“Mangiare piccante allunga la vita.”

E’ il suggerimento che spesso viene da nutrizionisti ed esperti di cucina ma dopo la notizia appena venuta fuori dall’ultimo Rapporto annuale sui residui di pesticidi negli alimenti di Coldiretti qualche scrupolo in più ce lo faremo.

Nonostante di peperoncino il nostro Paese sia un ottimo produttore nel 2013 abbiamo importato quasi 300 mila chili (!) di peperoncino vietnamita trovato per la maggior parte tossico e andato a finire in sughi pronti all’arrabbiata, puttanesca o per aromatizzare l’olio..

I prodotti alimentari italiani sono i meno contaminati da residui chimici non solo in Europa ma nel mondo, con solo lo 0,2% dei prodotti che superano i limiti consentititi 9 volte inferiore alla media europea dell’1,9% e addirittura 32 volte inferiore a quelli extracomunitari che presentano il 6,5% di irregolarità. Lo dice Coldiretti nel Rapporto annuale sui residui di pesticidi negli alimenti, sulla base dell’elaborazione dei dati Efsa 2014, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, e del piano coordinato europeo dei controlli sui residui fitosanitari.

Eppure, complice la crisi che spinge a dirigere i consumatori verso prodotti alimentari a basso costo, continuiamo ad importare a passo di carica da paesi molto meno severi sull’uso di prodotti chimici in agricoltura. Nel 2013 abbiamo consumato oltre 38 milioni di chili di riso indiano di cui quasi il 13% è stato trovato tossico. Così come le analisi a campione hanno riportato la presenza di sostanze tossiche a livelli preoccupanti su prodotti alimentari esteri come frutti della Passione provenienti dalla Colombia, lenticchie e melagrana dalla Turchia, arance dall’Uruguay, anans dal Ghana, foglie di tè dalla Cina.

Del resto negli Stati Uniti, che fanno gran uso di spezie “benefiche” come curcuma (quella usata nel curry), cannella, salvia, peperoncino e zenzero considerati ottimi antiossidanti consigliano di fare particolare attenzione alla cottura per uccidere i batteri.

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In California la FDA (Food and Drug Administration) ha appena disposto il ritiro dal mercato di una marca di povere “chili” prodotta in Tailandia contaminata da salmonella. Si tratta del secondo caso dopo che l’autunno scorso sempre la FDA in un report ha mostrato come il 12% di spezie importate in America per lo più da India e Messico, fosse contaminato da ogni tipo di oggetto: dai peli di roditori a frammenti di insetti fino a batteri e altre porcherie. Spezie importate.

In Europa se un prodotto su due che circola è completamente privo di “tracce” di residui chimici da fitofarmaci e il 98,1% dei campioni esaminati presenta residui entro i limiti, in Italia, dove questa percentuale sale addirittura al 99,8%, negli ultimi 15 anni l’uso dei fitosanitari in campo agricolo è in continua diminuzione (-19,8% dal 2002 al 2012). Diminuiscono i prodotti nocivi, sia di quelli molto tossici e tossici (rispettivamente del 15,6% e 3,8%) e si riduce anche la quantità dei principi attivi consentiti in agricoltura biologica e contenuti nei prodotti fitosanitari (-8% rispetto al 2011).

Peccato che sempre la Codiretti ci dice che i prodotti a marchio “made in Italy” derivano da materie prime importate e trasformate. Viene dall’estero ben il 40% del frumento duro utilizzato per produrre la pasta, il 60% del frumento tenero per produrre il pane, il 40% della carne bovina, il 35% della carne suina fresca o per produrre salumi e prosciutti, il 45% del latte per prodotti lattiero caseari. Nel 2012 sono stati importati dalla Cina oltre 80 milioni di chili di pomodori conservati destinati a trasformarsi in conserve “Made in Italy”.

Tutto ciò a completa insaputa del consumatore in quanto non c’è trasparenza sulle etichette.

Infatti per il concentrato di pomodoro o i sughi pronti non vi è alcun obbligo di indicare la provenienza della materia prima come invece è obbligatorio per la passata di pomodoro.

Così come mentre è obbligatorio indicare in etichetta l’origine della carne bovina non c’è lo stesso obbligo per la carne equina o diagnello, coniglio e maiale fresco o trasformato in salumi. O ancora se per il latte fresco l’obbligo c’è non esiste per quello a lunga conservazione o i formaggi. Attenzione anche per frutta conservata o succhi perchè non c’è modo di sapere da dove provenga la frutta ne’ da dove venga il grano ad esempio utilizzato nella pasta.