Skip to main content
Tag

EFSA

OpenFoodTox infografica

OpenFoodTox: la banca dati EFSA sulle sostanze chimiche fa centro!

By Sicurezza AlimentareNo Comments

La nuova banca dati EFSA sulle sostanze chimiche concorre attivamente al raggiungimento di uno degli obiettivi che l’Autorità europea per la sicurezza alimentare si è posta per i prossimi anni.

La sua realizzazione fa parte di una strategia che l’EFSA ha progettato nel 2016 che mira a rafforzare l’efficienza dell’Autorità in quella che è da sempre la sua missione: contribuire alla sicurezza della catena alimentare dell’Unione europea.

 

OpenFoodTox infografica

Immagine tratta dall’infografica ufficiale EFSA che trovate a questo link: https://www.efsa.europa.eu/sites/default/files/images/infographics/openFoodTox.png

 

Quale obiettivo è stato raggiunto con la realizzazione della banca dati OpenFoodTox?

Quando nel 2016 l’EFSA ha deciso di fare un bilancio e tracciare il proprio percorso per i prossimi anni con una revisione ufficiale della sua strategia (Strategia 2020), ha definito cinque obiettivi strategici globali per i prossimi cinque anni:

  1. dare priorità alla partecipazione del pubblico e delle parti interessate al processo di valutazione scientifica;
  2. ampliare la sua base di evidenze scientifiche e ottimizzare l’accesso ai suoi dati;
  3. potenziare la capacità di valutazione scientifica e la comunità del sapere dell’UE;
  4. prepararsi alle sfide future in materia di valutazione del rischio;
  5. creare un ambiente e una cultura che riflettano i valori dell’EFSA.

La creazione del database Openfoodtox, dunque, contribuisce al raggiungimento del secondo obiettivo della strategia 2020.

 

Quali informazioni fornisce la nuova banca dati e cosa cambia rispetto a prima?

La banca dati sulle sostanze chimiche presenti nella catena degli alimenti e dei mangimi raccoglie le informazioni riguardanti più di 4000 sostanze di cui è stato valutato il rischio a partire dal 2002: contaminanti sia naturali che artificiali, pesticidi, additivi alimentari, aromatizzanti, additivi per mangimi, solo per citarne alcune.

Prima della sua realizzazione, l’accesso a tali informazioni poteva avvenire consultando migliaia di conclusioni e pareri scientifici distinti.

Oggi invece OpenFoodTox permette un accesso rapido e agevole alle informazioni più importanti che riguardano le singole sostanze, quali le norme UE di riferimento, i collegamenti ai relativi atti scientifici EFSA, informazioni tossicologiche ed i valori di riferimento essenziali.

 

In particolare, le informazioni che il database fornisce riguardano:

  • caratterizzazione chimica (ad esempio nome, formula, numeri CAS e UE, IUPAC, ecc.);
  • pubblicazione dell’EFSA, pareri scientifici, conclusioni, ecc;
  • studi tossicologici sugli effetti sulla salute umana, animale o per endpoints ecologici;
  • conclusioni sulla mutagenicità e genotossicità;
  • valori di riferimento e fattori di incertezza che possono essere utilizzati per la definizione di linee guida per la salute umana e di standard ambientali

 

Più in generale, OpenFoodTox potrebbe risultare molto utile per la sviluppo di nuove conoscenze.

OpenFoodTox è infatti uno strumento e una fonte d’informazione per organismi consultivi scientifici, scienziati, decisori politici che abbiano necessità ad accedere ad informazioni sulla tossicità delle varie sostanze spesso soggette a valutazione in più di un ambito scientifico o legislativo.

L’accesso diretto in formati open data migliora la loro fruibilità, generando un processo virtuoso che vede protagonisti l’EFSA e soggetti esterni, quali enti di ricerca, comunità scientifica internazionale.

I soggetti esterni che utilizzeranno i dati contenuti nel data base genereranno nuove conoscenze scientifiche che a loro volta potranno essere raccolte ed utilizzate dall’EFSA per le proprie valutazioni: ecco il processo virtuoso!

La sua utilità inoltre è estendibile anche alla società civile, agli operatori del settore alimentare, ai consumatori che possono trovare nella banca dati un autorevole strumento di informazione sulla valutazione della sicurezza delle sostanze chimiche negli alimenti.

In conclusione, con un lavoro di raccolta dati e di sintesi per il quale ci sono voluti più di 5 anni e che verrà sottoposto a periodici aggiornamenti, l’EFSA oltre a centrare un obiettivo specifico assolve al più generale compito di contribuire attivamente alla sicurezza della catena alimentare e dei mangimi dell’UE e a un livello elevato di tutela della vita e della salute umana.

 

gestione-rischio-allergeni

Gestione del rischio allergeni

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Le tematiche relative alle allergie alimentari sono sempre di grande attualità e rivestono notevole importanza sia per l’opinione pubblica che per le autorità sanitarie visto il crescente aumento dei casi a cui si è assistito negli ultimi anni.

Ma quali sono gli obblighi delle aziende alimentari in merito alla gestione del rischio allergeni?

Tutte le aziende alimentari hanno l’obbligo di produrre alimenti sicuri per i consumatori (articolo 14 del regolamento CE 178/2002).

In relazione al rischio allergeni, le aziende alimentari garantiscono la sicurezza degli alimenti prodotti sia attraverso la progettazione e la realizzazione di un sistema di gestione della sicurezza alimentare in base ai principi del sistema HACCP, sia attraverso la corretta etichettatura dei prodotti alimentari per informare i consumatori sulla presenza di allergeni.

L’etichettatura rappresenta infatti uno strumento essenziale per la tutela dei soggetti affetti da allergie o intolleranze, in quanto fornisce indicazioni importanti circa la composizione dei prodotti alimentari.

Il regolamento UE 1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, divenuto applicativo a partire dal 13 Dicembre 2014, ha stabilito l’obbligo di riportare nell’etichetta dei prodotti preimballati le sostanze in grado di provocare allergie o intolleranze alimentari presenti all’interno degli alimenti stessi.

La denominazione di ogni allergene deve essere chiaramente distinta dagli altri ingredienti presenti, ad esempio mediante un carattere, uno stile o un colore differente.

 

foto-allergeni-in-etichetta

Allergeni (frumento, soia e uova) indicati in grassetto

Tale obbligo si estende anche agli alimenti non preimballati, ossia gli alimenti venduti sfusi nei ristoranti, nelle tavole calde, nei bar ecc. (leggi l’articolo sulla relazione allergeni ristoranti )

Sebbene, anche in base all’esperienza comune, sappiamo che gli alimenti in grado di innescare una reazione allergica siano molti, sono solo 14 le sostanze soggette agli obblighi di etichettatura sanciti dalla legislazione dell’Unione Europea.

Tali sostanze sono incluse in uno specifico elenco riportato nell’allegato II del Reg.UE 1169/11 e sono:

  1. Cereali contenenti glutine e prodotti derivati
  2. Crostacei e prodotti a base di crostacei
  3. Uova e prodotti a base di uova
  4. Pesce e prodotti a base di pesce
  5. Arachidi e prodotti a base di arachidi
  6. Soia e prodotti a base di soia
  7. Latte e prodotti a base di latte (incluso il lattosio)
  8. Frutta a guscio, vale a dire mandorle, nocciole, noci, noci di Acagiù, noce di pecan, noce del Brasile, pistacchi, noci del Queensland, e i loro prodotti
  9. Sedano e prodotti a base di sedano
  10. Senape e prodotti a base di senape
  11. Semi di sesamo e prodotti a base di semi di sesamo
  12. Anidride solforosa e solfiti in concentrazioni superiori a 10 mg/kg o 10 mg/litro in termini di SO2 totale
  13. Lupini e prodotti a base di lupini
  14. Molluschi e prodotti a base di molluschi

elenco-allergeni

Il fondamento scientifico dell’etichettatura obbligatoria per questi ingredienti allergenici è stato fornito dal gruppo scientifico sui prodotti dietetici, la nutrizione e le allergie (NDA) dell’EFSA.

L’elenco delle sostanze in grado di causare allergie o intolleranze alimentari viene rivisto periodicamente alla luce dei cambiamenti delle abitudini alimentari, delle prassi di trasformazione degli alimenti e nel caso in cui emergano nuove evidenze scientifiche e cliniche.

Ma esiste una dose soglia per tali allergeni al di sotto della quella la reazione allergica non si scatena?

Ci sono delle soglie al di sotto delle quali è possibile omettere in etichetta la presenza dell’allergene?

Una delle principali difficoltà per le aziende alimentari relative alla gestione degli allergeni riguarda proprio l’assenza di una normativa circa i valori soglia.

Per la quasi totalità degli allergeni riportati nell’allegato II del Regolamento mancano delle soglie di  sicurezza, ossia non è stato possibile stabilire la quantità minima di sostanza in grado di scatenare una reazione in una percentuale rilevante di consumatori vulnerabili.

Di conseguenza mancano delle soglie anche relative all’etichettatura, ossia dei livelli superati i quali è necessaria una specifica dichiarazione sulla confezione del prodotto circa la presenza dell’allergene stesso e al di sotto dei quali, viceversa, non è necessario indicare la sua presenza.

Il Reg. UE 1169/11 stabilisce solo per anidride solforosa e solfiti il limite di 10 mg/kg o 10 mg/l espressi come SO2.

Solo il superamento di questa soglia comporta la segnalazione di tale allergene in etichetta.

Per tutti gli altri allergeni la semplice presenza, indipendentemente dal quantitativo, richiede l’indicazione in elenco ingredienti.  

Questa lacuna rappresenta un problema e una fonte di incertezza per i produttori, in quanto si determinano dei dubbi e delle difficoltà, non tanto nella gestione degli allergeni che rientrano nella ricetta del prodotto, ma principalmente nella gestione dell’eventuale presenza di tracce accidentali di contaminanti e quindi nell’applicazione dell’etichettatura cautelativa (ossia nella dichiarazione dei may content “può contenere tracce di…”).

Il problema si ripercuote poi anche sulle attività di controllo, in quanto non esistendo dei valori univoci di tolleranza rispetto alla presenza non voluta di basse concentrazioni di allergeni non dichiarati negli alimenti, le reazioni delle autorità competenti possono differire notevolmente nei vari paesi dell’UE, anziché essere omogenee in tutti gli stati membri.

Oltre alla già citata anidride solforosa, esistono altri due allergeni, il glutine e il lattosio, per i quali dal punto di vista normativo sono stati fissati limiti quantitativi al di sotto dei quali tali allergeni non provocano effetti tossici su una popolazione di soggetti sensibilizzati.

Tali limiti derivano da studi internazionali e comportano alcuni obblighi in merito all’etichettatura di tali prodotti in modo da aiutare i consumatori allergici nell’identificazione e scelta di alimenti idonei alla propria alimentazione.

Per quanto riguarda il glutine il Regolamento CE 41/2009 sulla composizione ed etichettatura dei prodotti alimentari adatti alle persone intolleranti al glutine stabilisce che tutti i prodotti simbolo-senza-glutinecommercializzati in Unione Europa con la dicitura “senza glutine” devono garantire il limite dei 20 ppm e possono quindi essere consumati con tranquillità dai celiaci.

Il limite di glutine di 100 ppm è ammesso per i soli prodotti dietetici a base di ingredienti depurati di glutine, cioè materie prime derivanti da cereali «vietati» appositamente trattati.

Questi prodotti devono riportare obbligatoriamente la dicitura «con contenuto di glutine molto basso».

Questa definizione non è riferibile, invece, ai prodotti di consumo generale.

I prodotti «naturalmente senza glutine», ossia quelli non contenenti glutine e non trasformati, come frutta, verdura, carne, pesce, latte, uova, tal quali, non possono utilizzare il claim «senza glutine» poiché, per loro natura, non necessitano di dichiarare l’assenza di glutine.

Il regolamento CE 41/2009 sarà abrogato a partire dal 20 luglio 2016, ma le condizioni di utilizzo di tali diciture resteranno le stesse.

Per quanto riguarda il lattosio, in base alla normativa attualmente in vigore circa gli alimenti destinati ad un’alimentazione particolare (Reg. UE 609/13) l’indicazione “senza lattosio” può essere impiegata per latte e prodotti lattiero caseari con un residuo di lattosio inferiore a 0,1 g per 100 g o ml.

L’indicazione “a ridotto contenuto di lattosio” può essere utilizzata se il residuo di lattosio è inferiore a 0,5 g per 100 g o ml.

Per fornire una informazione precisa ai consumatori sui contenuti dei prodotti delattosati “senza lattosio” o “a ridotto contenuto di lattosio” va riportata in etichetta anche un’indicazione relativa alla presenza nel prodotto di galattosio e glucosio derivanti dalla scissione del lattosio.

È chiaro che l’attuale normativa relativa all’etichettatura dei prodotti alimentari si prefigge lo scopo fondamentale di aiutare il consumatore allergico ad identificare gli alimenti idonei alla propria dieta e distinguerli da quelli che sono i prodotti potenzialmente a rischio.

Allo stesso tempo ha l’obiettivo di aiutare le aziende del settore alimentare ad essere conformi ai requisiti di legge e a gestire potenziali rischi causati dalla presenza di allergeni alimentari.

La possibilità di fissare soglie (come accaduto per anidride soloforosa, glutine e lattosio) potrebbe aiutare ulteriormente le aziende del comparto alimentare e le autorità di controllo a valutare più concretamente il rischio per la salute pubblica e a concepire obiettivi di sicurezza alimentare appropriati con l’obiettivo di raggiungere una più elevata tutela della salute del consumatore.

La determinazione di soglie potrebbe offrire, come già detto, una base scientifica sia per l’etichettatura obbligatoria che per un’etichettatura cautelativa più efficace e coerente.

L’etichettatura cautelativa, infatti, può contribuire a tutelare i consumatori vulnerabili solo se applicata con prudenza.

Pertanto l’indicazione degli allergeni involontariamente presenti deve avvenire esclusivamente nei casi in cui il rischio di una loro presenza involontaria sia concreto e non sia realistico sperare che venga tenuto sotto controllo. Questo sia per evitare che i consumatori allergici eliminino scelte sane dalla dieta senza una reale necessità, sia per evitare una riduzione della credibilità delle etichette agli occhi dei consumatori stessi.

Dal momento che ad oggi, in base alla recente opinione dell’ EFSA , i dati disponibili di tipo clinico, epidemiologico e sperimentale non permettono ancora di determinare soglie sicure in grado di evitare reazioni allergiche nei consumatori sensibili, in attesa di futuri orientamenti in merito da parte dell’EFSA, è quanto più importante che le aziende alimentari effettuino nell’ambito del proprio sistema di gestione della sicurezza alimentare una adeguata valutazione del rischio di contaminazioni crociate da allergeni e attuino delle idonee procedure di gestione di tali rischi, oltre ad una specifica formazione e sensibilizzazione del personale coinvolto nelle lavorazioni.

glifosato erbicida

Il glifosato è il demonio, oppure no?

By Sicurezza AlimentareNo Comments

In occasione della Giornata Mondiale della Salute ci è sembrato doveroso cercare di fare il punto della situazione su quello che, almeno negli ultimi tempi, sembra diventato un pericolo per la salute di molti individui: parliamo del glifosato!

 

Cos’è il glifosato e perché è sotto indagine

 

Il glifosato è un principio attivo presente in moltissimi erbicidi, che vengono comunemente utilizzati in agricoltura per eliminare le piante infestanti.

Sul sito del Ministero della Salute è presente un elenco di prodotti fitosanitari autorizzati e attualmente sono 139 quelli che contengono glifosato e che sono, a vario titolo, utilizzati nelle coltivazioni nostrane.

glifosato-erbicida

L’utilizzo del glifosato ha avuto un impennata negli ultimi anni, soprattutto per effetto dell’immissione sul mercato di sementi “resistenti al glifosato”. In questo modo l’erbicida danneggia solamente le piante effettivamente infestanti, lasciando indenni le coltivazioni di interesse commerciale che sono, appunto, resistenti.

La permanenza del glifosato sulle parti aeree delle piante di comune utilizzo è molto limitata (quasi trascurabile) e non vi è praticamente possibilità di ingerire con l’alimentazione quantità di glifosato apprezzabili.

Inoltre, il database della U.E. su pesticidi e sostanze attive, prevede dei limiti molto bassi per il glifosato su praticamente tutte le piante, aiutando quindi a mantenere un livello di guardia relativamente alle quantità che sarebbe possibile assumerne con la dieta.

Il problema potrebbe presentarsi tuttavia con i residui di erbicidi che penetrano nel suolo e che possono andare ad inquinare la falda acquifera.

Da questo punto di vista possiamo dire che il glifosato è comunque “a bassa penetrazione”  e che difficilmente raggiunge la falda acquifera sotterranea. A tale proposito è interessante il rapporto 2014 dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale), nel quale viene confermato quanto appena detto sulla bassa penetrazione e nel quale si assiste ad una diminuzione di utilizzo di glifosato negli ultimi anni, pur basandosi tuttavia su dati del tutto parziali (misurazioni eseguite nella sola Lombardia).

Naturalmente, come per moltissime altre sostanze di sintesi immesse in commercio e che entrano a far parte del ciclo produttivo degli alimenti, sono stati eseguiti molti studi da parte di Organismi indipendenti e non, già a partire dai primi anni 2000, per valutarne l’impatto sulla salute.

È facilmente reperibile  in rete un report della FAO, nel quale il glifosato viene classificato come “a tossicità acuta molto bassa e con nessun effetto negativo rispetto alla cancerogenicità…”

glifosato-oms-efsa

Come tutti gli studi, anche quello sul glifosato ha avuto necessità di continui aggiornamenti, per i continui aggiornamenti nelle tecniche di studio e screening. Attualmente in rete sono due i principali studi che sono molto discussi ee cioè quello dalla WHO (World Health Organization – Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell’EFSA (European Food Safety Authority – Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare).

Se il primo, datato Marzo 2015, include il glifosato nella categoria di cancerogenicità 2A (probabilmente cancerogeno per l’uomo), il secondo ne nega invece la pericolosità per l’uomo.

Chiaramente i due Enti difendono le loro posizioni, sostenendo i rispettivi metodi di ricerca e analisi dei dati, non facendo altro che generare confusione, soprattutto nei non addetti ai lavori che non possono necessariamente avere un approccio critico.

Probabilmente la verità si trova, come sempre, nel mezzo.

 

Gli effetti del glifosato

 

Lo studio della WHO ha effettivamente riscontrato la possibile cancerogenicità del glifosato, eseguendo degli studi in laboratorio, attraverso lo stimolo di cellule umane “in vitro” e eseguendo invece test su animali vivi (topi). Quello che si è visto è uno stress cellulare che è fortemente sospettato di poter degenerare in un tumore.

Tuttavia, come dovrebbe sempre essere ricordato quando si parla di sostanze che influenzano la salute, è la dose che fa il veleno.

Due sono i possibili effetti da tenere in considerazione: quello a brevissimo termine (per esposizione a dosi massicce per un breve periodo) e quello a lungo termine o cronico (per esposizione prolungata a basse dosi).

Nel caso del glifosato il problema principale sembra essere quello a breve termine e prende in considerazione la salute degli agricoltori, che sono sottoposti ai fumi del diserbante per determinati periodi di tempo. Diverso sembra il problema relativo all’esposizione a lungo termine e che interessa invece il consumatore.

Come abbiamo visto il pericolo principale in questo caso sembra essere l’acqua potabile, ma non ci sono ancora dati sufficienti per comprendere se e quanto questo pericolo sia tangibile o meno.

Attualmente riteniamo doveroso mantenere uno stato di “consapevole interesse” sugli effetti del glifosato, alla luce dello studio della WHO, tuttavia non è neppure il caso di lasciarsi andare a facili allarmismi.

glifosato nella birraNon ultimo il caso della birra tedesca nella quale è stato trovato del glifosato e che ha fatto gridare allo scandalo, senza considerare che le quantità rilevate sarebbero risultate dannose per un individuo che avesse consumato circa mille litri di birra in pochissimo tempo (a quel punto sarebbero subentrati di certo altri problemi di salute non di certi imputabili al glifosato).

Ricordiamo poi che la classificazione nella categoria 2A è la stessa nella quale poco tempo fa sono state inserite le carni rosse non lavorate, per le quali è stata raccomandata una diminuzione di assunzione e non certo il bando dalle tavole.

Per concludere, quello che auspichiamo è un incremento degli studi che permettano di fare sempre maggiore chiarezza sugli effetti di questa sostanza. Rimaniamo in attesa di ulteriori sviluppi sulla vicenda anche in virtù dell’imminente decisione della U.E. nel prossimo luglio, riguardo la proroga dell’autorizzazione all’utilizzo del glifosato per i prossimi 15 anni.

arsenico nel riso resized

Arsenico nel riso: nuovi controlli

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Arsenico nel riso: cosa cambia per ristoratori e produttori di alimenti?

Il limite di arsenico nel riso e alcuni suoi derivati è fissato dal Reg. UE 2015/1006 del 25 giugno n.201, che modifica il precedente Reg. CE 1881/2006 come illustrato in tabella:

arsenico-nel-riso

Perché si ricerca l’arsenico nel riso?

L’arsenico è una sostanza ubiquitaria in natura, trasportata per lo più dall’acqua, ed una delle fonti di esposizione principale per l’uomo sono proprio gli alimenti.

Arsenico nel risoNel riso l’accumulo di arsenico è significativo non solo perché la coltivazione avviene in un terreno allagato, ma anche in virtù della particolare fisiologia della pianta che è in grado di estrarlo dall’ambiente e accumularlo nei suoi chicchi.

L’assunzione eccessiva di questa sostanza da parte dell’uomo è stata associata ad alcune patologie quali lesioni cutanee, cardiopatie e alcune forme di tumore.

Lo studio dell’EFSA

Gli scienziati dell’EFSA (European Food Safety Authority) hanno stimato quale sia la dose giornaliera per la quale l’arsenico possa essere considerato responsabile di un piccolo ma misurabile effetto su un organo umano.

La così detta ‘dose di riferimento’ è stata impostata a 0,3-8 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno (μg/kg p.c./giorno).

Gli effetti sono stati misurati in riferimento ad un aumento del rischio di tumore al polmone, della pelle e della vescica, nonché di lesioni cutanee.

Questo limite non deve essere inteso come un “livello di sicurezza”, ma come un parametro a cui fare riferimento nel determinare le dosi massime consentite negli alimenti.

L’assunzione di arsenico nella dieta alimentare

Lo stesso studio ha analizzato anche il consumo di metallo nelle abitudini alimentari, considerandone le quantità rilevate in ogni tipo di alimento e i relativi livelli di consumo tra le varie fasce d’età.

Ne risulta che i più forti consumatori di arsenico sono i bambini sotto i tre anni, per i quali l’esposizione può essere superiore anche di 2-3 volte rispetto agli adulti, e alcuni gruppi etnici.

L’insieme di queste osservazioni ha portato alla necessità di imporre un limite alla quantità di arsenico nel riso.

Le nuove regole si applicheranno dal prossimo anno; i prodotti immessi sul mercato prima di tale data potranno essere commercializzati fino alla naturale data di scadenza o alla minima data di conservazione.

 

Indicazioni sulla salute - prugne

Indicazioni sulla salute in etichetta: respinte diverse richieste di autorizzazione

By Sicurezza AlimentareOne Comment

Con il Reg. UE 1886/2015 dello scorso 20 ottobre viene rifiutata la richiesta di autorizzazione ad indicare nell’etichetta di prodotti alimentari la dicitura “la lattasi per favorire la digestione” nel caso di presenza di Beta-galattosidasi prodotta da Streptococcus thermophilus e in riferimento allo sviluppo e alla salute dei bambini.

Viene rifiutata, nello stesso regolamento, la dicitura “le prugne secche/le prugne possono contribuire alle normali funzioni intestali”, sempre in riferimento allo sviluppo e alla salute dei bambini.

Queste due richieste di autorizzazioni rifiutate sono frutto della valutazione della correttezza e veridicità dell’indicazione stessa da parte dell’EFSA.

La valutazione viene effettuata in base alla procedura prevista all’art. 18 del Reg. UE 1924/06 e s.m.i. ed è naturalmente parte integrante di tutto l’inter autorizzativo.

Le aziende non sono più libere di riportare qualsiasi indicazione che faccia riferimento ai benefici sulla salute ottenuti dal consumo di un alimento particolare. Sulle etichette alimentari e in ogni fase della presentazione dell’alimento (sito internet, brochure, stand espositivi, ecc), le aziende possono utilizzare soltanto le indicazioni autorizzate dalla Commissione Europea in base alla procedura sopra citata e elencate nell’allegato del Reg.UE 432/2012, rispettando la esatta indicazione autorizzata.

Questo cambio di passo nella normativa, già ritenuto fondamentale e necessario nel 2006 con la pubblicazione del Reg.CE 1924, si basa sulla necessità di garantire che le indicazioni sulla salute risultino veritiere, chiare, affidabili e utili ai consumatori.

Proprio per questo motivo, con la pubblicazione del Reg.UE 432/12, viene meno la libera scelta di parole e diciture del produttore, stabilendo l’esatta dicitura che può essere utilizzata (elencata sempre nell’allegato).

Naturalmente lo scopo e l’obiettivo che si sono posti questi regolamenti rientrano esattamente nel quadro generale prescritto dal Reg.UE 1169/11 sulle informazioni ai consumatori: il consumatore deve avere gli strumenti giusti per poter effettuare una scelta consapevole prima dell’acquisto di un prodotto e non deve essere, in nessun caso, tratto in inganno.

 

clorato

Allerta EFSA: rischio clorato per i bambini con carenza di iodio

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Un’esposizione a lungo termine al clorato contenuto negli alimenti e in particolare nell’acqua potabile può essere motivo di preoccupazione per la salute dei bambini, in particolare di quelli con carenza lieve o moderata di iodio.

Ma è improbabile che l’assunzione totale in una sola giornata, anche ai più elevati livelli stimati, possa superare il livello di sicurezza raccomandato per i consumatori di tutte le età.

E’ il parere dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) sui rischi cronici e acuti per la salute pubblica derivanti dall’esposizione alimentare al clorato, compresa l’acqua potabile.

Frutta e verdura e i surgelati in genere gli alimenti più a rischio, proprio perché sono risultati avere  i tenori massimi di clorato, probabilmente dovuto alla quantità contenuta nell’acqua utilizzata durante il processo di lavorazione. E’ l’acqua potabile però la fonte principale di clorato nella dieta, contribuendo probabilmente fino al 60% dell’esposizione cronica al clorato per i neonati.

Il clorato introdotto nella dieta attraverso gli alimenti contaminati, normalmente è rapidamente eliminato con l’urina e non si accumula nell’organismo. Tuttavia, se assunto in elevate concentrazioni, può impedire temporaneamente l’assorbimento dello iodio, con effetti sulla tiroide. Ad altissime concentrazioni (superiori a 50 mg/Kg di peso corporeo assunte per via orale), il clorato può essere addirittura letale con lisi dei globuli rossi e decadimento dei reni.

 

Esposizione cronica

L’EFSA ha stabilito una dose giornaliera tollerabile (DGT) di 3 microgrammi per kg (µg/kg) di peso corporeo per l’esposizione a lungo termine al clorato contenuto negli alimenti.

Le stime più elevate dell’EFSA in merito all’esposizione cronica dei neonati, dei bambini piccoli e degli altri bambini (fino a 10 anni di età) superano la DGT, determinando un allarme per tutti i bambini che presentino una carenza di iodio lieve o moderata.

Esposizione acuta

Un elevato apporto di clorato durante un solo giorno potrebbe essere tossico per l’uomo, poiché può limitare la capacità del sangue di assorbire l’ossigeno, portando a insufficienza renale. L’EFSA ha pertanto stabilito anche un livello massimo di assunzione giornaliera di clorato pari a 36 µg/kg di peso corporeo (chiamato ‘dose acuta di riferimento‘).

Le stime più elevate di esposizione alimentare acuta per tutte le età si sono rivelate al di sotto di questo livello di assunzione di sicurezza, prendendo in esame anche categorie di consumatori particolarmente a rischio, come gli individui con malattie genetiche che possano influenzare il metabolismo del clorato o dello iodio.

Attualmente il limite per il clorato negli alimenti è di 10 µg/kg (Reg. CE 396/05 Art. 18)

Ciò vale a dire che, per raggiungere la dose giornaliera tollerabile, un adulto di 70 Kg potrebbe tranquillamente ingerire un quantitativo di cibo pari a circa 21 Kg! Il pericolo derivato dagli alimenti dunque, a patto che siano rispettati i limiti di legge, è nullo.

 

Maggiori problemi possono derivare invece dall’acqua potabile 

per la quale non esistono limiti di legge ma solo linee guida pubblicate dall’OMS, che ha proposto limiti pari a 0,7 mg/L (pari a 700 µg/L). In questo caso sarebbe sufficiente una assunzione giornaliera di appena 0,3 litri per raggiungere la dose giornaliera tollerabile.

Questi dati possono sembrare allarmanti, ma le stime dell’EFSA hanno considerato numerosi fattori, che hanno portato comunque ad escludere gli adulti dalle fasce di rischio (uno dei fattori è derivato dalle stesse linee guida dell’OMS, per le quali la concentrazione media di clorato nell’acqua non è mai superiore a 100 µg/L e quindi a livelli assolutamente tollerabili da un adulto). Permane, come detto, un pericolo significativo per i bambini fino a 10 anni di età.

Il parere all’EFSA è stato richiesto dall’Unione Europea proprio perché la Commissione ed alcuni Stati membri stanno riesaminando le misure in atto per limitare l’esposizione dei consumatori al clorato negli alimenti e per tutelare le classi di consumatori più sensibili.

 

latte e arsenico

Arsenico: i fattori che aumentano il rischio di esposizione alimentare

By Sicurezza AlimentareNo Comments

arsenico latteAttraverso il suolo l’arsenico, un metallo presente nell’ambiente nel terreno o nell’acqua, arriva nelle piante per assorbimento e accumulo. L’esposizione alle persone a questo composto chimico può avvenire attraverso l’ingestione di cibi o acqua contaminati e nel corso del tempo l’accumulo nell’organismo può avere conseguenze dannose alla salute. Le abitudini alimentari influenzano l’esposizione alimentare all’arsenico soprattutto in zone dove la presenza supera i limiti di normalità: pratiche di consumo regolare di acque di rubinetto e di sorgente ricche di arsenico; consumo di alimenti (pane ad esempio) trasformati con impiego di acqua locale o il consumo di alimenti vegetali prodotti localmente.

Di contaminazione con arsenico nella catena alimentare si è parlato al convegno organizzato dall’Istituto superiore di sanità a giugno scorso

Se negli Stati Uniti l’uso di arsenico organico nei mangimi è autorizzato, in Europa l’Efsa si è espressa in due occasioni sull’arsenico nelle filiere zootecniche affermando che il Nitarsone, composto organico di arsenico usato come additivo nei mangimi, non è permesso in Europa. I dati inizialmente non erano sufficienti per stimare il rischio per i consumatori poi studi condotti negli Usa hanno dimostrato un aumento della concentrazione di arsenico nei reflui zootecnici che contribuisce alla presenza nel suolo e nell’acqua. Nel 2015 la Food and Drug Administration americana si è espressa non autorizzando ulteriormente l’uso di nitarsone, ultimo organo arsenicale rimasto in zootecnia.

L’Efsa si è poi espressa sulla contaminazione con arsenico dei mangimi e alimenti per animali da reddito e i suoi riflessi sulla sicurezza degli alimenti di origine animale

I mangimi per acquacoltura sono quelli con i livelli più alti, di conseguenza i pesci possono dare un importante contributo all’arsenico totale nella dieta umana anche se i dati sono ancora incompleti per una valutazione sulla tossicità. La presenza nei prodotti ittici e nei mangimi per acquacoltura non pone però un problema paragonabile a quello dell’arsenico nei prodotti vegetali ed inoltre l’assunzione dipende dal tipo di prodotti della pesca (crostacei e molluschi più a rischio) e come si preparano.

In genere per gli altri mangimi per animali l’arsenico non è valutato dall’Efsa come non un contaminante prioritario per tutelare la sicurezza alimentare, tuttavia in aree con elevati livelli di arsenico nell’ambiente si registra un aumento significativo anche nel latte. I ruminanti sono particolarmente esposti all’ambiente e quindi il consiglio è di fare attenzione a latte e latticini provenienti da zone dove si è registrata una presenza diffusa di arsenico, anche se a basse concentrazioni, in un gruppo di alimenti ad elevato consumo ed in particolare nel latte usato per i bambini.

Da gennaio 2016 entreranno in vigore due regolamenti comunitari che stabiliscono i nuovi limiti per piombo e arsenico inorganico negli alimenti.

  • I gruppi alimentari che contribuiscono maggiormente all’esposizione all’arsenico sono cereali e prodotti da forno, acqua minerale e bevande, verdure e ortaggi.
  • I bambini e i residenti in aree con abbondanza naturale di arsenico nell’ambiente rappresentano i gruppi di popolazione con i livelli espositivi più elevati.
acrilammide e fritti

EFSA: allarme acrilammide nel cibo, rischio tumori

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Gli esperti del gruppo scientifico dell’EFSA sui contaminanti nella catena alimentare (CONTAM) hanno ribadito le loro precedenti valutazioni in base alle quali l’acrilammide presente negli alimenti può aumentare il rischio di sviluppare il cancro nei consumatori per tutte le fasce d’età.

Si ribadisce in sostanza la conclusione resa pubblica già un anno fa.

Se da un lato le prove condotte su animali mostrano che l’acrilammide e il suo metabolita, la glicidammide, sono genotossiche e cancerogene (danneggiano cioè il DNA e provocano il cancro), gli studi condotti sull’uomo non hanno condotto a prove esaustive che l’esposizione alimentare all’acrilammide provochi il cancro.

Poiché l’acrilammide è presente in un’ampia gamma di alimenti comuni, l’allarme per la salute vale per tutti i consumatori, ma è l’infanzia la fascia di età più esposta, sulla base del peso corporeo. I più importanti gruppi di alimenti che contribuiscono all’esposizione all’acrilammide sono i prodotti fritti a base di patate, il caffè, i biscotti, i cracker, i pani croccanti e il pane morbido.

L’acrilammide è una sostanza chimica che si forma naturalmente nei prodotti alimentari amidacei durante la normale cottura ad alte temperature (frittura, cottura al forno e alla griglia e anche trasformazione industriale a più di 120° e bassa umidità). Si forma per lo più a partire da zuccheri e aminoacidi (soprattutto un aminoacido chiamato “asparagina”) che sono naturalmente presenti in molti cibi. Il processo chimico che causa ciò è noto come “reazione di Maillard”, la reazione che conferisce l’aspetto abbrustolito ai cibi e li rende più gustosi.

Una volta ingerita, l’acrilammide viene assorbita dal tratto gastrointestinale, distribuita a tutti gli organi e ampiamente metabolizzata. La glicidammide è uno dei principali metaboliti che risultano da questo processo ed è la più probabile causa di mutazioni genetiche e tumori riscontrati in studi su animali.

Oltre al cancro, il gruppo di esperti ha esaminato anche i possibili effetti nocivi dell’acrilammide sul sistema nervoso, sullo sviluppo pre e postnatale e sul sistema riproduttivo maschile. Questi effetti, sulla base dei correnti livelli di esposizione, non sono stati ritenuti motivo di preoccupazione.

Riduzione dell’esposizione all’acrilammide dalla dieta

Scelta degli ingredienti, metodo di conservazione e temperatura alla quale il cibo è cucinato possano influire sulla quantità di acrilammide nei diversi tipi di alimenti e quindi sul livello di esposizione alimentare.

 

Coloranti alimentari: quali sono quelli tossici?

By Sicurezza Alimentare, VarieOne Comment

coloranti-alimentariSpesso ci chiediamo quali sono i coloranti alimentari più pericolosi usati per rendere più attraenti gli alimenti.

Sicuramente il più noto è il blu intenso noto come E133 reso “famoso” alle cronache per il ritiro delle caramelle “Fini Boom Vampirea causa di una quantità superiore ai limiti consentiti.

L’E133 è il colorante Blu Brillante FCF e rientra nell’elenco degli additivi previsti dall’allegato II del Reg. 1333/2008 e s.m.i. e nello specifico nella categoria “ coloranti alimentari con limite massimo combinato”. Il suo utilizzo è ammesso per diverse tipologie di alimenti (per esempio gomme da masticare, bevande aromatizzate, dessert, ecc.) con limiti massimi di utilizzo diversi a seconda delle diverse categorie di alimenti.

E’ importante notare che non è stato classificato e valutato dall’EFSA come “colorante che può influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei bambini” come invece i seguenti coloranti alimentari :

  • E110 Sunset Yellow
  • E104 Giallo di chinolina
  • E122 Carmoisina
  • E129 Rosso Allura
  • E102 Tartrazine
  • E124 Ponceau 4R

Gli additivi sono compresi nella lista degli ingredienti e di solito appaiono per ultimi, ma vanno seriamente considerati, imparando prima a conoscerli.

Li troviamo indicati sempre con una “E” e un numero a seguire, ad eccezione degli aromi che possono essere riportati con il loro nome esteso senza la “E”.

I coloranti presenti negli alimenti rientrano appunto tra gli additivi stabiliti per legge e servono per migliorare l’aspetto degli alimenti.

LE ETICHETTE NUTRIZIONALI BOCCIATE DALL’EFSA

By Sicurezza Alimentare, VarieNo Comments

L’EFSA, Autorità europea per la sicurezza alimentare, boccia ancora una volta le etichette nutrizionali salutistiche, ossia le diciture dei prodotti alimentari che promettono benefici per bambini e adulti.

Sono 442 le etichette esaminate dagli esperti scientifici e la gran parte non ha superato l’esame scientifico. Molte imprese europee hanno ormai come abitudine di inventare correlazioni tra il consumo di un alimento e i benefici per la salute.

Il gruppo di esperti scientifici che si occupa di prodotti dietetici, alimentazione e allergie ha pubblicato infatti i risultati delle valutazioni di una quarta serie d’indicazioni “funzionali generiche” sulla salute proposte per l’utilizzo sui prodotti alimentari.

Fra quelli bocciati con parere sfavorevole la motivazione deriva dalla scarsa qualità delle informazioni fornite.

“Si riscontravano, ad esempio, le seguenti lacune informative: impossibilità di identificare la sostanza specifica su cui si basava l’indicazione; mancanza di prove a sostegno dei vantati effetti benefici per il mantenimento o il miglioramento delle funzioni fisiologiche o mancanza di precisione circa l’indicazione sulla salute rivendicata”.

Sino ad ora sono 2184 diciture con l’80% di bocciature per mancanza di un valido supporto scientifico, entro giugno 2011 saranno valutate le restanti 600 etichette nutrizionali o claims salutistici.

Le 442 indicazioni valutate si riferiscono al rapporto con la salute in ambiti quali: protezione da danni ossidativi alle cellule dell’organismo, contributo alla funzionalità cognitiva o intestinale e mantenimento di livelli normali di colesterolo nel sangue.

Secondo l’Efsa tra le indicazioni valutate con esito positivo vi sono la relazione tra noci e miglioramento della funzione dei vasi sanguigni, effetto antiossidante dei polifenoli sul colesterolo LDL riscontrato nell’olio d’oliva, caffeina e stato di veglia come pure caffeina e maggiore resistenza fisica.

Risultano inoltre prove scientifiche sulla sostituzione di amido digeribile con amido resistente per abbassare l’incremento dei livelli di glucosio nel sangue dopo i pasti e sulla la sostituzione di acidi grassi saturi con acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi per mantenere nella norma i livelli di colesterolo nel sangue.

 

 GRUPPO MAURIZI CAMBIA SEDE

 

La nostra Azienda è cresciuta negli ultimi anni e la nostra sede crescerà con noi.

Per fare spazio a nuovi progetti, clienti e collaboratori, abbiamo scelto una sede più grande.

Da lunedì 20 giugno potrai trovarci nel nostro nuovo Headquarter a questo indirizzo:

 

Gruppo Maurizi s.r.l.

Via Pellaro 22, 00178 Roma

 

A partire da tale data tutti i campioni del laboratorio dovranno essere spediti e/o consegnati al nuovo indirizzo.

This will close in 0 seconds

Richiedi una consulenza
icona-preventivo