Il fatto, scoperto attraverso un’inchesta dei carabinieri, di spacciare per mozzarella di bufala italiana dop un prodotto realizzato con miscela di latte vaccino e cagliata provenienti anche dall’estero e spesso molto scadenti tramite societa’ di comodo (soprattutto la Planet Group s.r.l.), potrebbe essere tra i reati meno gravi contestati ad un importante caseificio della zona di Terra di Lavoro, il “Cantile” di Sparanise. Inchiesta che ha portato alla notifica di 13 misure cautelari a carico degli imprenditori titolari dell’azienda, biologi, veterinari e tecnici di laboratorio che rilasciavano analisi false aiutando l’imprenditore nella sua frode alimentare.

Oltre ad eludere le norme sulla sicurezza alimentare i titolari del caseificio, Guido Cantile e i suoi due figli, Pasquale e Luigiantonio, mettevano a rischio la sicurezza dei dipendenti come è emerso dalle indagini partite in seguito ad un un incidente sul lavoro nel quale un addetto alla lavorazione della mozzarella perse le dita della mano a causa della manomissione di un macchinario dal quale, per aumentare la produzione, erano stati eliminati i sistemi di sicurezza per gli operatori.

Tra il 2011 e il 2013 i reati contestati dall’Arma vanno dall’associazione per delinquere alla rivelazione di segreto d’ufficio continuato, frode nell’esercizio del commercio, vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, vendita di prodotti industriali con segni mendaci, commercio di sostanze alimentari nocive, falso ideologico, rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, lesioni colpose conseguenti a infortuni sul lavoro, violazione di sigilli e smaltimento illecito di rifiuti.

Le adulterazioni alimentari erano diventate un vero e proprio sistema organizzato su tutto il ciclo produttivo dell’azienda. Grazie anche alle segnalazioni di importanti catene di distribuzione estere e, in particolare, francesi (Auchan e Monoprix) è emerso che il caseificio sistematicamente utilizzava materie di dubbia provenienza falsificando i documenti di trasporto. Latte e materie prime acquistati non venivano sottoposti ad autocontrollo sanitario grazie alla compiacenza delle due biologhe dipendenti del caseificio, e, quando erano in eccesso, persino rivenduti a terzi, benché alterati. Su campioni del latte giacente nei silos del caseificio e’ stata riscontrata una carica batterica fino a oltre 2mila volte superiore a quella consentita dalla normativa vigente.

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Dalle intercettazioni si scopre persino che il titolare intende utilizzare un concime chimico impiegato in agricoltura, l’urea, per far aumentare la carica proteica del latte e migliorarne così la resa, in modo da aumentare il quantitativo di prodotto realizzato benché sapesse che l’urea in mangimi somministrati alle bufale ne aveva provocato il decesso.

Dulcis in fundo i residui della lavorazione dei prodotti caseari (siero e fanghi) venivano continuamente scaricati grazie a by-pass negli impianti fognari o nei condotti che conducono a fiumi vicini all’impianto di produzione nonostante ripetuti sequestri e plastica, contenitori e altri rifiuti solidi li portavano in un’isola ecologica del Comune di San Nicola La Strada destinata a ricevere esclusivamente rifiuti solidi urbani, in spregio ancora una volta alla normativa vigente e grazie a soggetti compiacenti addetti alla struttura.

Tutto ciò attraverso la complicità dei veterinari della Asl incaricati dei controlli.