappia utilizzare lo strumento oppure non abbia eseguito le procedure di controllo dello stesso.

Per questa ragione, le tecniche di prelievo e le modalità di campionamento delle matrici ambientali (acque, terreni e rifiuti) sono state discusse in metodi di prova riconosciuti, al pari delle norme relative alle determinazioni di Laboratorio.

Senza voler entrare nello specifico di quanto viene descritto e discusso in tali metodi di prova, si sottolinea che il minimo comune denominatore di queste norme è la pianificazione e l’approccio ragionato al prelievo.

In sostanza, l’esecuzione di un campionamento corretto parte dalla definizione preliminare degli obiettivi e ragiona sulle modalità più efficienti per ottenere il raggiungimento di tali obiettivi con il minimo sforzo economico possibile, fermo restando la necessità di garantire comunque un sufficiente grado di precisione e affidabilità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione riguarda gli strumenti da impiegare nel prelievo, che devono essere compatibili con l’attività da svolgere, non devono portare contaminazioni accidentali e devono essere verificati prima di ogni impiego.

Inoltre, occorrerà anche valutare i contenitori più idonei per il trasporto e le corrette modalità di conservazione del campione fino alla consegna in Laboratorio. In secondo luogo, si dovranno compilare correttamente tutti i moduli e i documenti necessari per garantire una tracciabilità del campione e dare evidenza di tutti i passaggi necessari.

Tutte queste attività dovranno essere eseguite da personale che conosce la normativa, è pratico nelle tecniche di prelievo e che viene costantemente aggiornato sull’evoluzione tecnologica e legislativa: in sostanza deve essere abilitato e, soprattutto, deve essere monitorato per assicurarsi che mantenga l’abilitazione.

Infine, un ultimo aspetto da considerare che, per importanza dovrebbe essere il primo, è quello legato alla sicurezza: tutte le attività in campo sono potenzialmente pericolose ed è necessario che il tecnico campionatore adotti tutte le misure di sicurezza necessarie e indossi correttamente gli idonei DPI.

Se devi campionare una matrice ambientale per far eseguire una caratterizzazione, affidati ad esperti del settore oppure forma il tuo personale adibito a queste mansioni e metti in vigore specifiche procedure operative da adottare sul campo.

In entrambi i casi, Gruppo Maurizi è la risposta alle vostre esigenze, avendo accreditato le prove di campionamento, disponendo di tecnici con esperienza decennale sui prelievi in campo ed erogando da molti anni corsi di formazione sulle tecniche di prelievo per acque, terreni e rifiuti.

L’analisi di Laboratorio sulle matrici ambientali prevede la determinazione di molti parametri e, per ciascuna prova, è stabilito un protocollo analitico definito.

A nessuno verrebbe mai in mente di effettuare l’analisi degli idrocarburi su un terreno senza seguire un metodo di prova, pesando una quantità a caso, estraendo con un volume non definito e/o iniettando in uno strumento che non sia stato precedentemente tarato.

Il motivo si può facilmente immaginare: senza seguire un protocollo, gli esiti analitici non sono affidabili, né ripetibili e qualsiasi decisione che debba essere presa sulla base dei valori ottenuti, potrebbe essere viziata.

Quindi è ormai assodato che l’analisi di Laboratorio debba essere effettuata, dall’inizio alla fine, rispettando dei criteri definiti, ma forse è meno intuitivo capire quale sia effettivamente l’inizio dell’analisi: molti penseranno che si tratta delle procedure di preparativa del campione oppure le fasi di omogenizzazione o ancora che l’analisi abbia inizio dal prelievo dell’aliquota da pesare.

In realtà, l’analisi di Laboratorio inizia con il campionamento.

Questo significa che, se questa fase analitica del campionamento non segue una procedura definita, non viene effettuata da operatori addestrati e abilitati e non prevede delle operazioni di controllo, il risultato analitico si dovrà considerare falsato, al pari di quanto succederebbe se si effettuasse una pesata su una bilancia non tarata o se l’analista che effettua la determinazione dei metalli non sappia utilizzare lo strumento oppure non abbia eseguito le procedure di controllo dello stesso.

Per questa ragione, le tecniche di prelievo e le modalità di campionamento delle matrici ambientali (acque, terreni e rifiuti) sono state discusse in metodi di prova riconosciuti, al pari delle norme relative alle determinazioni di Laboratorio.

Senza voler entrare nello specifico di quanto viene descritto e discusso in tali metodi di prova, si sottolinea che il minimo comune denominatore di queste norme è la pianificazione e l’approccio ragionato al prelievo.

In sostanza, l’esecuzione di un campionamento corretto parte dalla definizione preliminare degli obiettivi e ragiona sulle modalità più efficienti per ottenere il raggiungimento di tali obiettivi con il minimo sforzo economico possibile, fermo restando la necessità di garantire comunque un sufficiente grado di precisione e affidabilità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione riguarda gli strumenti da impiegare nel prelievo, che devono essere compatibili con l’attività da svolgere, non devono portare contaminazioni accidentali e devono essere verificati prima di ogni impiego.

Inoltre, occorrerà anche valutare i contenitori più idonei per il trasporto e le corrette modalità di conservazione del campione fino alla consegna in Laboratorio. In secondo luogo, si dovranno compilare correttamente tutti i moduli e i documenti necessari per garantire una tracciabilità del campione e dare evidenza di tutti i passaggi necessari.

Tutte queste attività dovranno essere eseguite da personale che conosce la normativa, è pratico nelle tecniche di prelievo e che viene costantemente aggiornato sull’evoluzione tecnologica e legislativa: in sostanza deve essere abilitato e, soprattutto, deve essere monitorato per assicurarsi che mantenga l’abilitazione.

Infine, un ultimo aspetto da considerare che, per importanza dovrebbe essere il primo, è quello legato alla sicurezza: tutte le attività in campo sono potenzialmente pericolose ed è necessario che il tecnico campionatore adotti tutte le misure di sicurezza necessarie e indossi correttamente gli idonei DPI.

Se devi campionare una matrice ambientale per far eseguire una caratterizzazione, affidati ad esperti del settore oppure forma il tuo personale adibito a queste mansioni e metti in vigore specifiche procedure operative da adottare sul campo.

In entrambi i casi, Gruppo Maurizi è la risposta alle vostre esigenze, avendo accreditato le prove di campionamento, disponendo di tecnici con esperienza decennale sui prelievi in campo ed erogando da molti anni corsi di formazione sulle tecniche di prelievo per acque, terreni e rifiuti.

Gestione delle acque di scarico in aziende vitivinicole

By Sicurezza AmbientaleNo Comments

La gestione delle acque di scarico nelle aziende vinicole rientra nelle attività di tutela delle acque dall’inquinamento come previsto nella parte III del D.lgs. 152 del 2006 e s.m.i. di seguito TUA.

Infatti il TUA prevede, nella parte III gli adempimenti normativi per:

  • La difesa del suolo e la lotta alla desertificazione
  • La tutela delle acque dall’inquinamento
  • La gestione delle risorse idriche

Attraverso il miglioramento della qualità delle acque, intesa come l’insieme dei parametri chimico – fisici – biologici in grado di rappresentare l’intero ecosistema acquatico, sia sotto l’aspetto qualitativo che quantitativo.

In questo articolo vedremo la regolamentazione degli scarichi.

Come da definizione riportata all’articolo 74 del TUA, per scarico s’intende «qualsiasi immissione di acque reflue effettuata esclusivamente tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il ciclo di produzione del refluo con il corpo ricettore (acque superficiali, suolo, sottosuolo e rete fognaria), indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche sottoposte a preventivo trattamento di depurazione».

Gli aspetti fondamentali su cui fissare l’attenzione sono:

  • Esistenza di un sistema di collettamento stabile
  • Continuità tra il sistema che genera il refluo e il corpo recettore

La regola fondamentale che presiede alla materia è che “tutti gli scarichi devono essere autorizzati” (art. 124, comma 1, D.lgs. 152/2006) dall’autorità competente in quanto sono disciplinati in funzione del rispetto degli obiettivi di qualità dei corpi idrici recettori e devono comunque rispettare i valori limite previsti dall’allegato 5 alla parte terza del TUA. I valori limite sono indicati in tabelle differenziate, contenute in detto allegato, a seconda della tipologia di scarico e del corpo recettore.

Per capire come gestire uno scarico di acque reflue prodotte da un’industria vinicola, è bene fare dei cenni sulla filiera produttiva al fine di individuare quali possono essere i fattori da ricercare in un’analisi e parametri che influenzano la qualità dello scarico. Si possono distinguere diverse categorie di produttori, a seconda della filiera, in particolare:

  • Aziende vinicole private che producono vino utilizzando uve di produzione propria
  • Aziende vinicole private che producono vino utilizzando uve prodotte da terzi
  • Cantine sociali che producono vino utilizzando uva conferita dai propri soci.

La produzione del vino prevede una serie di fasi che si succedono in ordine cronologico:

  • ammostatura o pigiatura delle uve. In questa fase si attua la rottura degli acini per ottenere il mosto e non vengono lacerate le bucce e i vinaccioli che costituiscono la vinaccia.
  • Processo per allontanare i raspi e, a seconda che si tratti di vinificazione in bianco, una sgrondatura del macinato, oppure, nel caso di vinificazione in rosso, una svinatura in tino con eventuale presenza di vinacce per un tempo variabile a seconda della varietà delle uve.

A seconda del prodotto che si vuole ottenere e della materia prima utilizzata seguono due sistemi di vinificazione:

  • in bianco con l’esclusione delle parti solide
  • in rosso effettuata in presenza delle vinacce.

Le acque reflue sono composte principalmente dalle sostanze presenti nella materia prima (acini, raspi, semi e polpa dell’uva) oltre ai prodotti dei vari processi di vinificazione quali microorganismi, lieviti e zuccheri, alcoli ed altre sostanze. Riportando alcuni dati di letteratura, Farolfi (1995), ad esempio, afferma che il rapporto tra BOD/COD dei reflui è normalmente compreso fra 0,5 e 0,6, mentre in prove di trattamento depurativo, Fumi et al. (1995) hanno trovato un dato medio di COD pari a 4600 mg/L e un BOD5 di 2800 mg/l, (quindi si conferma un rapporto medio BOD/COD pari a 0,61).

Il trattamento delle acque di scarico ai fini della depurazione nelle aziende vinicole e delle cantine è un problema complesso da affrontare, in quanto connesso soprattutto alla stagionalità della lavorazione (concentrata nel periodo della vendemmia e della vinificazione) e all’elevato contenuto organico degli scarichi.

Durante questo periodo la portata di tali scarichi è mediamente pari a 1,2 l/giorno per quintale di uva lavorata all’anno e il relativo carico organico viene stimato con un valore del BOD5 di 2500-3000 mg/l ed un rapporto BOD5/COD di 0,5.

In realtà in alcuni casi sono stati riscontrati valori di picco del BOD5 anche superiori a 10000 mg/l. Queste acque di scarico sono poi contraddistinte da un alto contenuto di bucce, acini, raspi e foglie che devono essere necessariamente rimosse a monte del trattamento.

Nel resto dell’anno gli scarichi derivano dalle operazioni di lavaggio dei macchinari, delle pavimentazioni e dei contenitori dei prodotti e il carico idraulico giornaliero si riduce anche di 5 volte. Analogamente si riduce il BOD5 dell’acqua fino a valori di 100-200 mg/l.

Sistemi di gestione dell’energia: la ISO 50001, cos’è e a cosa serve

By Sicurezza AmbientaleNo Comments

La norma di certificazione UNI CEI EN ISO 50001 riguarda il Sistema di Gestione dell’Energia (SGE) di un’organizzazione pubblica o privata e mira all’adozione di strategie di gestione che portino un aumento dell’efficienza nell’uso dell’energia ed il progressivo miglioramento delle prestazioni energetiche.

Le prospettive legislative, i trend del mercato energetico e la sensibilità pubblica sul tema della sostenibilità rendono tale certificazione sempre più necessaria. L’Unione Europea sta implementando politiche per la lotta al cambiamento climatico e la tutela dell’ambiente. Tali politiche mirano alla valorizzazione delle energie rinnovabili ed a basse emissioni di carbonio.

Con l’aumento dei prezzi dell’energia, un Sistema di Gestione dell’Energia specifico come la ISO 50001 può rappresentare una soluzione essenziale per un uso razionale delle risorse.
Lo Standard Internazionale ISO 50001 Sistemi di Gestione dell’Energia (SGE) è stato istituito con questo scopo: stabilire un sistema e i processi necessari per migliorare le proprie prestazioni energetiche riducendo le emissioni di gas serra e altri impatti ambientali correlati all’uso e consumo di energia primaria.

Sistema di gestione dell’energia ISO 50001, i vantaggi

La certificazione consente il conseguimento di un risparmio economico e la riduzione dell’impatto ambientale delle proprie attività, con importanti benefici anche in termini di immagine. La certificazione rappresenta un’opportunità per:

  • misurare la propria prestazione energetica
  • realizzare innovazione di processo, servizio, prodotto
  • identificare le priorità degli interventi energetici
  • migliorare costantemente le performance

L’implementazione di un SGE da parte di imprese e istituzioni implica un’analisi che individui gli obiettivi da raggiungere e l’attuazione delle procedure idonee ad avviare il sistema di gestione, monitorare e registrare le attività, verificare il continuo miglioramento della prestazione energetica. Il processo di implementazione si svolge in 4 fasi Plan-Do-Check-Act: pianificazione, esecuzione, controllo dei risultati, miglioramento.

Sono definiti i requisiti applicabili all’uso ed al consumo di energia includendo le attività di:

– misurazione

– documentazione

– progettazione

– acquisto per le attrezzature

– processi e personale che contribuiscono a determinare la prestazione energetica

Sistema di gestione dell’energia ISO 50001, il nuovo standard

Con la nuova versione, anche la ISO 50001 si è allineata alla high level structure (HLS), una sorta di standard comune ai diversi sistemi di gestione, che permette una loro maggiore integrazione e ne facilita l’implementazione.

La nuova versione è stata pubblicata nel 2018 e prevede un periodo di transizione da quella del 2011 a quella del 2018. A partire dal 20 febbraio 2020, gli Organismi di certificazione devono svolgere le attività di audit presso le aziende certificate ISO 50001 sotto accreditamento, comprese le verifiche inziali, di sorveglianza e di rinnovo, secondo i requisiti della ISO 50001:2018;
Il 19 agosto 2021 terminerà il periodo di transizione ed oltre tale i certificati
secondo ISO 50001:2011 scadranno o dovranno essere revocati.

 

 

 

Sistema di gestione integrata (SGI): cos’è e a cosa serve

By Sicurezza AmbientaleNo Comments

Il sistema di gestione integrata (SGI) è l’unione delle tre grandi famiglie di schemi certificativi ISO, 9001:2015; 14001:2015 e 45001:2018. Il sistema di gestione integrato unisce:

  • ISO 9001: sistema di gestione della qualità
  • ISO 14001: sistema di gestione dell’ambiente
  • ISO 45001(ex OHSAS 18001): sistema di gestione della sicurezza sul lavoro

La certificazione ISO 9001 è uno standard internazionale applicabile da tutte le organizzazioni operanti in qualsiasi settore di attività. È basata su otto principi di gestione per la qualità:

  • focalizzazione sul cliente
  • leadership
  • coinvolgimento del personale
  • approccio per processi
  • approccio sistemico alla gestione
  • miglioramento continuo
  • decisioni basate sui dati di fatto
  • rapporti di reciproco beneficio con i fornitori

La certificazione ISO 14001 fa parte di una serie di norme internazionali che riguardano il sistema di gestione ambientale, applicabili a tutte le tipologie di organizzazioni. È lo standard sui sistemi di Gestione Ambientali più diffuso al mondo, è impostata sui principi di un sistema di gestione che prevede le fasi di pianificazione, esecuzione, controllo e azioni di miglioramento.

La certificazione ISO 45001 riguarda la sicurezza sul lavoro. Lo standard può essere adottato da qualsiasi organizzazione operante in tutti i tipi di settori ed attività e ha lo scopo di rendere sistematici per un’azienda il controllo, la conoscenza, la consapevolezza e la gestione di tutti i possibili rischi insiti nelle situazioni di operatività normale e straordinaria sui luoghi di lavoro.

L’unione tra gli schemi di certificazione è possibile in quanto gli strumenti utilizzati dalle tre diverse normative ISO sono spesso comuni.

L’unione inoltre comporta più vantaggi:

  • evitare duplicazioni delle procedure
  • prevenire eventuali conflitti tra normative indipendenti
  • creare sinergie tra le fasi gestionali trasversali in un’azienda

Nel rispetto dei relativi (eventuali) Regolamenti tecnici di ACCREDIA e delle norme/linee guida internazionali, l’adozione di sistemi di gestione integrati può inoltre consentire la riduzione dei tempi complessivi delle visite di certificazione, con forti risparmi in termini di tempi e costi.

In particolare, le linee guida internazionali (Mandatory Document IAF) disciplinano la conduzione di audit combinati (condotti verso 2 o più norme nello stesso momento), specificando che sono consentite riduzioni purché: da parte dell’organizzazione vi sia reale integrazione dei sistemi in termini di riesame direzione, audit interni, responsabilità gestionali, politica e obiettivi, processi di sistema, documenti/istruzioni, tecniche di miglioramento, pianificazione; mentre da parte dell’organismo i gruppi di valutazione siano composti da auditor qualificati in più di uno standard di riferimento.

Valutazione ambientale strategica: normativa e direttive

By Sicurezza AmbientaleNo Comments

La Valutazione Ambientale Strategica (VAS) è il processo di valutazione integrata e partecipata dei possibili impatti significativi sull’ambiente e sul patrimonio culturale di piani e programmi. Persegue la finalità specifica di garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente e di contribuire all’integrazione di considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione, dell’adozione e approvazione di piani e programmi assicurando che siano coerenti con le condizioni per uno sviluppo sostenibile.

Ai sensi dell’articolo 5 del decreto legislativo n. 152/2006, la VAS comprende:

  • verifica di assoggettabilità
  • rapporto ambientale
  • a valutazione del rapporto ambientale e degli esiti delle consultazioni;
  • decisione
  • informazione della decisione
  • monitoraggio

la normativa definisce per ogni step modalità, contenuti e soggetti coinvolti. L’autorità competente è la pubblica amministrazione a cui compete l’adozione del provvedimento di verifica di assoggettabilità e l’elaborazione del parere motivato: il provvedimento obbligatorio con eventuali osservazioni e condizioni che conclude la fase di VAS.

Valutazione ambientale strategica: cos’è la direttiva VAS

La valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente è stata introdotta con la Direttiva CE n. 42/2001, recepita nel nostro ordinamento tramite integrazioni al decreto legislativo n. 152/2006.

Ciò ha un impatto significativo sulle valutazioni delle autorità, che sono tenute a considerare sistematicamente l’incidenza di piani e programmi in termini di sviluppo sostenibile.

Valutazione ambientale strategica, ambito di applicazione

La VAS si applica a piani e programmi:

  • che sono elaborati per la valutazione e gestione della qualità dell’aria ambiente, per i settori agricolo, forestale, pesca, energetico, industriale, trasporti, gestione dei rifiuti e delle acque, telecomunicazioni, turismo, pianificazione territoriale o destinazione dei suoli, e che allo stesso tempo definiscono il quadro di riferimento per l’approvazione, l’autorizzazione, l’area di localizzazione o comunque la realizzazione di opere o interventi i cui progetti sono sottoposti a VIA
  • per i quali si ritiene necessaria una Valutazione d’Incidenza ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. 357/1997 e s.m.i

Valutazione ambientale strategica: quali adempimenti?

Sono coinvolti nel processo: Ministero della transizione ecologica – Direzione generale per la crescita sostenibile e la qualità dello sviluppo, Ministero per i beni e le attività culturali, soggetti complementari in materia ambientale (SCA), stati confinanti, regioni e province, pubblico.

La normativa definisce gli adempimenti a carico di proponenti ed autorità. I proponenti seguono i seguenti step:

  1. Iter procedurale
  • Consultazione sul rapporto preliminare (art.13 D.Lgs.152/2006 e s.m.i.)
  • Consultazione sulla proposta di piano/programma, rapporto ambientale e sintesi non tecnica art.13 D.Lgs.152/2006 e s.m.i.)
  • Pubblicità dell’avvio della consultazione (art.14 D.Lgs.152/2006 e s.m.i.)
  1. Adempimenti successivi all’emanazione del parere motivato
  • Revisione
  • Informazione sulla decisione
  • Monitoraggio

Le autorità si occupano di:

  • Verifica amministrativa
  • Consultazione sul rapporto preliminare (art.13 comma 1 D.Lgs.152/2006 e s.m.i.)
  • Consultazione sulla proposta di piano/programma, rapporto ambientale e sintesi non tecnica (artt.13 comma 5 e 14 D.Lgs.152/2006 e s.m.i.)
  • Trasmissione a Stati confinanti
  • Istruttoria tecnica – valutazione
  • Decisione
  • Tempistiche della procedura di VAS
  • Informazione sulla decisione
  • Monitoraggio e controllo

Responsabile tecnico gestione rifiuti, normativa e formazione

By Sicurezza AmbientaleNo Comments

Il responsabile tecnico gestione rifiuti è un esperto che garantisce l’applicazione della normativa di settore e, quindi, la corretta gestione dei rifiuti. Può essere una figura interna all’azienda, come per esempio il suo rappresentante legale, o un libero professionista. L’idoneità allo svolgimento della professione è accertata con verifica iniziale e successive verifiche periodiche con cadenza quinquennale.

In generale, il responsabile tecnico rifiuti coordina l’attività degli addetti all’impresa, definisce per quanto di competenza le procedure per gestire eventuali situazioni di urgenza, incidenti o eventi imprevisti, vigila sulla corretta osservanza delle prescrizioni riportate o richiamate nei provvedimenti d’iscrizione, verifica la validità delle iscrizioni e delle autorizzazioni in capo ai soggetti ai quali vengono affidati i rifiuti.

Responsabile Tecnico Gestione Rifiuti, cosa dice la normativa

Con decreto ministeriale n. 150/2014, è stato definito il quadro generale, successivamente integrato con altri atti. In particolare, con la deliberazione n. 1/2019 dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali, sono stati definiti nel dettaglio i compiti del responsabile tecnico con riferimento alle specifiche classi:

  • Categoria 1,4,5 e 6 – trasporto dei rifiuti
  • Categoria 1 – gestione dei centri di raccolta
  • Categoria 8 – intermediazione e commercio dei rifiuti senza detenzione dei rifiuti stessi
  • Categoria 9 – bonifica siti
  • Categoria 10 – bonifica dei beni contenenti amianto

Responsabile Tecnico Gestione Rifiuti, quali attività svolge

Trasporto dei rifiuti

La delibera elenca le seguenti attività:

  • redigere e sottoscrivere l’attestazione relativa all’idoneità dei mezzi di trasporto in relazione ai tipi di rifiuti da trasportare, secondo le disposizioni contenute nella delibera n. 6 del 9 settembre 2014
  • controllare e verificare la permanenza delle caratteristiche dei mezzi di trasporto risultanti dall’attestazione ed il rispetto delle modalità e delle condizioni di trasporto precisate nella medesima attestazione in relazione alle diverse tipologie di rifiuti
  • definire le procedure per:
  1. controllare che il codice dell’EER relativo al rifiuto da trasportare sia riportato nel provvedimento di iscrizione all’Albo
  2. verificare, da parte dei conducenti, prima delle operazioni di carico del veicolo, il rispetto della normativa applicabile e, nei limiti di un esame visivo, la rispondenza dei rifiuti da trasportare alle indicazioni del produttore/detentore
  3. eseguire correttamente, ove previsto, le operazioni di carico, scarico e trasbordo dei rifiuti da trasportare
  4. garantire la sicurezza del carico durante il trasporto dei rifiuti
  5. garantire la presenza, a bordo dei mezzi di trasporto, dei documenti e delle attrezzature di sicurezza che devono accompagnare il trasporto dei rifiuti
  • garantire ai conducenti adeguata formazione e informazione, se del caso anche tramite linee guida, sul corretto svolgimento delle attività di trasporto dei rifiuti con particolare riferimento alla sensibilizzazione ai rischi connessi al trasporto dei rifiuti, alla verifica della rispondenza di cui ai punti 1 e 2 e sulla normativa applicabile
  • garantire ai conducenti ed agli addetti all’impresa adeguata formazione sulla corretta compilazione e tenuta dei registri di carico e scarico della documentazione che accompagna i rifiuti (formulari di identificazione dei rifiuti di cui all’articolo 193 del decreto legislativo n. 152/2006 e, ove prevista, documentazione riguardante il trasporto delle merci pericolose o specifiche tipologie di rifiuti o le spedizioni transfrontaliere di rifiuti)
  • coordinare l’attività dei conducenti nel caso di difformità del carico dei rifiuti da trasportare o delle modalità di confinamento, etichettatura o imballaggio riscontrate in fase di carico o scarico o per la fase di trasporto o nel caso di incidente o eventi imprevisti

Gestione dei centri di raccolta

Il responsabile tecnico:

  • attesta e garantisce la formazione e l’addestramento del personale addetti ai centri di raccolta secondo le modalità previste dalla delibera n. 2 del 20 luglio 2009
  • verifica che i centri di raccolta siano allestiti e gestiti in conformità alle disposizioni di cui al decreto 8 aprile 2008, come modificato dal decreto 13 maggio 2019

Intermediazione e commercio dei rifiuti senza detenzione dei rifiuti stessi

Con riferimento alla categoria 8, sono definite le seguenti attività:

  • garantire adeguata formazione agli addetti dell’impresa sulla compilazione e tenuta dei registri di carico e scarico e sulla documentazione che accompagna i rifiuti (formulari di identificazione dei rifiuti di cui all’articolo 193 del decreto legislativo n. 152/2006 e, ove prevista, documentazione riguardante il trasporto delle merci pericolose o specifiche tipologie di rifiuti o le spedizioni transfrontaliere di rifiuti)
  • verificare la validità delle iscrizioni e delle autorizzazioni in capo ai soggetti ai quali vengono affidati i rifiuti oggetto delle attività di intermediazione e commercio

Bonifica di siti

I compiti del responsabile tecnico sono i seguenti:

  • produrre, congiuntamente al legale rappresentante dell’impresa, una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, nella quale siano indicate le tipologie e il valore di acquisto delle attrezzature minime, la disponibilità in capo all’impresa e lo stato di conservazione delle stesse, ai sensi delle disposizioni di cui alla delibera n. 5 del 12 dicembre 2001 e alla delibera n. 2 dell’11 maggio 2005
  • qualora l’impresa dimostri la disponibilità di attrezzature minime non ricomprese nell’elenco di cui all’allegato A alla deliberazione n. 5 del 12 dicembre 2011, produrre una relazione, a firma congiunta con il legale rappresentante, dalla quale risulti l’effettivo utilizzo delle stesse in relazione agli specifici interventi di bonifica che si intendono eseguire
  • verifica il mantenimento dell’idoneità delle attrezzature utilizzate dall’impresa e che l’organizzazione dell’impresa sia conforme alle norme vigenti di settore

Bonifica di beni contenenti amianto

Il responsabile tecnico:

  • produce, congiuntamente al legale rappresentante dell’impresa, una dichiarazione sostitutiva di atto notorio nella quale siano indicate le tipologie e il valore di acquisto delle attrezzature minime, la disponibilità in capo all’impresa e lo stato di conservazione delle stesse, ai sensi delle disposizioni di cui alla delibera n. 1 del 30 marzo 2004
  • verifica il mantenimento dell’idoneità delle attrezzature utilizzate dalle imprese e che l’organizzazione dell’impresa sia conforme alle norme vigenti di settore

DVR settore trasporti, come funziona

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DVR settore trasporti, il contesto

L’attuale delocalizzazione delle attività produttive e l’aumento dei flussi commerciali genera un aumento crescente delle attività di trasporto ed impone una costante attenzione alla sicurezza del settore.  E’ di recente pubblicazione il periodico statistico dati INAIL relativo ai trasporti. Dal punto di vista infortunistico, i trasporti sono secondi soltanto alle attività manifatturiere e al commercio. Tra il 2015 e il 2019, infatti, hanno rappresentato in media l’11% del totale delle denunce presentate all’Istituto. Considerando i soli casi mortali, però, la quota sale al 15%, preceduta dalle attività manifatturiere e dalle costruzioni.

Le denunce di malattia professionale protocollate nel 2019 sono state 2.693, con un incremento del 9,2% rispetto al 2018. L’incremento è imputabile ad orari di lavoro prolungati, operazioni di carico e scarico, disturbi muscolo-scheletrici ed affaticamento per vibrazioni e rumore.

Tra le patologie denunciate, si registrano dorsopatie (1.397 casi) e il 30% da disturbi dei tessuti molli (647). Seguono le malattie del sistema nervoso (151) e dell’orecchio (130). Con 88 casi, di cui 33 relativi al tessuto mesoteliale e 27 all’apparato respiratorio, i tumori rappresentano il 3,3% delle denunce (+10% rispetto al 2018). Con 76 casi, inoltre, sono numericamente significative anche le malattie del sistema respiratorio.

Il documento di valutazione dei rischi (DVR)

Nella valutazione del rischio, e nella stesura del DVR, il datore di lavoro deve considerare la specifica attività svolta dal lavoratore e la modalità di trasporto impiegata: ferroviario, stradale, marittimo, aereo: per esempio, nel trasporto aereo, i lavoratori sono esposti al rischio di radiazioni e a quelli dovuti alle condizioni ergonomiche degli spazi di lavoro, per il trasporto marittimo vanno considerati i rischi biologici e quelli da gas e fumigazione nel trasporto con container.

In questo particolare periodo, l’emergenza coronavirus impone il rispetto delle procedure di cui agli allegati tecnici del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio, in particolare: allegato 14 (trasporto e logistica), allegato 15 (trasporto pubblico), allegato 16 (trasporto scolastico), allegato 17 (trasporto marittimo).

I rischi connessi, trasversalmente, alle diverse tipologie di trasporto sono quelli relativi a:

  • movimentazione manuale dei carichi
  • vibrazioni
  • rumore
  • trasporto di sostanze pericolose

DVR settore trasporti, la movimentazione manuale dei carichi

Per il DVR settore trasporti, tale attività comprende: movimentazione manuale dei carichi, le operazioni di trasporto o di sostegno di un carico ad opera di uno o più lavoratori, comprese le azioni del sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico, che, per le loro caratteristiche o in conseguenza delle condizioni ergonomiche sfavorevoli, comportano rischi di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari;

Il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure necessarie per evitare la movimentazione manuale dei carichi da parte dei lavoratori e, qualora non sia possibile, ad assicurare che la movimentazione avvenga in sicurezza fornendo ai lavoratori mezzi adeguati che riducano al minimo i rischi.

DVR settore trasporti: vibrazioni

L’articolo 201 del decreto legislativo n. 81/2008 stabilisce, per le vibrazioni trasmesse al sistema mano-braccio, i seguenti valori:

  • il valore limite di esposizione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, è fissato a 5 m/s2; mentre su periodi brevi è pari a 20 m/s2;
  • il valore d’azione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, che fa scattare l’azione, è fissato a 2,5 m/s2.

Per quanto riguarda le vibrazioni trasmesse al corpo intero, invece, i parametri sono i seguenti:

  • il valore limite di esposizione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, è fissato a 1,0 m/s2; mentre su periodi brevi è pari a 1,5 m/s2;
  • il valore d’azione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, è fissato a 0,5 m/s2.

Nel caso di variabilità del livello di esposizione giornaliero va considerato il livello giornaliero massimo ricorrente.

DVR settore trasporti: rumore

Ai sensi dell’articolo 189 del decreto legislativo n. 81/2008, i valori limite di esposizione e i valori di azione, in relazione al livello di esposizione giornaliera al rumore e alla pressione acustica di picco, sono fissati a:

  • valori limite di esposizione rispettivamente LEX = 87 dB(A) e ppeak = 200 Pa (140 dB(C) riferito a 20 µPa);
  • valori superiori di azione: rispettivamente LEX = 85 dB(A) e ppeak = 140 Pa (137 dB(C) riferito a 20 µPa);
  • valori inferiori di azione: rispettivamente LEX = 80 dB(A) e ppeak = 112 Pa (135 dB(C) riferito a 20 µPa).

Nel caso di variabilità del livello di esposizione settimanale va considerato il livello settimanale massimo ricorrente.

DVR settore trasporti: sostanze pericolose

Il datore di lavoro è tenuto ad eliminare o ridurre al minimo l’esposizione del lavoratore alle sostanze pericolose, fornendo loro dispositivi di protezione individuale, garantendo loro il rispetto delle condizioni igieniche e riducendo al minimo il numero dei lavoratori a contatto e la durata e l’intensità dell’esposizione.

Sostanze pericolose, l’elenco completo dei pittogrammi di rischio

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Sostanze pericolose, cos’è il CLP

CLP è l’acronimo di Classification Labelling and packaging ed è un sistema di classificazione delle sostanze pericolose applicabile a tutti i settori industriali, che garantisce la circolazione in sicurezza di tali sostanze e, al contempo, la salute dell’uomo e dell’ambiente. CLP indica il sistema europeo attualmente vigente.

A livello mondiale, le sostanze sono classificate dal sistema delle Nazioni Unite, il GHS. La normativa europea è stata armonizzata con il GHS tramite l’emanazione del regolamento europeo n. 1272/2008 (c.d. regolamento CLP)

Sostanze pericolose, il regolamento CLP

Le disposizioni del regolamento definiscono le sostanze critiche e stabilisce obblighi di informazione per gli operatori del mercato:

  • elenco di sostanze con le rispettive classificazioni armonizzate e i rispettivi elementi di etichettatura armonizzati a livello comunitario
  • inventario delle classificazioni e delle etichettature di sostanze
  • obblighi:
  • fabbricanti, importatori ed utilizzatori a valle devono classificare le sostanze e le miscele immesse sul mercato;
  • i fornitori sono obbligati ad etichettare ed imballare le sostanze e le miscele immesse sul mercato;
  • fabbricanti, produttori di articoli ed importatori sono tenuti a classificare le sostanze non immesse sul mercato soggette all’obbligo di registrazione o notifica ai sensi del regolamento (CE) n. 1907/2006

Sostanze pericolose, come vengono definiti i pericoli

Sono diversi, il CLP contempla:

  • pericolo chimico-fisico (esplosivo, gas, infiammabile, ossidante, corrosivo)
  • pericolo per la salute umana (tossico acuto, gravi effetti per la salute, effetti più lievi per la salute)
  • pericolo per l’ambiente (pericoloso per l’ambiente)
  • altri pericoli

Sostanze pericolose, i pittogrammi

Ad ogni pericolo corrisponde un pittogramma che dà indicazione visiva, e quindi più immediata, dei rischi:

Gas under pressure. Si utilizza sulle bombole del gas ed indica che può esplodere se riscaldato. Le misure di prevenzione sono: protezione dai raggi solari, utilizzo di guanti termici e schermo facciale, protezione degli occhi.

 

Explosive Symbol. Si trova sui fuochi di artificio e sulle munizioni. Il pittogramma indica che il prodotto è esplosivo e che, in caso di incendio, può provocare un’esplosione di massa: deve essere tenuto lontano da fonti di calore, scintille, fiamme libere e superfici riscaldate. Nelle vicinanze non si deve fumare e sono necessari guanti, indumenti protettivi e protezioni facciali per occhi e viso.

 

Oxdising symbol. Il pittogramma si può trovare su decoloranti ed ossigeno a scopi medici. Il prodotto non deve essere avvicinato a fonti di calore, scintille, fiamme libere e superfici riscaldate. L’operatore che lo utilizza deve proteggersi con dispositivi di protezione individuale ed indumenti protettivi e sciacquare abbondantemente con acqua sia i tessuti che la pelle.

 

Flammable symbol. Si utilizza per gas, aerosol, liquidi, vapori e solidi infiammabili ed altamente infiammabili. È il simbolo utilizzato per l’olio per lampade, la benzina e l’acetone. È vietato vaporizzare su fiamma libera o altra fonte di accensione ed è necessario tenere lontano da fonti di calore, scintille, fiamme libere e superfici riscaldate. L’operatore non deve fumare nelle vicinanze, deve conservare il recipiente ben chiuso e lontano dai raggi solari.

 

Corrosive simbol. Si utilizza per prodotti disgorganti, acido acetico, acido cloridrico, ammoniaca; indica che può essere corrosivo per i metalli e provocare ustioni cutanee e lesioni oculari gravi. L’operatore non deve respirare il prodotto, deve conservarlo nel contenitore originale e sottochiave, indossare i dispositivi di protezione individuale per utilizzarlo.

 

Health Hazard Symbol. Lo troviamo su detersivi, detergenti per il bagno, fluidi refrigeranti. Il simbolo indica possibili irritazioni delle vie respiratorie, sonnolenza, vertigini, reazioni cutanee allergiche, irritazioni oculari e danno all’ambiente: i prodotti che recano questo pittogramma distruggono l’ozono della parte superiore dell’atmosfera. L’operatore deve contattare subito il centro antiveleni in caso di ingestione, sciacquare accuratamente pelle ed occhi dopo l’uso, utilizzare il prodotto in ambienti ventilati.

 

Acute toxicity. Il simbolo è apposto su pesticidi, biocidi, metanolo ed indica che il prodotto è tossico e letale se ingerito, deve essere utilizzato in ambienti ventilati e, in caso di ingestione, deve essere contattato il centro antiveleni.

 

Serious health hazard. Il pittogramma si trova su Trementina, benzina ed olio per lampade. Il prodotto può provocare lesioni agli organi e danni alla fertilità se ingerito o inalato, è cancerogeno ed è letale se ingerito.

 

Hazardous to the environment. Il simbolo è apposto su pesticidi, benzina, trementina, indica che il prodotto è molto tossico per gli organismi acquatici di lunga durata. L’utilizzatore non deve disperderlo nell’ambiente.

Il trattamento dell’aria riduce il contagio da coronavirus – Lo studio

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La ventilazione meccanica può migliorare la qualità dell’aria negli ambienti indoor: la climatizzazione incide molto sulle modalità di propagazione del coronavirus tramite droplets ed aerosol, l’ulteriore conferma arriva da una simulazione realizzata con uno studio condotto dall’Ospedale Bambin Gesù, lo spin-off universitario Ergon Research e la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research.

Lo studio

Lo studio ha considerato il movimento, nell’aria delle goccioline più grandi (droplets) e più piccole (aerosol) in seguito ad un colpo di tosse emesso senza mascherina in un ambiente occupato sei adulti e sei bambini, senza mascherina, a distanze diverse: i più vicini, ad 1,76 metri da chi tossiche e i più lontani a 4 metri da chi tossisce, scenario assimilabile a molti contesti di attività professionali e sociali.

La situazione è stata riprodotta virtualmente con una simulazione fluidodinamica computazionale che ha considerato la velocità dell’aria fuoriuscita con il colpo di tosse, la temperatura della stanza e la dimensione dei droplets.

Il movimento di droplets e aerosol è stato osservato nei trenta secondi successivi al colpo di tosse in tre diversi scenari:

  • Con il sistema di areazione spento
  • Con il sistema di areazione a velocità standard
  • Con il sistema di areazione a velocità doppia

Per ogni scenario è stato osservata la quantità di aria contaminata inalata dai presenti.

I risultati

Lo studio conferma che i sistemi di condizionamento dell’aria sono fondamentali per il controllo della dispersione di droplets ed aerosol negli ambienti chiusi.

Nello specifico, il raddoppio della portata dell’aria condizionata (calcolata in metri cubi orari) riduce del 99,6% la concentrazione delle particelle contaminate e provoca una dispersione di droplets e aerosol più rapida e su distanze maggiori rispetto a quanto accade con il condizionamento spento o a portata standard.

Le quantità di aria contaminata inalata dai presenti varia, quindi, molto in base al tipo di climatizzazione dell’ambiente:

  • Condizionatore spento: le persone più vicine a chi emette il colpo di tosse inalano l’11% dell’aria contaminata che, invece, non raggiunge i più lontani
  • Sistema di areazione a velocità standard: le persone più vicine a chi emette il colpo di tosse respirano il 2,5% di aria contaminata, quelle più lontane lo 0,5%
  • Sistema di areazione a velocità doppia: le persone vicine a chi emette il colpo di tosse respirano lo 0,3% di particelle contaminate, quelle più lontane ne inalano quantità irrilevanti ai fini del contagio (0,08%)

Fonte: Studio Ospedale Bambin Gesù, Ergon Research, Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) – Environmental Research

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