Skip to main content
Category

Sicurezza sul Lavoro

Formazione Finanziata: un’opportunità per le Aziende

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

La formazione finanziata è la possibilità, per le aziende, di organizzare e di beneficiarie di corsi di formazione per il proprio personale, i cui costi sono in parte o totalmente coperti da contributi pubblici. Le fonti di finanziamenti sono le più disparate, dai fondi Europei, passando per le regioni, le camere di commercio e ovviamente i fondi interprofessionali.

Nel nostro caso ci vogliamo soffermare sugli ultimi sopra citati.

I fondi interprofessionali

I fondi interprofessionali sono organismi di natura associativa promossi e costituiti congiuntamente dalle Organizzazioni Datoriali e Sindacali su base settoriale, istituiti dalla Legge 388/2000, art. 118. La legge li autorizza a raccogliere lo 0,30% del contributo obbligatorio di Indennità di Disoccupazione Involontaria che ogni Azienda versa mensilmente all’INPS e a ridistribuirlo ai propri iscritti per finanziare attività di formazione rivolte ai lavoratori.

Per aderire ad un fondo si attua una procedura standard in cui l’azienda ne richiede l’iscrizione tramite l’accesso all’UNIEMENS, indicando la data di iscrizione e il numero di lavoratori presenti. L’effetto dell’adesione decorre dal mese di competenza della denuncia UNIEMENS, nel quale è stato inserito il codice di iscrizione.

Se un’impresa possiede più matricole Inps l’adesione va effettuata per ogni diversa ragione sociale e non si può essere iscritti a più fondi con la stessa azienda. Inoltre, va specificato che si può cambiare il fondo in qualsiasi momento lo si voglia. È possibile richiedere il trasferimento al nuovo Fondo del 70% di quanto già versato al precedente Fondo, e l’importo non deve essere inferiore ai tremila euro.

Sistema di Imprese

Il Gruppo Maurizi ha deciso di collaborare con un fondo di nome FonArCom, creando un raggruppamento di aziende, detto SDI (Sistema di Imprese), che tramite il nostro supporto ha l’opportunità di intraprendere percorsi formativi gratuiti.

Possono entrare nel SDI tutte le aziende in regola con il versamento dei contributi obbligatori, indipendentemente da dimensione, settore di appartenenza e necessità formative. Dal 2019 ad oggi questa partnership di successo ha già 190 aziende aderenti, 18 piani finanziati e 2163 dipendenti formati.

Sfruttando questa normativa si possono formare lavoratori e lavoratrici dipendenti per i quali sussiste l’obbligo di contribuzione (PT/FT), lavoratori a tempo determinato con ricorrenza stagionale, disoccupati, apprendisti e lavoratori in CIG. Non si possono invece formare Co.co.co, dirigenti, amministratori, titolari di aziende, collaboratori a P.IVA, stagisti, tirocinanti e collaboratori occasionali.

Quali sono i vantaggi della formazione finanziata

Entrare a far parte di un sistema mutualistico permette alle aziende di formare i dipendenti gratuitamente, scegliere le date dei corsi e le modalità (in aula o da remoto), non avere oneri amministrativi o di organizzazione, e avere un partner che ricorda al datore di lavoro le scadenze relative alla formazione obbligatoria.

In conclusione, possiamo affermare che la formazione finanziata è un’opportunità che andrebbe sfruttata maggiormente dalle aziende con lavoratori, risparmiando tempo e abbassando notevolmente i costi dei corsi di formazione utili alla crescita dei dipendenti.

Gruppo Maurizi è a disposizione e può supportarvi per attivare questo meccanismo virtuoso.

Microclima: principali disagi e valutazione del rischio

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Premessa

Nonostante l’obbligo per il datore di lavoro di valutare tutti i rischi nei luoghi di lavoro al fine salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori (in accordo con quanto previsto dal D.Lgs. 81/08), ci sono dei rischi che è più facile riconoscere come tali ed altri che potrebbero essere più difficili da individuare; uno di essi è proprio il rischio costituito dal microclima negli ambienti di lavoro.

Infatti, spesso nelle aziende non viene attribuita la giusta importanza al microclima degli ambienti lavorativi e non ci si rende conto che condizioni microclimatiche disagevoli come sbalzi di temperatura, umidità o correnti d’aria eccessive, non solo possono compromettere la salute fisica ed il benessere psicologico dei lavoratori, ma possono altresì incidere sulle performance lavorative a discapito della produttività di un’azienda.

 

Cos’è il microclima e perché è importante valutarlo

Con il termine microclima si intende il complesso di parametri ambientali (temperatura dell’aria, temperatura media radiante, velocità dell’aria, umidità relativa) e di altri parametri individuali quali l’attività metabolica correlata al compito lavorativo e la resistenza termica del vestiario determinata dalle caratteristiche dell’abbigliamento indossato, che caratterizzano e determinano gli scambi termici tra l’ambiente e gli individui che lo occupano.

Un microclima considerato confortevole genera nelle persone una sensazione di benessere, definita di comfort termico, in cui il soggetto non avverte sensazioni di caldo o di freddo e, contemporaneamente, dimostra uno stato di soddisfazione psichica per le condizioni microclimatiche ambientali.

Un microclima adeguato viene considerato un requisito indispensabile per la salute e la sicurezza di un lavoratore. Condizioni microclimatiche non corrette, infatti, possono dare luogo a diversi effetti sulle persone, che vanno dalla semplice percezione di un disagio termico ad un’influenza negativa sulle loro funzioni vitali, andando ad incidere anche sull’attività lavorativa.

Le condizioni microclimatiche rappresentano quindi un importante fattore ergonomico da preservare in quanto, se inadeguate, possono arrecare un notevole disagio ai lavoratori. La maggior parte della popolazione trascorre infatti molto tempo all’interno di edifici chiusi, lamentando spesso disagi riferibili agli aspetti microclimatici dei locali in cui viene svolta l’attività lavorativa.

Il D.Lgs. 81/08 stabilisce l’obbligo per il datore di lavoro di valutare i rischi nei luoghi di lavoro, compresi quelli legati alle condizioni microclimatiche, al fine di garantire la tutela del benessere psicofisico dei lavoratori. Pertanto, il microclima degli ambienti di lavoro rappresenta un aspetto che non può e non deve essere trascurato.

 

I disagi derivanti dal microclima inadeguato

Come già detto i disagi derivanti da condizioni microclimatiche inadeguate possono avere un impatto significativo sia sulla salute fisica che sul benessere psicologico dei lavoratori, nonché sull’economia aziendale.

Un forte stress termico, come ad esempio esposizioni prolungate a temperature inadeguate o a correnti d’aria dirette, possono causare malesseri fisici a carico dell’apparato respiratorio, gastrointestinale, muscolo-scheletrico, fino ad arrivare in casi estremi a colpi di calore o di freddo con effetti anche gravi sull’intero organismo.

Inoltre, una non corretta manutenzione degli impianti di condizionamento oppure una revisione superficiale dei filtri dell’aria, può essere concausa di una proliferazione batterica negli impianti, soprattutto in presenza di livelli di umidità elevati, con possibili conseguenze a livello biologico (es. contaminazione da legionella).

 

La valutazione del rischio

Il D.Lgs. 81/08, al Titolo VIII, considera il microclima come agente di rischio fisico. Sebbene mancante di un capo specifico all’interno del Decreto (come per gli altri agenti fisici), per la valutazione del microclima si fa riferimento alle Norme di buona tecnica (UNI, ISO) ed altre buone prassi, in modo da identificare e adottare le misure di prevenzione e protezione più adeguate.

La valutazione del microclima ambientale e del comfort dei lavoratori avviene attraverso la misurazione di parametri ambientali ed individuali, seguita dall’elaborazione di specifici indici di comfort che permettono di esprimere numericamente le condizioni microclimatiche dell’ambiente monitorato.

Una corretta valutazione può essere svolta solamente con strumenti certificati e tarati periodicamente (centralina per rilievi microclimatici e relative sonde) in grado di determinare oggettivamente e con precisione le condizioni operative, ovvero il rischio per i lavoratori derivante dalle condizioni microclimatiche, in relazione alla tipologia di attività svolta.

La valutazione del microclima mediante indagini strumentali è utile per verificare l’efficienza e l’efficacia degli impianti (riscaldamento, raffrescamento, …) durante il loro funzionamento, nonché l’adeguatezza di eventuali modifiche a livello strutturale e/o di impianti che possono impattare sulle condizioni microclimatiche.

A seguito della valutazione, è possibile determinare l’eventuale presenza del rischio per i lavoratori e, dunque, definire le misure da adottare per eliminare tale rischio.

I dati ottenuti dalla valutazione, misurazione e calcolo dei livelli di esposizione costituiscono parte integrante del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR).

La valutazione del microclima offre quindi innumerevoli vantaggi in quanto consente di migliorare la fruizione degli ambienti, creare le condizioni giuste per la salubrità, per un’idonea conservazione degli oggetti e delle strutture edilizie, oltre che a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori presenti negli ambienti di lavoro.

 

Frequenza e aggiornamento della valutazione

Come per gli altri agenti fisici, anche la valutazione del rischio microclima deve essere eseguita con periodicità quadriennale e in occasione di variazioni significative delle condizioni operative e/o impiantistiche che potrebbero renderla obsoleta, ovvero, quando i risultati della sorveglianza sanitaria rendano necessaria la sua revisione.

Per quanto riguarda gli ambienti in cui microclima può essere controllato attraverso sistemi di trattamento dell’aria (impianti di riscaldamento e raffrescamento), è opportuno che le indagini strumentali vegano svolte in relazione alle variabili climatiche esterne che influenzano radicalmente le condizioni di temperatura e umidità all’interno dell’ambiente; pertanto si consiglia di effettuare almeno 2 campagne di rilievi ogni 4 anni, ovvero durante la stagione invernale e durante quella estiva per verificare l’adeguatezza degli impianti di riscaldamento e di raffrescamento degli ambienti di lavoro.

 

Chi può effettuare la valutazione

La valutazione del rischio deve essere effettuata da personale qualificato in possesso di specifiche conoscenze in materia, nonché di strumenti di misura certificati e sottoposti a taratura periodica.

6

Valutazione della sicurezza dei laser

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Tutti i datori di lavoro di aziende in cui vengono utilizzati strumenti LASER devono avere cura di effettuare una valutazione del rischio specifica, per prevenire incidenti e infortuni a danno degli operatori addetti e di chiunque si trovi in prossimità della strumentazione.

La valutazione del rischio da radiazioni ottiche artificiali coerenti, all’interno delle quali sono collocati i LASER, prevede l’analisi della tipologia di strumentazione presente, in particolare per quanto riguarda la classe del LASER e le sue specifiche tecniche, lo studio degli ambienti in cui lo strumento è collocato e le modalità di utilizzo.

A seguito di questa attenta valutazione, svolta da un professionista esperto, sarà possibile elaborare un piano di gestione del rischio.

Qualora ci siano LASER di Classe 3 oppure 4, ad esempio, il datore di lavoro dovrà provvedere alla nomina di un esperto per la sicurezza dello strumento. Nello specifico si tratterà del seguente professionista:

  • Nelle aziende del settore sanitario, l’esperto prende il nome di Addetto Sicurezza Laser (ASL)
  • Nelle altre aziende, l’esperto sarà il Tecnico Sicurezza Laser (TSL).

Chi è il Tecnico/Addetto Sicurezza Laser?

Nelle aziende con LASER di classe 3B o LASER di classe 4, il datore di lavoro nomina un ASL/TSL. Si tratta di un esperto in grado di gestire gli aspetti di sicurezza connessi alla presenza ed utilizzo degli strumenti, mettendo in pratica tutte le buone prassi indicate dal produttore dell’apparecchio nella documentazione obbligatoria. Il Tecnico/Addetto provvederà inoltre a indicare l’eventuale necessità di una Zona Laser Controllata, verificandone la rispondenza ai requisiti tecnici, e la presenza e adeguatezza dei DPI previsti per gli utilizzatori (e non solo!) degli strumenti.

Questo esperto si occuperà anche di predisporre la documentazione di sicurezza aziendale, le procedure di verifica e manutenzione sulla strumentazione, nonché di visitare regolarmente gli ambienti di lavoro per verificare il corretto funzionamento dei dispositivi di sicurezza, il posizionamento delle macchine in conformità con le procedure ed evidenzia la presenza di non conformità nella gestione della sicurezza.

Chi deve nominare un Tecnico/Addetto Sicurezza Laser?

Chiunque possieda nel proprio ambiente di lavoro un laser in classe 3B o 4, deve necessariamente individuare un TSL/ASL ai sensi dell’art. 181, co. 2 del D. Lgs 81/08. Il ruolo può essere coperto.

Questa tipologia di strumenti è presente in un gran numero di settori lavorativi, tra cui (a titolo esemplificativo e non esaustivo):

  • Settore sanitario (fisioterapia, oftalmologia, ginecologia, odontoiatria…)
  • Settore estetico
  • Settore dell’arte e intrattenimento (restauro, effetti speciali e giochi di luce)
  • Laboratori di ricerca (spettrometria, spettroscopia)
  • Settore industriale (telecomunicazioni, lavorazioni tipo taglio, saldatura, incisione)

Tutti i laser sono pericolosi?

Ovviamente no! L’utilizzo dei LASER avviene anche in strumentazione che non presenta profili di rischio per le caratteristiche del flusso luminoso e/o dell’accessibilità dello stesso all’occhio e alla pelle degli operatori. Ad esempio, è basato su laser il funzionamento di lettori di dischi ottici, stampanti, lettori di codici a barre…

È, comunque, opportuno tener conto delle diverse sorgenti che possono essere presenti, aver cura di esaminarne la documentazione di sicurezza e le etichette presenti, al fine di comprendere i potenziali rischi ed implementare tutte le misure di controllo necessarie.

La ristorazione e il digitale: esplosione di robot, applicazioni e menù con QR code, cosa dice la normativa

By Digitale, Sicurezza sul LavoroNo Comments

La Pandemia ha portato profondi cambiamenti all’interno del mondo legato alla ristorazione. È innegabile che tante cose sono evolute, prima fra tutte l’utilizzo di nuove tecnologie al servizio del ristoratore e dei suoi clienti.

I gestori sono stati costretti a destreggiarsi non facilmente tra le nuove procedure. Spesso fanno i conti con normative complesse o mancanza di personale. Tra l’altro anche il cliente, costretto spesso a casa, si è evoluto, ed ha cominciato ad utilizzare più canali di comunicazione e prenotazione nell’interazione con le attività alimentari.

Per ovviare a queste problematiche (ingressi contingentati, delivery, verifica delle certificazioni) è piombata sugli imprenditori la tecnologia. Negli ultimi due anni però il settore della ristorazione non ha avuto quella netta accelerazione verso la digitalizzazione, che è avvenuta invece in altri settori. Solo il 37% delle imprese di questo comparto ammette di aver utilizzato nuove tecnologie al servizio dell’azienda. Influisce in questo la mancanza di budget di tali aziende, che hanno sofferto e soffrono tutt’ora il momento storico che stiamo vivendo. Eppure, è evidente l’urgenza di far partire un processo di digitalizzazione, per poi non perdere competitività e di ricavi. Anche perché le novità si susseguono, come la creazione di applicazioni che permettono la gestione di ingressi e prenotazioni. Per non parlare dei robot che stanno sostituendo i camerieri, o dei menù con QR code, che tendono a far eliminare i classici menù cartacei o plastificati. Inoltre, ora il cliente può spesso usufruire di tablet per ordinare direttamente dal posto, senza dover interagire con il personale in sala. Questi nuovi approcci sono stati introdotti anche per dare al cliente un’idea di minore interazione e quindi maggiore sicurezza a livello igienico sanitario. I processi, in questo modo, vengono semplificati. Alcuni ristoranti, così come tanti supermercati, sono già in possesso di casse automatiche, cosicché il cliente può acquistare e pagare in completa autonomia.

Stress e Tecnostress: cosa deve fare il datore di lavoro

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Lo stress da lavoro correlato è la percezione di squilibrio che un lavoratore avverte quando le sue capacità non sono commisurate alle richieste dell’ambiente lavorativo.

Da oltre 13 anni la sua valutazione è notoriamente obbligatoria ai sensi del “Testo Unico” per la sicurezza sui luoghi di lavoro (valutazione stress lavoro-correlato, ex art. 28 del D.Lgs. 81/08).

Inoltre, il termine tecnostress non è certo una novità degli ultimi anni; infatti, è stato coniato dallo psicologo americano Craig Brod autore del libro dal titolo “Technostress: the human cost of computer revolution” pubblicato nel 1984.

Brod definisce il tecnostress come “una moderna malattia dell’adattamento causata dall’incapacità di far fronte alle nuove tecnologie informatiche in modo sano”.

Alla fine degli anni ’90, il significato del termine è stato ampliato indicando con esso “qualsiasi impatto negativo su atteggiamenti, pensieri, comportamenti o sulla psicologia causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”.

Il tecnostress è una sindrome da stress causata dall’utilizzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (in acronimo TIC o ICT, dall’inglese information and communications technology): è una forma di stress causata da un utilizzo eccessivo, smodato e disfunzionale da tali tecnologie che ha impatti significativi sia sulla vita sociale dell’individuo che su quella lavorativa.

In generale hardware, software, e comunicazione digitale (ICT) sono i 3 settori su cui vengono sviluppate le tecnologie IT che oggi sono impiegate in modo diffuso nei contesti sociali, commerciali ed economici di tutto il mondo.

Stiamo vivendo un periodo di profondi cambiamenti, non solo dal punto di vista lavorativo. Per questo l’attenzione al tema del benessere deve essere prioritario. Negli ultimi anni, anche e soprattutto a causa della pandemia Covid-19, la componente tecnologica è divenuta parte sempre integrante di qualsiasi organizzazione, per cui è necessario approfondire il tema dello stress e del benessere dei lavoratori alla luce di questi cambiamenti.

Alla luce dei principali cambiamenti tecnologici e soprattutto alla crescente necessità del loro utilizzo negli ultimi anni, questa definizione assume nuove sfaccettature: l’accesso globale a Internet e la diffusione capillare e pressochè ininterrotta di dispositivi elettronici connessi alla rete, in primis gli smartphone. Nell’era dell’iperconnnessione, dunque, il tecnostress si configura principalmente come il sovraccarico di informazioni da gestire anche da diversi device contemporaneamente, accompagnato dal rapidissimo aggiornamento di hardware e software.

In Italia una sentenza della Procura di Torino del 2007 ha dichiarato che il TecnoStress è una nuova malattia professionale e nel 2014 l’Inail, durante un congresso di medici del lavoro a Rimini, ha preso una posizione netta: il TecnoStress è una malattia professionale “non tabellata” (onere della prova a carico del lavoratore), ma è un rischio concreto nel lavoro moderno, in cui tutti usano il computer, il telefono cellulare, il tablet, Internet e flussi enormi di informazioni digitali.

La pandemia di sicuro ha dato una forte spinta al digitale nella quotidianità, sia dal punto di vista lavorativo che di quello relazionale.

Questo, da un lato, ha creato senza dubbio importanti opportunità di crescita e accelerazione per molte realtà del nostro Paese e ha permesso a molte attività lavorative di riorganizzarsi al meglio per superare le difficoltà imposte dalle restrizioni.

Lo stare continuamente connessi al mondo ci porta però a non separare nettamente il tempo di lavoro da quello privato, mescolando i due ambiti. La dilatazione dei tempi di lavoro, il sovraccarico cognitivo determinato da una quantità sempre più ampia di informazioni da gestire tramite le tecnologie ICT, la necessità di aggiornarsi per usare tecnologie sempre nuove.

E tutto ciò scopre l’altro lato della medaglia: un ulteriore diffondersi della sindrome da stress associata all’uso costante di strumenti tecnologici nota appunto come “tecnostress”.

Il tecnostress riguarda quindi i lavoratori dipendenti che utilizzano le tecnologie informative e digitali. Si manifesta nel momento in cui la persona deve sopportare un’esposizione prolungata alla pressione lavorativa. Tale pressione può procurare disturbi e disfunzioni di natura fisica, psicologica e sociale.

Lo stress lavoro correlato, che include il tecnostress è causa del 50-60% di giornate lavorative perse, con un riflesso importante in termini di costo economico per il sistema produttivo.

È chiaro, dunque, che gli effetti del tecnostress non ricadono solo sul lavoratore ma su tutto il sistema produttivo dell’organizzazione.

Per questo, la valutazione preliminare dello stress lavoro correlato (basata proprio sull’analisi degli indicatori aziendali, contesto e contenuto del lavoro) potrebbe già essere in alcuni casi in grado di “smascherare” campanelli di allarme o, peggio, situazioni conclamate di rischio se non addirittura di “danni evidenti”, che ne richiedono un’analisi più approfondita, per identificare le cause e intervenire tempestivamente con misure correttive volte alla mitigazione del rischio.

Essendo però la sintomatologia da tecnostress di carattere soggettivo, solitamente non è possibile limitarsi ad una valutazione “oggettiva”, ovvero con la fase di valutazione preliminare.

Spesso la sindrome non viene identificata nelle prime fasi, rischiando così di degenerare sino a costituire un forte o totale impedimento nello svolgimento delle attività quotidiane e nel contesto relazionale.

I sintomi da tecnostress si possono suddividere in:

  • soggettivi:stati di ansia, apatia, attacchi di panico, depressione, euforia, irritabilità, tristezza, solitudine, rabbia.
  • comportamentali:disturbi alimentari, alcolismo, droghe, eccitabilità, irrequietezza, difficoltà nel parlare, rabbia, libido, alterazioni comportamentali, insofferenza verso le relazioni e il contatto umano, aggressività, passività, tendenza all’isolamento, immobilismo.
  • cognitivi:difficoltà nello svolgimento delle mansioni e nel processo decisionale, calo dell’attenzione, diminuzione della concentrazione, riduzione e perdita d’efficacia, difficoltà nel relazionarsi e nel lavorare in team, amnesie lievi, assenze, calo del funzionamento intellettuale, aumento di sensibilità e suscettibilità a critiche, distorsioni e fraintendimenti.
  • fisiologici:ipertensione, disturbi cardiocircolatori, sudorazione, difficoltà respiratorie, vertigini, mal di testa, mal di schiena, disturbi del sonno, stanchezza cronica, affaticamento mentale, disturbi gastrointestinali.
  • organizzativi: assenteismo, scarsa produttività, perdita d produttività, alto tasso di incidenti, antagonismo, insoddisfazione, ritardo, malfunzionamenti nei processi, aumento del rischio per la salute e la sicurezza delle imprese, costi sociali e medici.

È quindi fondamentale una valutazione funzionale e contestuale dello stress lavoro-correlato, compreso il tecnostress che, così come si è evoluto negli ultimi anni, è ancor più complessa e richiede consapevolezza innanzitutto da parte dei vertici aziendali, quindi competenze specifiche in materia e di conseguenza il coinvolgimento di più figure professionali, tra le quali uno psicologo (preferibilmente del lavoro o comunque esperto in materia di rischi psicosociali).

Bisogna dunque precedere a un’attenta valutazione del rischio da tecnostress e mettere in pratica azioni di formazione e prevenzione con tutto il personale potenzialmente esposto a tale rischio.

 

La norma UNI ISO 45001:2018 nelle strutture sanitarie

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Cosa è la norma UNI ISO 45001?

La norma ISO 45001 specifica i requisiti per un sistema di gestione per la salute e sicurezza sul lavoro.

Lo scopo è quello di prevenire lesioni e malattie dei lavoratori correlate al lavoro e predisporre luoghi di lavoro sicuri e salubri; conseguentemente è molto importante per l’organizzazione eliminare i pericoli e ridurre al minimo i rischi.

Quali sono i fattori di successo di un Sistema di Gestione secondo la ISO 45001?

Il successo del sistema di gestione dipende dalla leadership, dall’impegno e dalla partecipazione da parte di tutti i livelli e tutte le funzioni dell’organizzazione.

Tra i principali fattori di successo troviamo:

  • Leadership e impegno della Direzione
  • Sviluppo di una cultura aziendale con una attenzione alla sicurezza sul lavoro
  • Comunicazione
  • Consultazione dei lavoratori
  • Monitoraggio dei processi e valutazione continua delle prestazioni

Come può il sistema di gestione aiutare a migliorare le organizzazioni nella salute e sicurezza sul lavoro?

Il sistema di gestione si basa sul così detto ciclo di Deming o Plan – Do – Check – Act (PDCA).

Tale ciclo prevede 4 fasi:

  • PLAN: Stabilire gli obiettivi di salute e sicurezza sul lavoro e i processi necessari per fornire risultati conformi alla politica sulla salute e sicurezza dell’organizzazione
  • DO: Attuare i processi come pianificati nella fase del PLAN
  • CHECK: Monitorare e misurare i processi a fronte della politica ambientale, compresi i suoi impegni, degli obiettivi ambientali e dei criteri operativi, e riferire i risultati.
  • ACT: Intraprendere azioni per migliorare in continuo pianificandole.

Seguendo questo ciclo l’organizzazione riesce ad attuare un “miglioramento continuo”.

Quali sono i vantaggi di un sistema di gestione conforme alla norma ISO 45001?

Il principale vantaggio tenere sotto controllo il rispetto degli adempimenti normativi cogenti attraverso:

  • Monitoraggio costante
  • Audit interni
  • Audit effettuato da ente di certificazione (organismo esterno e indipendente)

In seguito al monitoraggio possono emergere degli spunti di miglioramento che l’organizzazione prenderà in carico per migliorare la gestione della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Perché è utile nelle aziende sanitarie?

Le aziende sanitarie per loro natura presentano diverse tipologie di rischi per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro di varia natura: chimico, biologico, radiazioni ionizzanti, ecc.

Avere uno scadenzario delle attività da svolgere, conservare tutta la documentazione in modo ordinato, avere uno scadenzario per le visite mediche, verificare attraverso visite ispettive il rispetto di tutti i requisiti cogenti applicabili porta alle aziende un grande vantaggio in quanto accorgersi di un errore in fase di controllo (check) permette di risolvere il problema evitando di incorrere in sanzioni ma soprattutto evitando di mettere in pericolo la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Come possiamo aiutarti ad ottenere la certificazione?

Implementazione del sistema di gestione con valutazione della documentazione prevista dalla normativa cogente presente in azienda ed eventuale richiesta di integrazioni.

Corsi di sicurezza, quali sono quelli da fare?

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

ll D.lgs. 81/2008, ovvero il Testo Unico, definisce la formazione come:

“Il Processo educativo attraverso il quale trasferire ai lavoratori […] competenze finalizzate allo svolgimento in sicurezza dei rispettivi compiti in azienda e alla identificazione, alla riduzione e alla gestione dei rischi”,

attribuendo quindi un significato complesso, che non si limita al mero trasferimento di informazioni, ma che si articola su un percorso finalizzato al raggiungimento di più obiettivi e all’acquisizione di competenze rivolte a creare una sorta di riconosciuta professionalità, nell’ambito della consapevolezza dei rischi e quindi della loro gestione.

In relazione al ruolo ricoperto da ciascun lavoratore all’interno della propria azienda (datore di lavoro, dirigenti, preposti, lavoratori, addetti alle emergenze, rappresentanti dei lavoratori, …) lo stesso deve ricevere un’adeguata formazione, addestramento e aggiornamento periodico, come di seguito riportato.

1. Corsi di sicurezza: la formazione dei lavoratori, dei preposti, dei dirigenti e dei loro rappresentanti (articolo 37 del D.Lgs. del n. 81/2008)

La durata, i contenuti minimi e le modalità di erogazione della suddetta formazione sono definiti mediante accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, previa consultazione delle parti sociali.

La durata minima complessiva, come riportata nell’Accordo del 2011, dei corsi di formazione per i Lavoratori, in base alla classificazione dei settori:

  • 4 ore di Formazione Generale + 4 ore di Formazione Specifica per i settori della classe di rischio basso: TOTALE 8 ore;
  • 4 ore di Formazione Generale + 8 ore di Formazione Specifica per i settori della classe di rischio medio: TOTALE 12 ore;
  • 4 ore di Formazione Generale + 12 ore di Formazione Specifica per i settori della classe di rischio alto: TOTALE 16 ore.

Ci possono essere inoltre all’interno di un’azienda, in relazione alla sua complessità e organizzazione, figure che ricoprono ruoli di preposto e dirigente; tali lavoratori devono ricevere un’ulteriore formazione, sempre secondo le direttive riportate nell’Accordo del 2011 e 2016.

Per il Preposto (punto 5 dell’accordo) è previsto lo stesso percorso formativo dei lavoratori con l’aggiunta di una formazione particolare la cui durata minima è prevista in 8 ore.

La formazione dei Dirigenti (punto 6 dell’accordo) deve avere una durata minima di 16 ore.

Per il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), la durata minima del corso di formazione è di 32 ore ed aggiornamenti periodici in relazione alla dimensione aziendale.

Corsi di Sicurezza da fare e aggiornamenti

Per i lavoratori è previsto un aggiornamento quinquennale di durata minima di 6 ore per tutti e tre i livelli di rischio (basso, medio, alto).

Per i preposti è previsto un aggiornamento quinquennale di durata minima di 6 ore.

Per i dirigenti è previsto un aggiornamento quinquennale di durata minima di 6 ore.

Per gli RLS, l’aggiornamento è annuale e varia in relazione alla dimensione aziendale:

  • per RLS in aziende che occupano dai 15 ai 50 lavoratori: 4 ore;
  • per RLS in aziende che occupano più di 50 lavoratori: 8 ore.

2. Attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori (articolo 73, comma 5 del D.Lgs. n. 81/2008)

I lavoratori che devono condurre macchine particolari (ad esempio carrelli elevatori, trattori, gru, piattaforme di lavoro elevabili, etc.), devono ricevere la formazione e addestramento relativi alle attrezzature di lavoro secondo l’Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2012, che identifica specifici programmi e durate in relazione alla tipologia di attrezzatura, articolando il corso in parti teoriche-tecniche e pratiche. La parte relativa all’addestramento può essere garantita anche da un collega più esperto che ne abbia le certificate competenze.

Le attrezzature di lavoro, secondo l’allegato A del suddetto accordo stato regioni, per le quali è richiesta una specifica abilitazione e formazione degli operatori sono:

  • Piattaforme di lavoro mobili elevabili;
  • Gru a torre;
  • Gru mobile;
  • Gru per autocarro;
  • Carrelli semoventi con conducente a bordo;
  • Trattori agricoli o forestali;
  • Macchine movimento terra (escavatori idraulici, escavatori a fune, terne, …);
  • Pompa per calcestruzzo.

La durata dei corsi, varia da un minimo di 8 ore ad un massimo di 22 ore; l’abilitazione così ottenuta (previo superamento delle prove di verifica dell’apprendimento) ha validità quinquennale ed entro tale periodo il lavoratore dovrà frequentare un corso di aggiornamento della durata minima di 4 ore di cui almeno 3 su aspetti pratici.

3. Addetti alle squadre di emergenza antincendio e primo soccorso (articolo 43 del D.Lgs. n. 81/2008)

Il decreto legislativo 81/08 all’art. 43 comma 1 lettera b) stabilisce che il datore di lavoro è tenuto a designare uno o più lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di primo soccorso, prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione delle emergenze.
Tutti i lavoratori che svolgono l’incarico di addetto alla squadra di primo soccorso e emergenza antincendio devono ricevere una specifica formazione attraverso dei corsi specifici.

  • Primo soccorso (DM 388/2003): La formazione dei lavoratori designati è svolta da personale medico che si avvale della collaborazione di personale infermieristico o di altro personale specializzato, nello svolgimento della parte pratica della formazione tramite simulazioni; le aziende, tenuto conto della tipologia di attività svolta, del numero dei lavoratori occupati e dei fattori di rischio, sono classificate in tre gruppi:
    • Aziende di gruppo A: 16 ore;
    • Aziende di gruppo B e C: 12 ore.

L’aggiornamento obbligatorio per gli addetti di primo soccorso è triennale:

  • Aziende di gruppo A: 6 ore;
  • Aziende di gruppo B e C: 4 ore.
  • Antincendio (DM 10 marzo 1998): i contenuti di tali corsi di formazione antincendio devono essere correlati alla tipologia delle attività ed al livello di rischio incendio delle stesse (rischio elevato, rischio medio, rischio basso).
    • Rischio incendio basso: 4 ore;
    • Rischio incendio medio: 8 ore;
    • Rischio incendio elevato: 16 ore.

L’aggiornamento obbligatorio per gli addetti antincendio è “periodico”, ma sebbene non sia definita la frequenza (annuale/triennale/quinquennale), è buona prassi allinearsi alla periodicità dell’aggiornamento degli addetti di primo soccorso, ovvero triennale; la durata, come definito dai Vigli del Fuoco con la circolare del 23 febbraio 2011 è la seguente:

  • Rischio incendio basso: 2 ore;
  • Rischio incendio medio: 5 ore;
  • Rischio incendio elevato: 8 ore.

4. Corsi di sicurezza da fare: Datore di lavoro che ricopre l’incarico di RSPP (articolo 34 del D.Lgs. 81/2008)

Il datore di lavoro che svolge direttamente i compiti del Servizio di Prevenzione e Protezione (DLSPP) deve frequentare corsi di formazione, di durata minima di 16 ore e massima di 48 ore, adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative, nel rispetto dei contenuti e delle articolazioni definiti mediante Accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano.

I percorsi formativi sono articolati in moduli associati a tre differenti livelli di rischio, individuato in base al settore Ateco 2002 di appartenenza, associato ad uno dei tre livelli di rischio, (Individuazione macro categorie di rischio e corrispondenze ATECO 2002-2007).

La formazione iniziale di un corso RSPP per il datore di lavoro è quindi così distinta:

  • Rischio basso 16 ore;
  • Rischio medio 32 ore;
  • Rischio alto 48 ore.

L’aggiornamento della formazione del DL RSPP è quinquennale e così definita:

  • Rischio basso 6 ore;
  • Rischio medio 10 ore;
  • Rischio alto 14 ore.

Il Microclima negli ambienti di lavoro, quando e perché è importante valutarlo

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Il Microclima negli ambienti di lavoro: la normativa

Il Decreto legislativo 81/2008, classifica nel Titolo VIII (art. 180) il microclima tra gli agenti fisici che, ai sensi dell’art. 181, devono essere compresi nella valutazione dei rischi.

Microclima: definizione

Il microclima è l’insieme dei fattori fisici ambientali che insieme ai parametri quali attività metabolica ed abbigliamento caratterizzano gli scambi termici tra ambiente e lavoratori.

I fattori che determinano il microclima sono:

  • temperatura dell’aria;
  • temperatura media radiante;
  • velocità dell’aria;
  • umidità relativa.

In base alle condizioni microclimatiche, gli ambienti di lavoro si distinguono in:

  • ambienti moderati, in cui si possono raggiungere condizioni di comfort (anche attraverso il contributo di impianti di condizionamento);
  • ambienti severi caldi/freddi, in cui tali condizioni non possono essere garantite e pertanto ci si deve preoccupare di assicurare la salute e la sicurezza del lavoratore (ad esempio nelle celle frigorifere).

La valutazione del microclima negli ambienti di lavoro è un elemento molto importante: le situazioni di disagio all’interno dei luoghi di lavoro legate alle condizioni microclimatiche (livelli di temperatura, umidità, correnti e sbalzi d’aria) possono avere un impatto negativo sia sulla salute fisica che sul benessere psicologico dei lavoratori e quindi sulla produttività.

Una corretta valutazione può essere svolta solamente con strumenti certificati e tarati periodicamente in grado di determinare oggettivamente e con precisione le condizioni operative, ovvero il rischio per i lavoratori derivante dalle condizioni microclimatiche, in relazione all’attività svolta.

Le indagini strumentali sono importanti non solo per determinare il rischio dei lavoratori e quindi le necessarie misure di prevenzione e protezione che devono essere adottate, ma anche per verificare l’efficienza e l’efficacia dei sistemi di condizionamento durante il loro funzionamento (riscaldamento, raffrescamento, deumidificazione,…), nonché per verificare la bontà di interventi strutturali e/o impiantistici a seguito di nuove installazioni, ristrutturazioni, modifiche e/o integrazioni che nel tempo vengono apportate, modificando anche sostanzialmente le condizioni iniziali.

Come quasi tutte le valutazioni di dettaglio/strumentali, anche quella relativa al microclima deve essere eseguita con periodicità quadriennale e in occasione di variazioni significative delle condizioni operative e/o impiantistiche.

In particolare però per gli ambienti moderati, il cui microclima può essere controllato attraverso sistemi di trattamento dell’aria (impianti di riscaldamento e raffrescamento), è opportuno che tali indagini vegano svolte in relazione alle variabili climatiche esterne che influenzano radicalmente le condizioni di temperatura e umidità all’interno di un ambiente; pertanto si consiglia di effettuare almeno 2 campagne di rilievi ogni 4 anni, ovvero durante la stagione invernale e durante quella estiva per verificare l’adeguatezza degli impianti di riscaldamento e di raffrescamento degli ambienti di lavoro.

Il Microclima in ambienti di lavoro e la stagionalità

Per attività lavorative leggere, con dispendio metabolico limitato, è utile ricordare quali possano essere considerate condizione di benessere in funzione della stagione in corso, in particolare:

  • Stagione estiva:
    • temperatura compresa tra 23 °C e 26 °C”;
    • differenza verticale di temperatura dell’aria tra 1,1 m e 0,1 m dal pavimento (livello testa e caviglia da seduti) deve essere minore di 3 °C”;
    • umidità relativa compresa tra il 30% e il 70%”.
    • differenza di temperatura tra esterno e interno non superiore a 7°C, al fine di evitare sbalzi termici eccessivi entrando/uscendo (al fine di ridurre il rischio di possibile “shock termico”, con conseguenze spesso molto gravi)
  • Stagione invernale
    • temperatura operativa compresa tra 20 °C e 24 °C”;
    • differenza verticale di temperatura dell’aria tra 1,1 m e 0,1 m dal pavimento (livello testa e caviglia da seduti) deve essere minore di 3 °C;
    • temperatura superficiale del pavimento normalmente deve essere compresa tra 19 °C e 26 °C, ma si possono progettare sistemi di riscaldamento a pavimento a 29 °C”;
    • l’asimmetria della temperatura radiante dovuta a finestre o ad altre superfici fredde verticali deve essere minore di 10 °C (rispetto ad un piccolo elemento piano verticale posto a 0,6 m dal pavimento);
    • l’asimmetria della temperatura radiante dovuta ad un soffitto caldo (riscaldato) deve essere minore di 5 °C (rispetto ad un piccolo elemento piano orizzontale posto a 0,6 m dal pavimento);
    • l’umidità relativa deve essere compresa tra il 30% e il 70%”.

 

 

 

 

Rinnovo CPI: piccola guida alle tempistiche e ai rinnovi

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Il Certificato di Prevenzione Incendi (CPI) è un documento che certifica la sussistenza di tutti i requisiti di sicurezza antincendio e, quindi, il rispetto della legge.

La procedura varia in base al tipo di attività: il decreto del Presidente della Repubblica N. 151/2011 classifica le attività in base al rischio incendio come A, B, C. La classificazione dipende dalle caratteristiche dei locali, dai materiali trattati e dal numero di persone all’interno.

Rinnovo CPI, Certificato Prevenzioni Incendi: le categorie

Per esempio, i depositi o rivendite di liquidi infiammabili, combustibili e lubrificanti di capacità geometrica complessiva superiore a 1 m3, sono classificati in:

  • Categoria A: Liquidi con punto di infiammabilità superiore a 65 °C per capacità geometrica complessiva compresa da 1 m3 a 9 m3
  • Categoria B: Liquidi infiammabili e/o combustibili e/o lubrificanti e/o oli diatermici di qualsiasi derivazione per capacità geometrica complessiva compresa da 1 m3 a 50 m3
  • Categoria C: Liquidi infiammabili e/o combustibili e/o lubrificanti e/o oli diatermici di qualsiasi derivazione per capacità geometrica complessiva superiore a 50 m3

 Il rilascio del CPI

Per le attività classificate come A e B, il Certificato Prevenzione Incendi è rilasciato al momento della presentazione della SCIA e, per il rispetto delle prescrizioni, sono previsti sopralluoghi a campione da parte dei vigili del fuoco.

Per le attività di categoria C, ovvero quelle che presentano il rischio maggiore, il CPI è rilasciato dopo sopralluogo. Per tutte le categorie di attività è obbligatorio dimostrare l’attestazione di rinnovo periodico della conformità antincendio. Il CPI ha una durata quinquennale, entro la data di scadenza è necessario presentare l’attestazione periodica di conformità antincendio prevista dall’art. 5 del d.P.R. 151/2011, che consiste in una dichiarazione attestante l’assenza di variazioni alle condizioni di sicurezza antincendio.

Rinnovo CPI, come funziona

I responsabili delle attività di categoria A, B e C sono tenuti ad inviare l’attestazione di rinnovo periodico di conformità antincendio. La periodicità dell’Attestazione di rinnovo è di 5 anni per tutte le attività ad esclusione delle attività numero. 6, 7, 8, 64, 71, 72 e 77, per le quali è di 10 anni presumendo la conservazione nel tempo delle caratteristiche costruttive e funzionali originarie e ininfluenti le modificazioni esterne.

Green Pass: cosa cambia dal 15 ottobre

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Dal 15 ottobre 2021 entrerà in vigore il nuovo decreto legge per l’obbligo di Green Pass sui luoghi di lavoro.

Qual è il periodo di applicazione del decreto?

  • Le disposizioni si applicano a decorrere dal 15 ottobre e fino al 31 dicembre (termine dello stato di emergenza)

A chi è destinato?

  • L’obbligo riguarda tutti i lavoratori a prescindere dalla forma contrattuale e comprende anche fornitori, volontari e personale esterno che debba accedere ai luoghi di lavoro

Come funziona se un mio dipendente non ha il Green Pass?

  • Se il lavoratore è sprovvisto di green pass è considerato assente ingiustificato fino all’esibizione dello stesso o, comunque, fino al 31 dicembre 2021
  • Il lavoratore assente ingiustificato mantiene il rapporto di lavoro ma non riceve alcuna retribuzione

ü  Per le imprese con meno di quindici dipendenti, dopo il quinto giorno di assenza ingiustificata, il  datore  di lavoro può sospendere il lavoratore per la durata  corrispondente  a quella  dell’eventuale  contratto stipulato per  la  sua sostituzione, comunque per un periodo non superiore a dieci giorni, rinnovabili per una sola volta, e non oltre il predetto termine del 31 dicembre 2021.

Chi deve controllare il Green Pass?

Il controllo del Green Pass va svolto dal datore di lavoro o da un suo delegato formalmente nominato.

Le verifiche devono essere svolte al momento dell’accesso e possono essere organizzati anche controlli a campione. La verifica del green pass è svolta con l’app verifica C19, che funziona anche offline.Per i controlli negli uffici pubblici sarà, invece, attivata una piattaforma ad hoc.

Non si viola la Privacy?

No, in quanto l’attività di verifica non dovrà comportare, in alcun caso, la raccolta dei dati dell’intestatario, in quanto il controllo non costituisce trattamento del dato ai fini privacy

Sono previste delle sanzioni se non si rispetta il decreto?

Si e precisamente:

  • Per il lavoratore che accede ai luoghi di lavoro senza green pass: da 600 a 1.500 euro
  • Per i datori di lavoro che non controllano: da 400 a 1000 euro, la cifra è raddoppiata in caso di reiterata violazione

Come si ottiene il  Green pass e qual è la sua durata?

Il Green Pass vaccinale, vale 12 mesi e si ottiene con la conclusione del ciclo vaccinale o con il certificato di guarigione.

In alternativa si otterrà un Green Pass temporaneo dalla durata di 48 ore con:

  • tampone antigenico
  • tampone molecolare
  • test salivare

 

Vuoi parlarne con un esperto?

Iscriviti al nostro webinar gratuito

https://my.demio.com/ref/z1WhEFfrXyzvbtXP

Richiedi una consulenza
icona-preventivo