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Rischio Aflatossine e fitofarmaci

By 10 Gennaio 2025Sicurezza Alimentare6 min read
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Le Aflatossine sono metaboliti secondari prodotte da alcuni ceppi fungini di Aspergillus flavus e Aspergillus parasiticus. Possono svilupparsi su numerosi substrati vegetali sia durante la coltivazione che durante il raccolto e l’immagazzinamento.

Esistono varie categorie di aflatossine, ma la più pericolosa è sicuramente la B1: questa è stata classificata dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come cancerogeno di classe 1, capace di causare tossicità sia acuta sia cronica in animali e uomini.

Dal momento che non è possibile stabilire una soglia massima di assunzione di aflatossine con la dieta, il principio tossicologico di riferimento è quello di mantenere il livello di esposizione il più basso possibile: per farlo, i coltivatori si vedono costretti a usare copiosi fitofarmaci che impediscano lo sviluppo di aflatossine nei loro campi.

Ma siamo sicuri che sia davvero la strada più giusta per proteggere la salute dei consumatori? Lo capiamo insieme in questo articolo, cercando le risposte anche nella normativa europea attualmente in vigore.

Aflatossine e fitofarmaci: nuovo regime di controlli sulle importazioni

Le contaminazioni da micotossine, di cui le aflatossine fanno parte, sono una grave problematica che coinvolge direttamente i produttori agricoli del settore cerealicolo. Anche se questa problematica è diffusa in tutto il mondo, le zone maggiormente colpite sono quelle tropicali: infatti, il fungo che dà vita alle aflatossine predilige condizioni di alte temperature e piogge limitate.

Tuttavia, a causa del dirompente cambiamento climatico, negli ultimi anni il fenomeno si è esteso anche alle regioni europee, in particolare nei Paesi dell’area mediterranea, fra cui l’Italia.

Per arginare il rischio di contaminazione da aflatossine e fitofarmaci, l’Unione Europea ha stabilito nel Regolamento di esecuzione (UE) 2019/1793 quali sono i paesi di importazione e gli alimenti con un maggiore rischio di contaminazione da aflatossine, definendo pertanto specifiche frequenze di controlli di identità e fisici. Per fare alcuni esempi, ecco alcuni alimenti che sono sottoposti a controlli:

Arachidi con guscio dalla Bolivia, dal Madagascar, dal Senegal, dagli Stati Uniti, dall’Argentina, dal Brasile, dalla Cina, dall’Egitto, dal Ghana, dal Gambia, dall’India e dal Sudan;

Nocciole con guscio dalla Georgia, dall’ Azerbaigian e dalla Turchia;

Peperoni dolci dallo Sri Lanka e dall’India;

Semi di cocomero dal Sierra Leone e dalla Nigeria;

Pistacchi con guscio dagli Stati Uniti, dall’Iran e dalla Turchia;

Noci del Brasile con guscio;

Pepe del genere Piper, pimenti del genere Capsicum, del genere Pimenta, essiccati, tritati o polverizzati dall’Etiopia;

Noce moscata dall’Indonesia e dall’India;

Fichi secchi dalla Turchia.

Il quadro normativo

L’attenzione ai contaminanti nei prodotti alimentari è sempre molto accesa nelle stanze dell’Unione Europea. L’EFSA, l’Autorità per la Sicurezza Alimentare Europea, è incaricata periodicamente di effettuare un’analisi dei pericoli, così da eventualmente aggiornare la normativa vigente.

È quanto è successo nel 2020, anno in cui l’EFSA ha sottoposto all’Unione una nuova valutazione che va a confermare le precedenti conclusioni secondo cui le aflatossine sono genotossiche e cancerogene: grazie a questo parere scientifico, si è andati ad aggiornare la precedente normativa, risalente al 2007, tenendo conto di nuovi dati emersi sull’esposizione umana.

Per anni, infatti, la norma di riferimento è stata il Regolamento (CE) 1881/2006, che stabiliva proprio i tenori massimi di aflatossine e di altri contaminanti negli alimenti. Oggi, questo Regolamento è stato abrogato dal Regolamento (UE) 2023/915 della Commissione del 25 aprile 2023, relativo ai tenori massimi di alcuni contaminanti negli alimenti, fra cui le aflatossine.

I prodotti e i mangimi maggiormente controllati

A essere esposti al rischio di contaminazione da aflatossine e fitofarmaci non sono solo gli alimenti destinati al consumo umano, ma anche i mangimi per gli animali da allevamento. I rischi noti sono quelli citati sin qui, vale a dire la genotossicità derivante dall’ingestione di alimenti o mangimi contaminati.

All’interno del territorio comunitario, è stato il Regolamento (CE) n. 882/2004 a stabilire le norme sulla salute e sul benessere degli animali. Attualmente, però, è stato abrogato dal Regolamento (UE) 2017/625 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai controlli ufficiali e alle altre attività ufficiali: lo scopo di questa legge è garantire l’applicazione della legislazione sugli alimenti e sui mangimi, delle norme sulla salute e sul benessere degli animali, sulla sanità delle piante nonché sui prodotti fitosanitari.

Secondo questa normativa, i prodotti che sono maggiormente sottoposti a controllo sono:

I cereali, in particolare il mais;

I semi oleaginosi, come le arachidi;

Le spezie;

Le granaglie;

La frutta secca ed essiccata.

I rischi collegati alle importazioni alimentari

L’impulso della normativa europea è quello di incaricare le autorità nazionali dei singoli Paesi comunitari a eseguire i controlli ufficiali, con regolarità e senza preavviso, sulla base dei rischi identificati, dei dati precedenti relativi alla conformità dell’imprenditore e di qualsiasi informazione che potrebbe indicare la mancata ottemperanza.

È importante specificare che i controlli riguardano anche gli alimenti e i mangimi importati da Paesi non appartenenti all’UE, poiché – come abbiamo visto – è spesso dalle importazioni alimentari che derivano i rischi più grandi per la salute dei consumatori.

L’Unione Europea, però, ha stabilito regole precise che anche i Paesi esportatori devono osservare: infatti, è obbligatorio il rispetto degli standard di sicurezza affinché una merce possa entrare nei confini comunitari. Senza questo passaggio, non sarebbe possibile garantire alimenti sicuri provenienti da Stati extra Unione.

Perché questa esigenza di intensificare i controlli sugli alimenti provenienti da Paesi extra UE?

In quanto Paese membro, l’Italia è abituata al rispetto degli standard di sicurezza stabiliti a livello centrale dalla Commissione europea. Tuttavia, alcune regole che riguardano ad esempio le tecniche di coltivazione e produzione valide in Europa, non lo sono anche nei Paesi extra UE.

Spesso in queste zone vengono usate sostanze che all’interno dell’UE sono vietate, influendo negativamente sull’ambiente e dando vita a prodotti alimentari contaminati; la motivazione è molto semplice: si va incontro a costi più bassi. Ma questo può diventare un vero problema quando arriviamo all’importazione: proprio per questa grande differenza normativa che esiste con i Paesi non comunitari, l’UE ha scelto di intensificare i controlli sugli alimenti provenienti da Paesi extra UE.

Chi decide quali sono gli alimenti a rischio?

I controlli possono essere effettuati in qualunque fase della produzione, della trasformazione e della distribuzione. All’interno dei singoli Stati membri, è compito dei governi locali nominare un’autorità nazionale responsabile per l’efficacia e l’indipendenza dei controlli. Accanto alle Autorità competenti, i laboratori svolgono un compito indispensabile nei controlli per l’analisi dei campioni prelevati.

Puntualmente, poi, la Commissione Europea esegue audit generali e specifici nei Paesi dell’UE per verificare l’attuazione dei piani di controllo nazionali pluriennali: questi ultimi contengono informazioni generali sulla struttura e l’organizzazione dei sistemi di controllo approntati e devono essere comunicati ogni anno alla Commissione mediante apposita segnalazione.

Spetta, dunque, alle autorità europee, sulla base dei riscontri dei vari Paesi membri, stabilire quali sono gli alimenti e i mangimi a rischio, valutare l’efficacia dei controlli e del campionamento, decidere se i limiti imposti sono sufficienti a tutelare la salute del consumatore.

Gli scambi di informazioni tra la Commissione, gli Stati membri e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) porta a valutazioni scientifiche e legislative tutte tese a proteggere il benessere animale e umano.

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