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Lo stress da lavoro correlato è la percezione di squilibrio che un lavoratore avverte quando le sue capacità non sono commisurate alle richieste dell’ambiente lavorativo.

Da oltre 13 anni la sua valutazione è notoriamente obbligatoria ai sensi del “Testo Unico” per la sicurezza sui luoghi di lavoro (valutazione stress lavoro-correlato, ex art. 28 del D.Lgs. 81/08).

Inoltre, il termine tecnostress non è certo una novità degli ultimi anni; infatti, è stato coniato dallo psicologo americano Craig Brod autore del libro dal titolo “Technostress: the human cost of computer revolution” pubblicato nel 1984.

Brod definisce il tecnostress come “una moderna malattia dell’adattamento causata dall’incapacità di far fronte alle nuove tecnologie informatiche in modo sano”.

Alla fine degli anni ’90, il significato del termine è stato ampliato indicando con esso “qualsiasi impatto negativo su atteggiamenti, pensieri, comportamenti o sulla psicologia causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”.

Il tecnostress è una sindrome da stress causata dall’utilizzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (in acronimo TIC o ICT, dall’inglese information and communications technology): è una forma di stress causata da un utilizzo eccessivo, smodato e disfunzionale da tali tecnologie che ha impatti significativi sia sulla vita sociale dell’individuo che su quella lavorativa.

In generale hardware, software, e comunicazione digitale (ICT) sono i 3 settori su cui vengono sviluppate le tecnologie IT che oggi sono impiegate in modo diffuso nei contesti sociali, commerciali ed economici di tutto il mondo.

Stiamo vivendo un periodo di profondi cambiamenti, non solo dal punto di vista lavorativo. Per questo l’attenzione al tema del benessere deve essere prioritario. Negli ultimi anni, anche e soprattutto a causa della pandemia Covid-19, la componente tecnologica è divenuta parte sempre integrante di qualsiasi organizzazione, per cui è necessario approfondire il tema dello stress e del benessere dei lavoratori alla luce di questi cambiamenti.

Alla luce dei principali cambiamenti tecnologici e soprattutto alla crescente necessità del loro utilizzo negli ultimi anni, questa definizione assume nuove sfaccettature: l’accesso globale a Internet e la diffusione capillare e pressochè ininterrotta di dispositivi elettronici connessi alla rete, in primis gli smartphone. Nell’era dell’iperconnnessione, dunque, il tecnostress si configura principalmente come il sovraccarico di informazioni da gestire anche da diversi device contemporaneamente, accompagnato dal rapidissimo aggiornamento di hardware e software.

In Italia una sentenza della Procura di Torino del 2007 ha dichiarato che il TecnoStress è una nuova malattia professionale e nel 2014 l’Inail, durante un congresso di medici del lavoro a Rimini, ha preso una posizione netta: il TecnoStress è una malattia professionale “non tabellata” (onere della prova a carico del lavoratore), ma è un rischio concreto nel lavoro moderno, in cui tutti usano il computer, il telefono cellulare, il tablet, Internet e flussi enormi di informazioni digitali.

La pandemia di sicuro ha dato una forte spinta al digitale nella quotidianità, sia dal punto di vista lavorativo che di quello relazionale.

Questo, da un lato, ha creato senza dubbio importanti opportunità di crescita e accelerazione per molte realtà del nostro Paese e ha permesso a molte attività lavorative di riorganizzarsi al meglio per superare le difficoltà imposte dalle restrizioni.

Lo stare continuamente connessi al mondo ci porta però a non separare nettamente il tempo di lavoro da quello privato, mescolando i due ambiti. La dilatazione dei tempi di lavoro, il sovraccarico cognitivo determinato da una quantità sempre più ampia di informazioni da gestire tramite le tecnologie ICT, la necessità di aggiornarsi per usare tecnologie sempre nuove.

E tutto ciò scopre l’altro lato della medaglia: un ulteriore diffondersi della sindrome da stress associata all’uso costante di strumenti tecnologici nota appunto come “tecnostress”.

Il tecnostress riguarda quindi i lavoratori dipendenti che utilizzano le tecnologie informative e digitali. Si manifesta nel momento in cui la persona deve sopportare un’esposizione prolungata alla pressione lavorativa. Tale pressione può procurare disturbi e disfunzioni di natura fisica, psicologica e sociale.

Lo stress lavoro correlato, che include il tecnostress è causa del 50-60% di giornate lavorative perse, con un riflesso importante in termini di costo economico per il sistema produttivo.

È chiaro, dunque, che gli effetti del tecnostress non ricadono solo sul lavoratore ma su tutto il sistema produttivo dell’organizzazione.

Per questo, la valutazione preliminare dello stress lavoro correlato (basata proprio sull’analisi degli indicatori aziendali, contesto e contenuto del lavoro) potrebbe già essere in alcuni casi in grado di “smascherare” campanelli di allarme o, peggio, situazioni conclamate di rischio se non addirittura di “danni evidenti”, che ne richiedono un’analisi più approfondita, per identificare le cause e intervenire tempestivamente con misure correttive volte alla mitigazione del rischio.

Essendo però la sintomatologia da tecnostress di carattere soggettivo, solitamente non è possibile limitarsi ad una valutazione “oggettiva”, ovvero con la fase di valutazione preliminare.

Spesso la sindrome non viene identificata nelle prime fasi, rischiando così di degenerare sino a costituire un forte o totale impedimento nello svolgimento delle attività quotidiane e nel contesto relazionale.

I sintomi da tecnostress si possono suddividere in:

  • soggettivi:stati di ansia, apatia, attacchi di panico, depressione, euforia, irritabilità, tristezza, solitudine, rabbia.
  • comportamentali:disturbi alimentari, alcolismo, droghe, eccitabilità, irrequietezza, difficoltà nel parlare, rabbia, libido, alterazioni comportamentali, insofferenza verso le relazioni e il contatto umano, aggressività, passività, tendenza all’isolamento, immobilismo.
  • cognitivi:difficoltà nello svolgimento delle mansioni e nel processo decisionale, calo dell’attenzione, diminuzione della concentrazione, riduzione e perdita d’efficacia, difficoltà nel relazionarsi e nel lavorare in team, amnesie lievi, assenze, calo del funzionamento intellettuale, aumento di sensibilità e suscettibilità a critiche, distorsioni e fraintendimenti.
  • fisiologici:ipertensione, disturbi cardiocircolatori, sudorazione, difficoltà respiratorie, vertigini, mal di testa, mal di schiena, disturbi del sonno, stanchezza cronica, affaticamento mentale, disturbi gastrointestinali.
  • organizzativi: assenteismo, scarsa produttività, perdita d produttività, alto tasso di incidenti, antagonismo, insoddisfazione, ritardo, malfunzionamenti nei processi, aumento del rischio per la salute e la sicurezza delle imprese, costi sociali e medici.

È quindi fondamentale una valutazione funzionale e contestuale dello stress lavoro-correlato, compreso il tecnostress che, così come si è evoluto negli ultimi anni, è ancor più complessa e richiede consapevolezza innanzitutto da parte dei vertici aziendali, quindi competenze specifiche in materia e di conseguenza il coinvolgimento di più figure professionali, tra le quali uno psicologo (preferibilmente del lavoro o comunque esperto in materia di rischi psicosociali).

Bisogna dunque precedere a un’attenta valutazione del rischio da tecnostress e mettere in pratica azioni di formazione e prevenzione con tutto il personale potenzialmente esposto a tale rischio.

 

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