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Classificazione terre e rocce da scavo

Classificazione terre e rocce da scavo

La gestione delle terre e rocce da scavo è una tematica complessa ed è fondamentale che venga affrontata correttamente ai fini della tutela ambientale. I materiali da scavo e i conseguenti rifiuti o sottoprodotti da essi derivanti, affinché possano essere riutilizzati nell’ottica di un’economia circolare e sostenibile, devono rispettare alcuni parametri chimico-fisici stabiliti dalle normative cogenti e determinati attraverso analisi di laboratorio.

Gruppo Maurizi, grazie alla sua esperienza lunga oltre cinquant’anni in Sicurezza ambientale e al laboratorio interno accreditato Accredia e dotato di attrezzatura all’avanguardia, offre diversi servizi di classificazione e gestione delle terre e delle rocce da scavo.

Classificazione terre e rocce da scavo | Decreto Legislativo 152/06 e DPR 120/17

La complessità di una materia come quella della gestione delle terre e delle rocce da scavo è resa ancora più articolata da tutti i provvedimenti normativi che si sono susseguiti dal 2001 fino ad oggi e rimane un argomento in continua evoluzione.

A seconda della normativa di riferimento, le terre e rocce da scavo possono essere un rifiuto, un non rifiuto o un sottoprodotto; nello specifico:

  • Sono un rifiuto quando vengono osservati gli adempimenti della Parte Quarta del Lgs. 152/06;
  • Sono un non rifiuto quando vengono rispettati i criteri fissati dall’Articolo 185 del D. Lgs. 152/06;
  • Sono un sottoprodotto quando vengono rispettati i criteri fissati dal DPR 13 Giugno 2017 n. 120

L’obiettivo dei decreti sopracitati è quello di trasformare un prodotto di scarto in sottoprodotto, sia nell’ottica di diminuire il numero di rifiuti che andrebbero a intasare gli idonei siti di destino e a impattare sull’ambiente, sia nell’ottica di vedere trasformato uno scarto, che ha un certo costo di gestione, in una risorsa da impiegare in una nuova attività produttiva.

Come spesso capita in queste situazioni, bisogna cogliere le opportunità che la normativa presenta, ma si tratta di un compito arduo dal momento che la legislazione è giustamente molto complessa e affronta tutti gli aspetti della gestione delle terre e rocce da scavo, dalla progettazione all’utilizzo passando per il deposito temporaneo e definendo gli oneri del proponente, dell’esecutore e del produttore.

Perché un materiale da escavo possa essere riutilizzato, divenendo a tutti gli effetti una nuova materia per altre attività (da condurre sia nel cantiere stesso di produzione che in altri siti), la normativa prevede che esso debba rispettare alcune caratteristiche chimico fisiche, determinabili per mezzo di analisi di laboratorio; inoltre, essere già ben definito in che modalità dovrà essere reimpiegato il materiale tramite la stesura di un Piano Utilizzo materiali da scavo

Terre e rocce da scavo, perché affidarsi a Gruppo Maurizi per la caratterizzazione ed il Piano Utilizzo materiali da scavo?

Gruppo Maurizi è un’azienda leader nel settore della Sicurezza alimentare, ambientale e sul lavoro. Con i suoi oltre cinquant’anni d’esperienza, può vantare collaboratori esperti in materia di autorizzazioni ambientali e un team del laboratorio interno accreditato Accredia in grado di eseguire le analisi richieste dal decreto.

Gruppo Maurizi può fornire una consulenza completa in materia di Sicurezza ambientale e guidare le aziende nel Piano di caratterizzazione ambientale grazie a tecnici esperti e affidabili.

Un servizio di qualità per la gestione di terre e rocce da scavo

Il nostro servizio dedicato alla gestione di terre e rocce da scavo offre supporto ai clienti su tutti gli aspetti della normativa, dalle valutazioni di conformità alla caratterizzazione analitica, lungo tutto il percorso dell’iter amministrativo e mediante sopralluoghi in cantieri e siti di scavo

Perché questo tipo di consulenza è particolarmente importante per le aziende?

Affidando a Gruppo Maurizi lo smaltimento dei materiali di scavo è possibile individuare correttamente il processo appropriato, ricorrendo all’effettivo smaltimento solo quando davvero necessario.

La classificazione dei materiali di scavo, infatti, permette di identificare le migliori condizioni per il loro riutilizzo e, conseguentemente, di ridurre gli scarti da smaltire. Questo passaggio risulta di notevole rilevanza per le aziende che, grazie alla nostra consulenza, hanno la possibilità di lasciare un’impronta positiva nel processo di salvaguardia dell’ambiente, oltreché di risparmiare notevoli perdite economiche.

Cos’è il Piano utilizzo materiali di scavo?

La corretta definizione di una strategia di riutilizzo del materiale rientra all’interno di una programmazione nota come Piano di Utilizzo. La normativa vigente stabilisce tutti i singoli aspetti che devono essere presenti all’interno del Piano di Utilizzo, fra cui:

  1. Chi sono i responsabili;
  2. Chi e come deve controllare la corretta applicazione delle norme;
  3. I tempi di realizzazione del piano;
  4. I requisiti minimi da rispettare per operare nel pieno rispetto dell’ambiente

Le FAQ sul Piano di Utilizzo (PdU)

Vista la lunga esperienza di Gruppo Maurizi in materia di Sicurezza ambientale, vogliamo qui rispondere ad alcune FAQ (Frequently Asked Questions) sul Piano di Utilizzo (PdU) dei materiali da scavo, sperando di chiarire tutte le perplessità a riguardo.

Che cos’è il Piano di Utilizzo (PdU)

Il Piano di Utilizzo è l’attestazione di una serie di elementi relativi all’opera (non al singolo al cantiere). Viene redatto in caso di opere soggette a VIA/AIA con un volume di scavo > 6000 m3 dal proponente e sottoscritto come dichiarazione sostitutiva di atto notorio per presentarlo all’Arpa competente e all’Autorità VIA 90 giorni prima dell’inizio dei lavori. Le Autorità competenti hanno poi a disposizione 30 giorni per poter chiedere integrazioni o verifiche all’Arpa. Qualora il Piano di Utilizzo passasse al vaglio dell’Arpa, quest’ultima ha 60 giorni per esprimersi in merito.

Il Piano di Utilizzo non necessita atti di assenso, ma può essere attivato trascorsi i 90 giorni e comunque almeno entro 2 anni dalla presentazione.

Chi è l’esecutore del PdU?

Il proponente del PdU, prima di iniziare i lavori deve nominare un esecutore del PdU e comunicarne le generalità all’Autorità competente.

L’esecutore diviene pertanto il responsabile del PdU.

Il PdU può essere modificato?

Il DPR 120/2017 prevede la possibilità di aggiornare il piano di utilizzo per due volte al massimo e in caso di modifica sostanziale dei requisiti, a partire dal sessantesimo giorno successivo alla presentazione.

Cosa si intende per modifiche sostanziali?

Per modifiche sostanziali si intende un aumento significativo dei volumi di scavo (> 20%), uno spostamento dei siti di destinazione e/o del deposito intermedio, o l’introduzione di diverse tecnologie per lo scavo.

È prevista una proroga dei termini?

È possibile richiedere una proroga dei termini per l’inizio o per la fine dei lavori, prima della scadenza dei termini, per un massimo di 730 giorni all’Autorità competente e all’Arpa per giustificati motivi, che saranno valutati e che possono essere accettati o meno.

È possibile presentare un PdU “in bozza”?

Sì. Il proponente può richiedere una verifica preliminare dell’Arpa in modo da ottenere una validazione preliminare e, in questo modo, i termini ordinari si riducono della metà.

Requisiti minimi per considerare le terre e rocce da scavo come sottoprodotti

Il DPR 120/2017 ha abrogato tutto le normative preesistenti ed è necessario rispettare ogni suo punto affinché le terre e rocce da scavo possano essere considerate sottoprodotto; in caso contrario devono essere gestite come rifiuti.

Per essere considerati come sottoprodotti le terre e rocce da scavo devono rispettare le condizioni di seguito indicate:

  1. Le terre e rocce da scavo devono essere prodotte durante la realizzazione di un’opera, esserne parte integrante ma, al tempo stesso, non costituirne lo scopo primario;
  2. Le terre e rocce da scavo non devono essere trattate se non attraverso alcune procedure di “normale pratica industriale” stabilite dal decreto;
  3. Le terre e rocce da scavo devono essere conformi al piano o alla dichiarazione di utilizzo;

Le terre e rocce da scavo non devono contenere altri materiali ad eccezione di PVC, bentonite, calcestruzzo, vetroresina, amianto naturale, miscele cementizie e additivi ma sempre tenendo in considerazione i limiti previsti nella Tabella 1, Allegato 5 del Decreto Legislativo 152/06.

Per utilizzare le terre e rocce da scavo è necessario che:

  1. L’opera del sito produttivo sia in possesso di tutte le autorizzazioni richieste dalle norme cogenti;
  2. L’opera di destinazione sia in possesso di tutte le autorizzazioni richieste dalle norme cogenti;
  3. La valutazione della compatibilità ambientale abbia dato esito positivo.

Che cos’è la Dichiarazione di utilizzo

La Dichiarazione di utilizzo è un documento presentato dal produttore come dichiarazione sostitutiva di atto notorio, al Comune del sito di scavo e all’Arpa, che attesta il rispetto delle condizioni all’articolo 4 del DPR 120/2017. Deve essere presentata nei casi in cui l’opera non ricada nelle condizioni per le quali è necessario un piano di utilizzo.

Nella dichiarazione di utilizzo viene riportata la quantità di terre, viene individuato il deposito intermedio, viene dichiarato il sito di destinazione, vengono indicati i tempi di utilizzo (comunque massimo un anno, prorogabile per altri 6 mesi per seri e comprovati motivi). La Dichiarazione di utilizzo essere presentata 15 giorni prima dell’inizio dei lavori. Può essere modificata con un preavviso di 15 giorni per massimo due volte.

Che cos’è il deposito intermedio

Il deposito intermedio è un’area nella quale le terre e rocce da scavo vengono conservate prima dell’utilizzo finale. Può essere individuato all’interno del sito di produzione, all’interno del sito di destinazione oppure in un terzo sito. Può essere comune a più cantieri.
Deve essere indicato da opportuna segnaletica e risultare idoneo a livello ambientale e urbanistico.
Il DPR 120/2017 lo regolamenta in tutti i suoi aspetti agli articoli 2, 15 e 21.

Che cos’è la dichiarazione di avvenuto utilizzo

La dichiarazione di avvenuto utilizzo è un documento che deve essere presentato dal produttore/esecutore sotto forma di dichiarazione sostitutiva di atto notorio presso il Comune del sito di produzione, il Comune del sito di destinazione, l’Autorità rilasciante VIA/AIA e l’Arpa competente al sito di destinazione. Deve essere presentata nei termini previsti dal Piano di Utilizzo o della Dichiarazione di Utilizzo.

È unica anche quando gli utilizzi sono molteplici e deve essere conservata per 5 anni, come previsto dal DPR 120/2017 all’articolo 7, allegato 8.

Che cos’è il documento di viaggio

Il documento di viaggio è la documentazione necessaria al trasporto delle terre e rocce da scavo e deve essere predisposta come prevista dal DPR 120/2017 nell’articolo 6 dell’allegato 7. Deve essere compilato per ciascuna movimentazione tra i siti e per ciascun automezzo oltreché essere redatto in quattro copie.
All’interno del documento di viaggio devono essere indicati il percorso e gli orari di trasporto.

Tale documento deve essere conservato per 3 anni

Quali sono le normali pratiche industriali

Il DPR 120/2017 elenca tutte le operazioni che possono essere condotte sulle terre e rocce da scavo per renderne l’uso maggiormente produttivo, migliorandone le caratteristiche merceologiche:

  1. Stesa al suolo;
  2. Macinazione;
  3. Selezione granulometrica.

Il Decreto dettaglia queste operazioni all’articolo 2 dell’allegato 3.

Se il sito presenta un fondo naturale?

Agli articoli 11 e 20, il DPR 120/2017 afferma che l’utilizzo delle terre e rocce da scavo derivanti da siti con fondo naturale è consentito purché vengano impiegati nel sito stesso di produzione o in siti con caratteristiche similari.

Se il sito è soggetto a bonifica?

Laddove il sito sia soggetto a bonifica, occorre fare richiesta ad Arpa per verificare l’idoneità del sito di produzione e di quello di destinazione, così come previsto dal DPR 120/2017 agli articoli 12, 25 e 26

Come ci si deve comportare nel caso di utilizzo in sito?

La contaminazione deve sempre essere verificata, secondo quanto previsto dall’Allegato 4. In caso di opere soggette a VIA deve essere presentato un progetto “in bozza”. In caso di presenza di amianto naturale, le attività di riutilizzo in sito devono essere eseguite sotto la stretta sorveglianza dell’Autorità competente

Che cos’è il deposito temporaneo?

Il deposito temporaneo è uno strumento che permette ai produttori di stoccare momentaneamente i rifiuti prodotti, a determinate condizioni, prima del loro conferimento. Per le terre e rocce da scavo che risultano poi rientrare nel regime dei rifiuti e che quindi vengono classificate con i codici EER 17.05.03* o 17.05.04, tale strumento presenta delle differenze rispetto a quanto previsto dalla legge “generale” sui rifiuti e queste devono essere raggruppate rispettando dei limiti volumetrici differenti, prima di essere sottoposte ad operazioni di recupero o smaltimento.

In particolare, i quantitativi di rifiuti ammessi nel deposito temporaneo sono di 4000 metri cubi, di cui al massimo 800 metri cubi di rifiuti pericolosi, in evidente discrepanza con quanto indicato all’art.183 del TUA che invece ammette un quantitativo massimo stoccabile di 30 metri cubi, di cui massimo 10 metri cubi di rifiuti pericolosi.

Caratterizzazione ambientale delle terre e rocce da scavo

La caratterizzazione delle terre e rocce da scavo, prevista già in fase progettuale, avviene effettuando analisi chimiche di laboratorio su campioni prelevati e sui quali è stata eliminata la frazione maggiore di 2 cm. Per performare la caratterizzazione ambientale, le aliquote sottoposte a prova vengono poi preventivamente setacciate a 2 mm. La concentrazione nel campione è determinata considerando anche la frazione dello scheletro tra 2 mm e 2 cm. Inoltre, in caso di evidente contaminazione antropica, le determinazioni devono essere condotte anche sul sopravaglio, quindi comprendendo la frazione maggiore di 2 cm. Il set analitico viene definito sulla base della attività antropiche pregresse, ma deve comunque rispettare il set minimale indicato nella

Per materiale da scavo prodotto in quantità comprese tra i 6000 e i 150000 metri cubi, precisando che si dovranno comunque ricercare gli eventuali analitici significativi e pertinenti rispetto all’attività antropica pregressa, è possibile selezionare all’interno della Tabella 4.1 le “sostanze indicatrici”, ovvero quelle che consentono di individuare le caratteristiche delle terre e rocce da scavo al fine di escludere che tale materiale sia un rifiuto.

Risulta quindi di fondamentale importanza valutare le condizioni operative sotto le quali viene prodotto il materiale escavato, per una più corretta ed efficace verifica del rispetto dei requisiti minimi di qualità ambientale.

Procedure di campionamento

Il piano di utilizzo previsto dal Decreto deve riportare le procedure di campionamento, in modo che il prelievo avvenga nel rispetto di criteri tecnici condivisi, attraverso scavi e sondaggi.

L’allegato 2 del DPR 120/2017 stabilisce i criteri da adottare per prelevare i campioni da sottoporre ad analisi. In linea di principio, si considera che per operazioni di scavo “lineari” i campioni debbano essere presi almeno ogni 500 metri, oppure ogni 2000 metri se supportati da studi di fattibilità; ad ogni modo, si rimanda anche a considerazioni sull’omogeneità delle caratteristiche litologiche del terreno.

Si richiede di prendere almeno tre campioni per scavi che interessano profondità superiori a 2 metri, di cui uno sul piano campagna, uno a fondo scavo e uno in una zona intermedia. Il numero totale di campioni poi è funzione dell’estensione del cumulo e quindi gli oggetti da sottoporre a prova crescono in numero in funzione della dimensione dell’area di campionamento.

Nel caso ci si imbatta in materiale di riporto?

In caso di materiali da riporto durante le procedure di campionamento, la caratterizzazione ambientale deve prevedere la scelta di punti di campionamento e prelievo che consenta di caratterizzare ogni porzione di suolo interessata dai materiali di riporto e deve considerare la valutazione della percentuale in peso degli elementi di origine antropica

Analisi di laboratorio

Come detto in precedenza, prima di consegnare i campioni in Laboratorio, nei casi più comuni, è opportuno operare l’eliminazione della componente maggiore di 2 cm, in modo che le analisi siano condotte poi su materiale setacciato a 2 mm, benché i risultati debbano essere ricondotti al peso iniziale del campione comprensivo di scheletro.

I risultati analitici delle prove devono essere confrontati con quelli indicati nelle colonne A e B della Tabella 1, Allegato 5, Titolo V della Parte IV del D. Lgs. 152/06, in funzione della destinazione d’uso.

Devono essere effettuate secondo metodi di prova validati e riconosciuti a livello nazionale e capaci di garantire un limite di rilevabilità almeno 10 volte inferiore rispetto ai valori soglia.

Qualora nelle operazioni di scavo siano impiegati additivi che non sono compresi nella succitata tabella, il soggetto proponente dovrà dare comunicazione ad ISS e ISPRA e fornire una documentazione tecnica che permetta delle valutazioni sul rispetto della qualità ambientale di cui all’articolo 4 del DPR

Linee guida e Delibera 54/2019 del SNPA

Il Consiglio SNPA ha emesso una delibera per fornire approfondimenti, chiarimenti e linee guida rispetto a quanto già previsto nel DPR 120/2017. La Delibera n.54/2019 “Linee guida sull’applicazione della disciplina per l’utilizzo delle terre e rocce da scavo” specifica nel dettaglio alcuni casi di esclusione dal campo di applicazione del DPR sulle terre e rocce da scavo, approfondendo il tema dei siti soggetti a bonifica.

Vengono ribadite le possibili situazioni e i requisiti ambientali per cui le terre e rocce da scavo possono essere disciplinate come sottoprodotti oppure riutilizzate nel sito di produzione. Ovviamente vengono previsti i criteri con cui le ARPA dovranno programmare i controlli e con i quali dovranno valutare in fase preliminare i piani di utilizzo.

Altri approfondimenti riguardano la documentazione a corredo, come il piano di utilizzo stesso (e la dichiarazione di utilizzo) e il documento di trasporto e si intraprendono dei chiarimenti su quella che viene definita come normale pratica industriale.

In pratica, tale Delibera deve essere vista come un manuale da adottare sia dalle aziende che dalle autorità di controllo ed è anche uno strumento per omogenizzare i controlli e la gestione delle attività sul territorio nazionale

Terre e rocce da scavo, quali conclusioni?

La corretta applicazione del Decreto sulle terre e rocce da scavo e la verifica dei requisiti ambientali previsti dalla normativa cogente avranno sicuramente l’effetto di diminuire l’impatto ambientale legato alle grandi opere e di ottenere anche un significativo risparmio economico, a dimostrazione di come questi approcci votati al “recupero” permettano di ottenere contemporaneamente due obiettivi che troppo spesso vengono considerati opposti, ovvero la salvaguardia dell’ambiente e il risparmio da parte delle imprese.

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