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I danni dell’etichettatura a semaforo

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Il semaforo è rosso in Inghilterra

Ormai è ufficiale, gli inglesi “snobbano” le nostre eccellenze come il Parmigiano Reggiano e il prosciutto di Parma se vendute con un bel semaforo rosso.

La cosa può stupirci?

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Già a Giugno 2015 avevamo messo in evidenza come i nostri prodotti avrebbero potuto subire dei danni commerciali e di immagine a causa del sistema dell’ etichettatura a semaforo.

Danni che anche l’UE non ha potuto non considerare, ad Ottobre del 2014 avevamo pubblicato un articolo sulla procedura di infrazione che la Gran Bretagna aveva ricevuto dall’Unione Europea perché l’etichetta con il semaforo era stata considerata lesiva della concorrenza.

Tornando ai giorni d’oggi, la ricerca Nomisma ha monitorato la vendita del Parmigiano Reggiano e del Prosciutto di Parma negli ultimi due anni in una importante catena di Grande Distribuzione Organizzata inglese ed ha certificato che il parmigiano ha perso il 7% in valore, mentre il prosciutto il 17%.

Ma in cosa consiste questa etichettatura a semaforo volontaria che hanno voluto gli inglesi?

Dal 2013 i prodotti alimentari della Gran Bretagna (con un sistema adottato dal 98% della GDO inglese) sono classificati con uno dei tre colori del semaforo in base al contenuto di grassi, grassi saturi, sale o zuccheri prendendo come riferimento in peso l’intera unità di vendita della confezione (quindi i pesi più svariati).

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L’Italia si è subito schierata contro questo sistema, del tutto arbitrario e fuorviante.

Oggi sono 16 Paesi europei (Italia, Slovenia, Portogallo, Polonia, Romania, Slovacchia, Lettonia, Lussemburgo, Belgio, Cipro, Spagna, Irlanda, Germania, Bulgaria, Grecia, Croazia) a chiedere che venga ristabilita una equità di presentazione dei prodotti alimentari, e che venga impedito l’utilizzo dei colori del semaforo attualmente in vigore in Gran Bretagna.

Ancora una volta la corretta informazione al consumatore è protagonista: le etichette alimentari sono il più importante strumento di comunicazione e il Reg 1169/11/UE, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, ha evidentemente dei limiti nella sua applicazione.

Limiti che permettono interpretazioni volontarie lesive della concorrenza commerciale, come ad esempio il mancato obbligo di indicare lo stabilimento di produzione.

pomodori disposti a cuore

I passi della vera salsa … di pomodoro!

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Le proprietà della salsa di pomodoro:

La salsa di pomodoro è un simbolo dell’industria alimentare italiana, ed è un ingrediente fondamentale nella dieta mediterranea. Conserva pienamente tutte le proprietà nutritive dell’ortaggio fresco, ricco di vitamina A, C, Beta-Carotene e Potassio. La presenza del licopene, antiossidante responsabile del colore rosso, la rende un eccellente agente antitumorale.

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La produzione italiana di pomodoro da industria è tale da coprire l’intera richiesta interna, pertanto la quasi totalità della produzione italiana di salse di pomodoro è effettuata con materie prime italiane.

Frodi alimentari ed etichettatura:

Recentemente, tuttavia, si è molto parlato di frodi alimentari legate all’origine della materia prima utilizzata per la preparazione di pelati e salse di pomodoro ottenute da concentrati.

Sicuramente il rischio di frodi e raggiri non è assente, tuttavia non è tale da giustificare eccessivi allarmismi. La legislazione italiana, col Decreto Mi.A.P. 23.09.2005, definisce la passata di pomodoro come:

“Il prodotto ottenuto direttamente da pomodoro fresco, sano e maturo, avente il colore, l’aroma ed il gusto caratteristici del frutto da cui proviene, per spremitura”.

Questa definizione è utile nel definire i metodi industriali utilizzati per ottenere la passata, che non può essere ottenuta rinvenendo una concentrato di pomodoro, ma triturando i pomodori freschi. Il prodotto viene scottato per inattivare gli enzimi ed evitare così la degradazione. Il pomodoro triturato passa quindi nelle macchine passatrici che eliminano semi e bucce in modo da conferire al prodotto l’aspetto vellutato. In appositi concentratori si lascia poi evaporare una parte dell’acqua riducendo di poco il contenuto di alcuni nutrienti, ma incrementando la concentrazione di altri (es. il licopene). Si procede quindi all’imbottigliamento e alla pastorizzazione del prodotto.

salsa-di-pomodoroCon il Decreto del 17 Febbraio 2006, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali è intervenuto a integrare anche la disciplina dell’etichettatura della passata di pomodoro, ponendo l’attenzione sulla necessità di definire l’origine del pomodoro fresco utilizzato. Il fine di questa normativa è quello di assicurare la più ampia tutela del consumatore: nella premessa al decreto si legge che l’indicazione della zona di provenienza del pomodoro fresco consente al consumatore di operare responsabilmente la propria scelta senza essere indotto in errore.

L’art. 1 del decreto in esame specifica che nell’etichetta della passata di pomodoro deve essere indicata la zona di coltivazione del pomodoro fresco utilizzato; tale riferimento può essere realizzato indicando:

  1. la zona effettiva di coltivazione del pomodoro fresco coincidente con la Regione, oppure;
  2. lo Stato dove il pomodoro fresco è stato coltivato.

Per quanto riguarda le caratteristiche chimiche delle salse, è il già citato Decreto del Ministero delle Attività Produttive che definisce i quantitativi minimi di zucchero presenti all’interno della passata e l’acidità massima consentita. Al prodotto non possono essere aggiunti che sale, eventuali correttori di acidità e spezie, erbe e piante aromatiche.

 

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Mozzarella: non è tutto latte quello che luccica

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Mozzarella a risparmio

La mozzarella è uno dei prodotti che per eccellenza rappresenta il “made in Italy”Eppure, sta prendendo sempre più piede la pratica di utilizzare semilavorati di provenienza estera in sostituzione del latte per la produzione di formaggi che poi vantano origini “italiane”.

Secondo la Coldiretti, una mozzarella su quattro in Italia sarebbe prodotta a partire da cagliate (semilavorati ottenuti dopo l’aggiunta del caglio al latte) conservate che vengono poi sciolte in acqua calda e lavorate.

Il metodo tradizionale di produzione della mozzarella, invece, prevede la coagulazione del latte attraverso l’aggiunta di fermenti lattici e caglio per ottenere una cagliata che viene poi sottoposta a filatura.

Con l’uso di semilavorati, quindi, i produttori hanno indubbiamente un abbattimento dei costi (la cagliata viene spesso acquistata all’estero a prezzi estremamente competitivi) e dei tempi di produzione (viene eliminata tutta la fase di coagulazione del latte) rispetto al metodo tradizionale.

I formaggi così ottenuti costano meno ed hanno spesso un aspetto del tutto paragonabile a quello delle mozzarelle tradizionali, a discapito della qualità. Il consumatore purtroppo non ha gli strumenti per distinguere una mozzarella prodotta da latte fresco da una prodotta da semilavorati, o per distinguere un prodotto realizzato a partire da materia prima italiana o estera, anche perché la normativa attualmente in vigore è carente da questo punto di vista.

Al momento, infatti, le aziende non sono obbligate a riportare sulle etichette l’indicazione dell’origine delle materie prime utilizzate per la produzione di formaggi. Inoltre la normativa vigente stabilisce che il luogo d’origine dei prodotti alimentari trasformati “si identifica nel luogo in cui è avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale”, nel caso specifico quindi la mozzarella prodotta da cagliata estera lavorata all’interno di stabilimenti situati in Italia è a tutti gli effetti un prodotto italiano.

Ancora una volta il problema riguarda la mancanza di trasparenza e completezza delle informazioni fornite al consumatore. Per tutelare i formaggi tradizionali italiani, le cui caratteristiche organolettiche peculiari spesso sono riconducibili proprio alla qualità della materia prima e alla tecnologia di produzione e tutelare al tempo stesso gli interessi dei consumatori è necessario che sia garantita l’origine e la qualità della materia prima e che siano fornite informazioni chiare e non fuorvianti in etichetta. 

D’altra parte il Reg. UE 1169/11 aveva già sottolineato la necessità di ulteriori chiarimenti in merito all’indicazione obbligatoria dell’origine o del luogo di provenienza per il latte utilizzato quale ingrediente dei prodotti lattiero-caseari.

Quindi, qual’è la mozzarella di cui fidarsi?

In attesa di indicazioni al riguardo da parte della Commissione Europea possiamo farci un’idea del tipo di prodotto che stiamo acquistando dall’elenco ingredienti.

Secondo la normativa italiana infatti è possibile produrre mozzarella dal latte intero ovvero parzialmente o totalmente scremato, oppure dalla crema, in seguito a coagulazione acida o presamica, anche facendo uso di fermenti e di sale di cucina, per cui nell’elenco ingredienti di una mozzarella dovremmo trovare solo quattro ingredienti:

  • latte
  • fermenti lattici
  • caglio
  • sale

A questi potranno essere aggiunti alcuni additivi quali, acido citrico, acido lattico e acido acetico in concentrazione “quanto basta”.

specialità-tradizionali-garantite-mozzarella

A livello nazionale è inoltre applicabile il Decr. Mi.P.A.F. 28/06/01, che individua una serie di requisiti, sia produttivi che relativi agli ingredienti, per i quali una mozzarella possa essere inclusa nel novero della “Specialità Tradizionale Garantite” (STG); per questa categoria di mozzarelle, la lavorazione tradizionale e l’uso di materie prime legate al territorio, costituisce un requisito imprescindibile e molte aziende, pur non richiedendo il bollino identificativo, vogliono operare nel rispetto della produzione tradizionale. Ed è proprio nei confronti di queste aziende, che la diffusione di semilavorati di origine estera costituisce un ostacolo  e un problema.

Siamo fiduciosi tuttavia, che le Autorità Competenti, siano esse Comunitarie o Nazionali, possano presto fare chiarezza su un problema che sta a cuore tanto ai produttori (da tutelare per le loro lavorazioni di eccellenza), quanto ai consumatori (da informare correttamente sulla natura degli alimenti che consumano.

etichette alimentari spiegate da Daniela Maurizi

Come leggere le etichette alimentari

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L’importanza delle etichette alimentari raccontata agli studenti

Oggi, Daniela Maurizi, Amministratore Delegato del Gruppo Maurizi, si è divertita insieme ai ragazzi delle classi di medie e Liceo dell’Highlands Institute di Roma, a svelare le 10 regole del Regolamento UE 1169/2011, mostrando esempi e casi pratici di aziende sanzionate dalle Autorità perché troppo “furbe” nello scrivere le etichette dei loro prodotti.

Soprattutto dei prodotti destinati agli adolescenti! Una nota marca è arrivata a paragonare le patatine fritte alla mela: rivolgendosi ai genitori, scriveva sulla confezione che “25 grammi di prodotto hanno addirittura lo stesso valore nutritivo di una mela di 100g”. In seguito l’azienda è stata sanzionata proprio per questo motivo.

Dei prodotti per adolescenti, come merendine, bibite e snacks, spesso è anche la denominazione stessa dell’alimento ad essere troppo generica: per attirare e invogliare all’acquisto. In realtà non sempre c’è chiarezza: il nome di un prodotto può essere di fantasia, mentre la denominazione di vendita può essere definita per legge o deve descrivere la natura del prodotto. “Prodotto dolciario da forno”, o “merenda con farcitura al latte” sono solo due esempi di denominazione di vendita.  Il produttore deve infatti utilizzare la denominazione prescritta dall’Unione o dalle disposizioni legislative nazionali, o una denominazione descrittiva, con questa intendendo una descrizione dell’alimento o, se necessario, del suo uso.

Etichette alimentari, queste sconosciute

“Quanti di voi leggono le etichette?”

 

Se anche voi, come gli studenti, siete tentati di chiedere la domanda di riserva, è consigliabile abituarsi a stare attenti alle etichette alimentari.  Le etichette contengono molte informazioni importanti anche se a volte le aziende cercano modi accattivanti per comunicare con il consumatore e invogliarlo all’acqusito.

Capita infatti che sugli scaffali si trovino prodotti dalle scritte invitanti, con promesse di apporti vitaminici, calcio o fibre, accompagnati da slogan quali: “Realizzato in collaborazione con l’istituto…”, “Contiene il 50% della razione giornaliera raccomandata di…” e numerosi altri esempi.

 

Per legge, le informazioni fornite sulle etichette o nelle pubblicità:

  1. non devono indurre in errore il consumatore (vantando proprietà che non possiedono, caratteristiche comuni vendute come uniche…)
  2. non devono essere ambigue né confuse,
  3. devono essere basate su dati scientifici (quindi devono essere dimostrabili)

Ben vengano quindi le informazioni volontarie sui prodotti, cioè le informazioni inserite in aggiunta a quelle richieste dalla legge, ma con criterio.

L’interesse, e la fame, degli studenti sono stati poi stimolati quando la Dottoressa Maurizi ha citato le norme legate alla composizione del cioccolato. Il D.Lgs 178/2003 infatti, ha stabilito quali devono essere le percentuali di cacao e burro affinché il cioccolato possa effettivamente essere considerato cioccolato, cioccolato bianco o cioccolato al latte.

Questa, e le altre regole e indicazioni che hanno scatenato le domande dei ragazzi, nel video in uscita nella nostra rassegna stampa e sulle nostre pagine social.

 

 

carne separata meccanicamente etichette

Cos’è la carne separata meccanicamente?

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Carne separata meccanicamente, cos’è e che effetti ha sulla salute:

Il Reg. CE 853/04 definisce la carne separata meccanicamente (o CSM) come il “prodotto ottenuto mediante rimozione della carne da ossa carnose dopo il disosso o da carcasse di pollame, utilizzando mezzi meccanici che conducono alla perdita o modificazione della struttura muscolo-fibrosa”.

In sostanza, la CSM è ciò che viene asportato dalle carcasse di pollo o di suini (mediante spremitura o raschiatura) dopo che sono stati prelevati i tagli più pregiati.

Il prodotto che si ottiene può avere l’aspetto di una “pasta” o essere simile alla carne macinata, a seconda che si utilizzino rispettivamente procedimenti “ad alta pressione” o “a bassa pressione”, e trova impiego nella produzione di wurstel di pollo, ripieni per tortellini, piatti pronti a base di pollo quali cotolette e crocchette, lasagne ecc.

Senza dubbio in questo modo si ha uno sfruttamento ottimale delle materie prime e una riduzione notevole degli sprechi, ma qual è la qualità del prodotto che si ottiene?

E, soprattutto, il consumo di carne separata meccanicamente può comportare rischi per la salute?

 

carne separata meccanicamente etichette

 

Il consumo di CSM comporta rischi per la salute?

Secondo l’EFSA i pericoli di natura microbiologica e chimica associati alla CSM derivano dalla contaminazione delle materie prime e/o da prassi igieniche non corrette applicate alla lavorazione della carne e sono analoghi a quelli connessi alla carne fresca, alla carne macinata o ai preparati a base di carne.

Sempre secondo l’EFSA, però, con i processi produttivi ad alta pressione, i quali comportano una maggiore degradazione delle fibre muscolari, il rischio di crescita microbica risulta più elevato.

Quindi, se la produzione di carne separata meccanicamente avviene nel rispetto dei requisiti igienici imposti dalla normativa vigente in campo alimentare, non ci sono rischi maggiori per la salute pubblica rispetto alla carne fresca.

Carne fresca e CSM, le differenze

La carne separata meccanicamente è comunque cosa ben diversa dalla carne fresca!

Lo dichiara esplicitamente il D.Lgs 109/92: “le carni separate meccanicamente sono escluse dalla definizione di carne e devono essere designate come tali seguite dal nome della specie animale da cui provengono”.

La normativa vigente stabilisce quindi che i consumatori siano adeguatamente e chiaramente informati circa la presenza o meno di carne separata meccanicamente all’interno dei prodotti che acquistano, e che l’etichetta riporti l’indicazione che il prodotto deve essere cotto prima del consumo, allo scopo di tutelare la salute e gli interessi dei consumatori stessi.

Queste informazioni non sono, però, sufficienti a fornire degli strumenti realmente efficaci per una scelta consapevole al momento dell’acquisto e per il successivo utilizzo sicuro dei prodotti.

L’etichettatura della CSM

Anzitutto occorre considerare che le attuali disposizioni in materia di etichettatura consentono la definizione generica di “CSM” senza l’obbligo di specificare se è stata ottenuta mediante procedimenti a bassa pressione oppure ad alta pressione (e quindi a maggior rischio di contaminazione microbica).

Inoltre, la semplice indicazione di cuocere il prodotto prima del consumo non fornisce al consumatore informazioni esaurienti, in quanto sarebbero necessarie istruzioni precise circa i corretti metodi di cottura e la temperatura minima occorrente a garantire l’eliminazione di tutti i possibili patogeni.

A tale proposito si consideri che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, tenendo conto della possibile abitudine di consumare prodotti non cotti o cotti in modo insufficiente, già da diversi anni ha sottolineato la necessità che l’etichetta dei prodotti contenenti carne separata meccanicamente contenga indicazioni precise circa le modalità di cottura per assicurare un maggior livello di tutela della salute pubblica.

Carne separata meccanicamente, tiriamo le somme:

Sebbene il consumo di carne separata meccanicamente sembri, quindi, non comportare rischi maggiori per la salute dei consumatori rispetto alla carne separata non meccanicamente, dal punto di vista del valore merceologico rappresenta indubbiamente un prodotto nettamente inferiore,

ed è doveroso che il consumatore sia informato in maniera esaustiva per poter effettuare liberamente l’acquisto e il consumo di tale prodotto nella consapevolezza che la carne separata meccanicamente è cosa ben diversa dalla carne fresca.

Decalogo della Sicurezza Alimentare

Decalogo della Sicurezza Alimentare

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E’ questo uno dei motivi che ha spinto il Consiglio Nazionale dei Chimici a promuovere il Decalogo della Sicurezza Alimentare, contenente tutte le indicazioni per una corretta sicurezza alimentare, anche casalinga.

 

Molte persone preferiscono produrre in casa alcune tipologie di alimenti ma non sempre si è a conoscenza dei rischi a cui si va incontro.

L’istituto Superiore di Sanità mette a disposizione delle linee guida per la corretta preparazione delle conserve alimentari in ambito domestico, con indicazioni che vanno dal mantenimento di una corretta igiene degli alimenti, per ridurre al minimo il rischio di contaminazione, alla scelta degli ingredienti e le buone pratiche e procedure da seguire per la preparazione di diverse tipologie di conserve.

Aziende di produzione e ristoranti devono rispettare regole ben precise riguardo le metodologie di conservazione e lavorazione del pesce ma anche nel caso di utilizzo in casa di questi prodotti è bene seguire alcune buone pratiche.

  • Un primo aspetto importante riguarda la conservazione degli alimenti a temperatura controllata

Come per tutti gli alimenti congelati, surgelati o deperibili, anche il pesce deve essere mantenuto a una temperatura costante, evitando di spezzarne la catena del freddo con sbalzi termici ma soprattutto cercando di limitare al minimo i tempi in cui l’alimento è soggetto a temperature superiori, come nel caso del trasporto dal negozio a casa.

  • Se consumato crudo, il pesce deve essere preventivamente conservato nel congelatore domestico

In mancanza di un abbattitore professionale di temperature, è necessaria la conservazione del prodotto nel congelatore casalingo (che dovrebbe essere contrassegnato con tre o più stelle) per almeno 96 ore a -18°C. Caso diverso è invece quello del ristorante, che grazie all’utilizzo dell’abbattitore può ridurre i tempi a 24 ore, mantenendo il pesce a -20°C.

Lo scongelamento non deve mai avvenire a temperatura ambiente, idonea alla proliferazione dei batteri, ma sempre all’interno del frigorifero o tramite microonde. Una volta scongelato, l’alimento deve poi essere consumato entro le 24 ore e non deve essere ricongelato, a meno che non venga preventivamente cotto.

Saper leggere le etichette

Anche riguardo la conservazione e il consumo di prodotti industriali c’è spesso molta confusione, a partire dalle indicazioni in etichetta, che offrono una vasta gamma di informazioni utili alla corretta gestione degli alimenti, di cui a volte il consumatore non è del tutto consapevole.

Indicazione della data di scadenza

Tutti i prodotti che abbiano superato la data di scadenza non possono essere messi in commercio ma spesso capita di comprare un alimento e conservarlo in casa oltre quella che viene comunemente definita, appunto, ‘data di scadenza’.

C’è da fare tuttavia una precisazione:

Sulla confezione dell’alimento acquistato si possono trovare due diciture:

  1. da consumarsi entro il”, che indica la data stabilita dal produttore entro cui il prodotto può essere consumato in sicurezza;
  2. da consumarsi preferibilmente entro il”, cioè la data di preferibile consumo, oltre la quale il prodotto può perdere le sue caratteristiche nutrizionali e/o organolettiche, pur non diventando generalmente pericoloso per la salute.

Marchi di qualità e claims

Spesso nelle etichette dei prodotti alimentari capita di trovare marchi di qualità come IGT, IGP, DOP, DOC. In realtà queste diciture, pur indicando specifici criteri di lavorazione o garantendo l’utilizzo di determinare materie prime (controllate dal disciplinare di produzione della denominazione di appartenenza) non forniscono alcuna indicazione o garanzia in termini di qualità o sicurezza dell’alimento stesso.

Allo stesso modo, alcune diciture quali “senza lattosio” o “gluten free”  esprimono l’assenza in assoluto di questi allergeni ma ne garantiscono l’eventuale concentrazione al di sotto dei limiti stabiliti per legge, a tutela dei soggetti sensibili.

stabilimento di produzione

Indicazione dello stabilimento di produzione: tornerà ad essere obbligatoria?

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Ieri, 10 settembre 2015, il Consiglio dei Ministri ha dato l’avvio all’iter normativo per rendere di nuovo obbligatoria l’indicazione dello stabilimento di produzione sulle etichette dei prodotti alimentari

A seguito della forte richiesta del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin e del Ministro del MIPAAF Maurizio Martina, è stato dato l’avvio allo schema di disegno di legge che contiene il ripristino dell’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione, indicazione che non è stata presa in considerazione dal Regolamento UE 1169/11.

L’obbligo riguarderà soltanto gli alimenti prodotti in Italia e destinati al solo mercato Italiano.

Partirà a breve la notifica della norma alle autorità europee per la preventiva autorizzazione. La motivazione adottata dallo Stato Italiano riguarderà la più efficace tutela della salute del consumatore e potrà essere autorizzata solo laddove l’Unione Europea riterrà che la norma non crei ostacoli alla libera circolazione delle merci (Art.38 Reg. UE 1169/11).

Il percorso da intraprendere è ancora lungo e trova interessi economici e delocalizzazioni alla base delle questioni aperte.

Alcuni dei marchi più importanti della GDO (Conad, Coop, Esselunga, Carrefour, Lidl) hanno deciso comunque di mantenere l’indicazione volontariamente sulle etichette dei prodotti a loro marchio. Il mondo delle industrie è ancora spaccato a metà tra chi non vuole assolutamente l’indicazione e chi lo ha mantenuto per garantire trasparenza al consumatore.

Etichette della carne: le indicazioni obbligatorie

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Dal 01 Aprile 2015, oltre alle informazioni obbligatorie previste dal Reg. UE 1169/11 (Relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori), dovrà essere riportato quanto previsto dal Reg. UE 1337/2013 che riguarda l’indicazione del paese di Origine o del Luogo di Provenienza delle carni fresche, refrigerate o congelate di animali della specie suina, ovina, caprina e di volatili.

In ogni fase della produzione e distribuzione delle carni, deve essere disposto e utilizzato un sistema di identificazione e di registrazione che garantisca il collegamento tra le carni e l’animale.

Etichette della carne, l’infografica!

Modalità di applicazione: Vedi la tabella seguente per le informazioni da riportare.

 

 

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Etichette dei prodotti alimentari

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Nuove regole per etichette prodotti alimentari

Dal 13 Dicembre sono cambiate le regole in merito alle etichette dei prodotti alimentari. Abbiamo stilato un decalogo con le novità portate dal REG. UE 1169/11 in merito alle informazioni da fornire ai consumatori. 

 

1. Mettere in evidenza gli allergeni contenuti: tutti gli allergeni contenuti devono essere indicati in elenco ingredienti con un carattere diverso rispetto agli altri ingredienti

 

2. Nelle etichette dei prodotti alimentari va indicata la modalità di conservazione di seguito alla data di scadenza: per i prodotti deperibili le modalità di conservazione (per esempio conservare a temperatura compresa tra 0 e 4°C) devono essere riportate di seguito all’indicazione della data di scadenza (da consumare entro gg/mm/aaaa)

 

3. Indicazione obbligatoria della ragione sociale completa di chi commercializza il prodotto: non è più sufficiente riportare il solo marchio aziendale, ma è necessario esplicitare per esteso anche la ragione sociale dell’azienda a nome della quale il prodotto è venduto

 

4. Indicazione della specie vegetale degli oli/grassi vegetali: non è più possibile riportare in generale “olio vegetale” ma è obbligatorio indicare l’origine botanica dell’olio, per esempio “olio di palma”)

 

5. Tutte le indicazioni obbligatorie devono essere riportate con caratteri alti almeno di 1,2 mm

 

6. Origine delle carni: dal 01.04.15 sarà obbligatorio riportare in etichetta anche i dati relativi all’origine (luogo di nascita, luogo di allevamento, luogo di macellazione) delle carni ovine, caprine, suine, volatili

 

7. Data di congelamento: per la carne, le preparazioni a base di carne e per i prodotti non trasformati a base di pesce congelati deve essere riportata la data di congelamento o la data di primo congelamento (per i prodotti che sono stati congelati più di una volta)

 

8. Per le carni macinate, così come descritte e definite nell’allegato VI parte B, l’etichettatura reca (già dal 01.01.14) le diciture “percentuale del tenore in materie grasse inferiore a…” e “rapporto collagene/proteine della carne inferiore a …”

 

9. Nuova tabella nutrizionale: obbligatoria a partire dal 12.12.16, se riportata in etichetta volontariamente deve essere comunque adeguata a quanto previsto dal regolamento (cambia l’ordine in cui i nutrienti devono essere riportati in tabella e aumentano i nutrienti minimi da riportare (energia espressa in kJ e kcal, grassi, di cui acidi grassi saturi, carboidrati, di cui zuccheri, proteine, sale).

 

10. Sede dello stabilimento di produzione: non è più obbligatorio riportare la sede dello stabilimento di produzione

Anche le collettività (e quindi ristoranti, mense, catering, ecc.) sono soggette all’applicazione di questo regolamento: devono infatti indicare gli allergeni contenuti nelle diverse pietanze da loro serviti.

 

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Allergeni alimentari: il parere dell’EFSA

By Sicurezza Alimentare, Varie2 Comments


L’EFSA aggiorna il suo parere scientifico sugli allergeni
ma non definisce cambiamenti nella lista né definisce nuovi limiti soglia.

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La prevalenza di allergie alimentari in tutta Europa, secondo gli esperti dell’Efsa, è stata stimata a circa l’1% sia in adulti che in bambini.

Circa il 75% delle reazioni allergiche fra i bambini sono causate da arachidi, uova, pesce, latte vaccino, e noci.

Tra gli adulti invece circa il 50% delle reazioni allergiche si verificano venendo a contatto con frutti che scatenano reazioni crociate al lattice, con la famiglia delle Rosacee (che comprende mele, pere, ciliegie, lamponi, fragole e mandorle), con le verdure della famiglia delle Apiaceae (che include il sedano, le carote e le erbe aromatiche), con varie noci e con le arachidi.

Sollecitata da alcuni Stati membri a valutare un limite soglia per alcuni allergeni, l’EFSA apre alla possibilità di studi che possano portare a valutazioni per la gestione del rischio ma non si esprime in merito all’etichettatura non essendo di sua competenza.

La presenza di sostanze allergeniche deve essere indicata in etichetta secondo la normativa comunitaria ciò vale ad esempio per prodotti come cereali contenenti glutine, latte, uova, noci, arachidi, soia, pesce, crostacei, molluschi, sedano, lupino, sesamo, senape e solfiti.

Il parere dell’EFSA era atteso proprio perché si sperava che definisse limiti soglia almeno per alcuni allergeni (come ad esempio è definito per l’anidride solforosa) in modo da ridurre le informazioni in etichetta dovute a contaminazione crociata che a volte è minima.

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