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Le 4 cose da sapere sull’amianto nelle acque

  1. L’amianto nelle acque è pericoloso?

È ormai noto che l’inalazione di fibre di amianto causa patologie quali l’asbestosi, il carcinoma polmonare e il mesotelioma della pleura.

Il riconosciuto impatto sulla salute dell’uomo da parte di tale agente di rischio ha portato l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), a classificare l’amianto tra i materiali di gruppo 1, ossia tra quelli per i quali sono state riconosciute sufficienti prove di cancerogenicità nei confronti dell’uomo.

Mentre come fino ad ora indicato, è riconosciuta a livello internazionale l’azione cancerogena dell’amianto se inalato (apparato respiratorio), non vi sono riferimenti internazionali che rilevino in maniera univoca prove della pericolosità per la salute umana dovuta all´ingestione di fibre di amianto presenti nell’acqua.

Tuttavia, l’ipotesi che l’amianto potesse avere effetti cancerogeni anche a livello dell’apparato digerente si è sviluppata a partire dagli anni ’70. A tale periodo risalgono i primi approcci scientifici all’argomento al fine di identificare il rischio legato all’ingestione di fibre di amianto, siano esse veicolate da cibi, bevande e soprattutto acqua potabile.

amianto-nelle-acque

L’attenzione è subito stata rivolta in maniera più specifica all’ingerimento tramite acqua, in quanto molti dei materiali contenenti amianto sono stati utilizzati anche nelle tubazioni che veicolano le acque potabili.

L’ipotesi che tali studi intendono vagliare consiste nella possibilità che le fibre di amianto ingerite, raggiungendo gli organi dell’apparato gastro-intestinale, vengano assorbite dalle pareti dello stesso, riuscendo a svolgere un’azione cancerogenica.

Così come riconosciuto per il tessuto polmonare, anche per tale ipotesi di rischio, le fibre potrebbero risiedere nei tessuti per decine di anni prima di causare rischi per la salute.

Solo alcune ricerche hanno riportato una correlazione tra assunzione di acqua contaminata da amianto e l’insorgenza di neoplasie coinvolgenti l’apparato gastrico.

Pertanto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) non ha definito un valore che funga da linea guida relativo alla presenza di amianto nelle acque potabili.

In Italia l’amianto non è incluso tra i parametri necessari a garantire la qualità delle acque destinate al consumo umano.

  1. Esistono dei limiti consigliati?

In conformità a quanto sopra chiarito, le “Linee guida per la qualità dell’acqua potabile” (1994) redatte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dichiarano quanto segue: “Non esiste dunque alcuna prova seria che l’ingestione di amianto sia pericolosa per la salute, non è stato ritenuto utile, pertanto, stabilire un valore guida fondato su delle considerazioni di natura sanitaria, per la presenza di questa sostanza nell’acqua potabile”.

Questo concetto è stato ribadito anche nei successivi aggiornamenti (Linee guida sulla qualità dell’acqua, Oms 2011).

Conformemente alla posizione espressa dall’Oms, anche la Comunità europea tramite la direttiva 98/83/CE, non considera l’amianto un parametro da controllare e non ne fissa i limiti.

In Italia la direttiva 98/83/CE  è stata recepita con il D.Lgs. 31/2001 nel quale sono normate tutti parametri e condizioni necessarie a garantire la fornitura di acqua potabile.

A livello internazionale, gli unici riferimenti a limiti di residui di amianto nelle acque sono contenuti in indicazioni americane, dove viene presa in considerazione la possibilità che l’amianto eventualmente contenuto nell’acqua possa contribuire ad aumentare il livello di fondo delle fibre aerodisperse e, quindi, il rischio legato alla possibile assunzione per via inalatoria.

Queste indicazioni prevedono di non superare il valore di 7 milioni di fibre/litro (fonte Epa. Environmental Protection Agency).

Secondo il Safe Drinking Water Committee della National Academy of Sciences statunitense, il rischio tumorale associato alla presenza di amianto nelle acque potabili sarebbe dell’ordine di 1 tumore gastrointestinale ogni 100.000 abitanti che abbiano ingerito per 70 anni di vita acque con concentrazioni di amianto di 0,1 – 0,2 MFL (MFL: milione di fibre L-1, unità di misura normalmente utilizzata negli studi statunitensi e canadesi.

Sebbene il rischio stimato sia esiguo, il consumo quotidiano di acqua potabile ed il coinvolgimento dell’intera popolazione incidono sul livello di rischio rendendolo interessante per ulteriori approfondimenti.

  1. Come avviene la contaminazione d’amianto delle acque?

Mentre in Europa sono pochi i casi di ricerche riguardo tale potenziale rischio, sono stati effettuati diversi studi negli Stati Uniti su acque grezze e potabili.

Tali studi hanno rilevato che la presenza di amianto non sia un fenomeno raro.

I livelli di concentrazione normalmente inferiori ad 1 MFL, si sono verificati casi in cui venivano superati i 1000 MFL.

Gli episodi di inquinamento possono essere ricondotti alla presenza di tubazioni in cemento-amianto negli acquedotti. Negli anni di massimo impiego dell’amianto nelle costruzioni, diversi acquedotti sono stati realizzati utilizzando tubazioni in cemento-amianto (MCA), date le  ottime caratteristiche meccaniche dello stesso.

Si stima che in Italia, dove sono stati impiegati tubi in C-A fino dal 1916, siano stati installati 125.000 Km di tubazioni.

In molte città italiane e soprattutto in paesi e piccoli comuni troviamo ancora oggi condotte in cemento-amianto messe in opera, in particolare, verso gli anni ‘60 -’70.

Si ritiene che, qualora il tubo si mantenga integro, non esista un rischio reale di cessione di fibre di amianto all’acqua condottata, specialmente in quei casi in cui si forma uno strato protettivo di carbonato di calcio sulla sua superficie interna.

I problemi possono però sopraggiungere in caso di fessurazione del tubo o di solubilizzazione della matrice cementizia che tiene normalmente legate le fibre.

Questo fenomeno può verificarsi quando l’acqua presenta una composizione chimica tale da conferirle una certa aggressività.

La cessione di fibre dalle tubazioni dipende, oltre che dal tipo di acqua presente in esse, dall’età della condotta e dal suo stato di conservazione, ed è maggiore quanto più è lungo il tempo di ristagno dell’acqua.

  1. Come posso determinare la presenza di amianto nelle Acque?

L’ analisi delle acque può essere eseguita tramite l’uso del microscopio elettronico a scansione (SEM) o tramite Microscopia ottica a contrasto di fase (MOCF).

Per la lettura dei preparati al microscopio vengono seguite le norme previste dal Decreto del Ministero della Sanità del 6 settembre 1994 formulate per il conteggio delle fibre aerodisperse depositate su filtro.

Le procedure di campionamento e analisi consistono nella raccolta del campione in bottiglie nuove in vetro da 1 litro sterili. Successivamente si procede con la filtrazione di aliquote di 200 mL di acqua su filtri in policarbonato solo dopo aver agitato le bottiglie al fine di consentire la sospensione delle eventuali fibre di amianto presenti.

Il filtro viene analizzato tramite SEM o MOCF al fine di procedere al conteggio delle fibre.

Conclusioni

Le concentrazioni di fibre di amianto riscontrate nelle acque potabili studiate in Italia per alcune aree geografiche risultano sempre inferiori al valore di 0,1 – 0,2 milioni di fibre L-1, ossia alla concentrazione stimata a rischio dal Safe Drinking Water Committee.

Data la presenza di tubazioni per le condotte in cemento-amianto, si può affermare che i tubi in cemento-amianto conservati in ottime condizioni non presentino immediati rischi di rilascio di fibre.

Tuttavia, va considerato come fattore di rischio il deterioramento fisico e meccanico delle tubazioni dovuto all’invecchiamento della e il disgregamento del materiale costituente.

Pertanto, tenere periodicamente sotto controllo le acque ed i livelli di amianto in esso presente può rivelarsi un’utile misura preventiva.

Leggi anche il nostro articolo: “Le 7 cose da sapere sull’amianto“.

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