In Laboratorio vengono trattate diverse matrici e, la maggior parte, deve rientrare all’interno di limiti ben definiti per parametri stabiliti: pensiamo ad esempio alle acque di scarico, che devono essere conferite in pubblica fognatura, e alla ben nota tabella 3 dell’Allegato 5 alla Parte Terza del D.lgs. 152/06.

Quindi, quando si deve far analizzare un’acqua reflua, per valutare il rispetto dei limiti per lo scarico in pubblica fognatura, non ci sono molte difficoltà nell’individuare i parametri che devono essere ricercati, perché basta copiare quelli della succitata Tabella.

Nel caso delle analisi dei rifiuti, invece, la questione diventa più delicata perché non esiste propriamente una Tabella con i limiti di legge per ciascun parametro, ma la normativa obbliga a caratterizzare il rifiuto in modo da poterlo gestire in modo idoneo.

In sostanza, la normativa prevede che il produttore conosca il rifiuto e, questa conoscenza, può derivare in parte dalle analisi, che diventano uno strumento per raggiungere l’obiettivo finale di una classificazione idonea ma che, senza l’ausilio di altri strumenti, rischiano soltanto di rappresentare uno spreco di tempo e di denaro.

Molto spesso capita di imbattersi in certificati di analisi lunghi decine di pagine, dove sono stati ricercati tutti i parametri possibili e immaginabili ma che, alla fine, non aiutano a capire di quale rifiuto si tratti e quali potrebbero essere le criticità.

Il motivo di queste lacune è che non sono stati ricercati i parametri pertinenti e significativi: questo concetto veniva applicato da molti chimici già da tempo ma, la Sentenza della Corte Europea del 28 Marzo 2019, ha permesso a questo principio di ragionevolezza di ottenere “dignità normativa”.

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In sostanza, con i rifiuti, bisogna ragionare e il ragionamento deve partire dalla raccolta di informazioni: prima di “fare le analisi” pensando di ottenere da quelle ogni risposta, bisogna indagare sulle origini del rifiuto, sulla presenza di schede tecniche di prodotti eventualmente impiegati e sulla possibilità di studiare analisi fatte in precedenza. Una volta ottenute tutte le informazioni possibili da un’indagine preliminare si potrà già sapere molto sul rifiuto e, soprattutto, si potrà capire quello che ancora è necessario scoprire e, per cui, è necessario l’aiuto del Laboratorio.

Come scegliere le analisi significative da effettuare su un rifiuti? Ecco alcuni esempi

Ad esempio, davanti ad un materiale da demolizione che deve essere smaltito, si potranno fare tutta una serie di considerazioni preliminari che, senza bisogno di eseguire analisi, possono portare alla conclusione che si tratta, magari, di un blocco di cemento. Alla luce di questa scoperta, è ovvio che la determinazione di Idrocarburi, IPA, PCB, POP è assolutamente superflua perché questi parametri non sono pertinenti alla tipologia di materiale, ovvero non è ragionevole che ci siano e quindi il produttore può ragionevolmente assumere che non sia contaminato da tali sostanze senza ricorrere ad alcuna analisi di Laboratorio. Ovviamente, dopo aver concluso questa indagine, ci rimarrà qualche dubbio circa la possibile presenza di Amianto. Di conseguenza, possiamo dire che il parametro “Amianto” è sicuramente pertinente alla tipologia di materiale ed è sicuramente significativo perché può fare la differenza sulla classificazione del rifiuto e quindi sulla sua corretta gestione.

Immaginiamo ora di avere un rifiuto liquido che è caratterizzato da un pH molto basso: eseguire tutte le determinazioni possibili, anche molto costose, come POP, diossine, PCB non ci fornirebbe informazioni tanto utili quanto una semplice determinazione degli anioni, che potrebbe svelare quale acido è la causa del pH estremo. Spesso capita in questi casi di imbattersi in certificati di analisi dove il Laboratorio esegue tutta la serie di determinazioni standard ma non esegue la determinazione degli anioni, perché non fa parte del pacchetto sui rifiuti e, anche in questo caso, ci troviamo davanti un certificato di analisi dove viene riportato un pH estremo e nessuna spiegazione del motivo per il quale il rifiuto sia tanto acido, nonostante ci siano poi pagine e pagine di parametri inverosimili, tutti inferiori al limite di quantificazione.

Inoltre, un altro aspetto da tenere in considerazione sono le richieste del sito di destino. Capita spesso che alcuni impianti richiedano delle determinazioni ben definite su alcuni rifiuti in ingresso, quindi consiglio sempre di contattare l’impianto per sapere se ha stabilito alcuni parametri obbligatori.

Dunque, per tornare alla domanda iniziale, ovvero “Come scegliere i parametri significativi e pertinenti per una corretta caratterizzazione del rifiuto (e, di conseguenza, una sua corretta gestione)”, la prima cosa da fare è raccogliere le informazioni, confrontarsi con il Laboratorio e con il sito di destino e tenere bene a mente che lo scopo ultimo non è avere il lunghissimo elenco di determinazioni ma di arrivare alla conoscenza profonda del rifiuto, che vi permetta di poter assegnare un codice EER ed un’eventuale caratteristica di pericolo e di avere tutti gli argomenti necessari per difendere questa vostra scelta.

Concludo ricordando che per i rifiuti solidi che devono essere conferiti si dovrà ricorrere all’analisi sull’eluato che, in questo caso, è regolamentata chiaramente essendo definiti dalla normativa vigente sia i parametri che i relativi limiti, a seconda della natura e del destino del rifiuto.