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frodi alimentari

pomodori disposti a cuore

I passi della vera salsa … di pomodoro!

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Le proprietà della salsa di pomodoro:

La salsa di pomodoro è un simbolo dell’industria alimentare italiana, ed è un ingrediente fondamentale nella dieta mediterranea. Conserva pienamente tutte le proprietà nutritive dell’ortaggio fresco, ricco di vitamina A, C, Beta-Carotene e Potassio. La presenza del licopene, antiossidante responsabile del colore rosso, la rende un eccellente agente antitumorale.

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La produzione italiana di pomodoro da industria è tale da coprire l’intera richiesta interna, pertanto la quasi totalità della produzione italiana di salse di pomodoro è effettuata con materie prime italiane.

Frodi alimentari ed etichettatura:

Recentemente, tuttavia, si è molto parlato di frodi alimentari legate all’origine della materia prima utilizzata per la preparazione di pelati e salse di pomodoro ottenute da concentrati.

Sicuramente il rischio di frodi e raggiri non è assente, tuttavia non è tale da giustificare eccessivi allarmismi. La legislazione italiana, col Decreto Mi.A.P. 23.09.2005, definisce la passata di pomodoro come:

“Il prodotto ottenuto direttamente da pomodoro fresco, sano e maturo, avente il colore, l’aroma ed il gusto caratteristici del frutto da cui proviene, per spremitura”.

Questa definizione è utile nel definire i metodi industriali utilizzati per ottenere la passata, che non può essere ottenuta rinvenendo una concentrato di pomodoro, ma triturando i pomodori freschi. Il prodotto viene scottato per inattivare gli enzimi ed evitare così la degradazione. Il pomodoro triturato passa quindi nelle macchine passatrici che eliminano semi e bucce in modo da conferire al prodotto l’aspetto vellutato. In appositi concentratori si lascia poi evaporare una parte dell’acqua riducendo di poco il contenuto di alcuni nutrienti, ma incrementando la concentrazione di altri (es. il licopene). Si procede quindi all’imbottigliamento e alla pastorizzazione del prodotto.

salsa-di-pomodoroCon il Decreto del 17 Febbraio 2006, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali è intervenuto a integrare anche la disciplina dell’etichettatura della passata di pomodoro, ponendo l’attenzione sulla necessità di definire l’origine del pomodoro fresco utilizzato. Il fine di questa normativa è quello di assicurare la più ampia tutela del consumatore: nella premessa al decreto si legge che l’indicazione della zona di provenienza del pomodoro fresco consente al consumatore di operare responsabilmente la propria scelta senza essere indotto in errore.

L’art. 1 del decreto in esame specifica che nell’etichetta della passata di pomodoro deve essere indicata la zona di coltivazione del pomodoro fresco utilizzato; tale riferimento può essere realizzato indicando:

  1. la zona effettiva di coltivazione del pomodoro fresco coincidente con la Regione, oppure;
  2. lo Stato dove il pomodoro fresco è stato coltivato.

Per quanto riguarda le caratteristiche chimiche delle salse, è il già citato Decreto del Ministero delle Attività Produttive che definisce i quantitativi minimi di zucchero presenti all’interno della passata e l’acidità massima consentita. Al prodotto non possono essere aggiunti che sale, eventuali correttori di acidità e spezie, erbe e piante aromatiche.

 

olive sequestrate

Olive “riverniciate”: un trucco pericoloso

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Olive colorate e abbellite, come funzionava il “restyiling”?

La pratica di colorare le olive da tavola con il solfato di rame è solo l’ultima delle frodi alimentari delle quali si è avuto notizia nel nostro Paese. Il coinvolgimento di molte aziende (19 persone denunciate e 26 comunicazioni di notizia di reato) non fa altro che gettare un’ombra molto lunga su quello che è un mercato di rilievo a livello nazionale.

Le olive da tavola, una volta raccolte e lavorate, proseguono comunque il loro processo di maturazione che le porta, dopo un determinato lasso di tempo, a perdere brillantezza, ad opacizzarsi e ad assumere una colorazione tendente al giallognolo. Tutti questi elementi ovviamente rendono le olive molto meno appetibili da parte del consumatore, il che genera un mancato acquisto e di conseguenza un mancato guadagno per le aziende. Per ovviare a questo inconveniente, alcune aziende hanno deciso di ricorrere alla pratica di colorare le olive con il solfato di rame, un sale a base di rame e zolfo.

Il trattamento avviene successivamente alla raccolta delle olive, ed è proprio in questa pratica che è possibile riscontrare gli estremi del reato.

Le olive “troppo verdi” sono pericolose?

Il solfato di rame in questione rientra nel novero dei fitofarmaci, di quelle sostanze cioè il cui utilizzo è consentito sui prodotti ortofrutticoli, ma solo prima della raccolta, e che non devono generare residui sul prodotto “post raccolta”. Per ogni fitofarmaco (o più precisamente per ogni sostanza attiva in esso presente) sono stati fissati dei limiti dal Reg C.E. 396/05, detti “limiti massimi di residui” (LMR) che rappresentano la concentrazione massima di residuo che può essere riscontrata su un particolare alimento affinché questo possa essere sicuro per il consumo umano.

Per le olive verdi da tavola il limite è stato fissato a 30 mg/Kg, ma nei campioni prelevati dal Corpo Forestale e sottoposti ad analisi, si è riscontrato un valore superiore al doppio consentito, precisamente 70 mg/Kg, rendendo le olive in questione pericolose per il consumo umano.

Il sequestro appare quindi giustificato in quanto il solfato di rame è stato utilizzato in maniera impropria (post raccolta con funzione di colorante) e inoltre i suoi residui sono risultati maggiori del limite consentito per legge. Vogliamo aggiungere che la fattispecie può costituire reato perseguibile penalmente ai sensi dell’Art.  516 del Codice Penale, per aver posto in commercio un articolo non genuino come genuino, il che prevede la reclusione fino a 6 mesi o la sanzione fino a € 1.032,00.

Il colorante nelle olive:

Discorso diverso deve essere fatto riguardo la pratica di colorare le olive con l’additivo E141 (complessi delle clorofille), pratica che è stata tirata in ballo in questi giorni. Detta pratica è comunque non consentita, ma decisamente non pericolosa. (basti pensare che la clorofilla è il pigmento responsabile del colore verde di molte verdure comunemente consumate sulle nostre tavole).

L’impiego di questo colorante nelle olive non è ammesso ai sensi del Reg. C.E. 1333/08, anche se questo divieto, imposto dalla Comunità Europea  è piuttosto recente. I produttori Italiani di olive da tavola infatti, in passato hanno sempre adottato questo espediente per rendere il loro prodotto più appetibile, senza per questo voler frodare il consumatore o metterne in pericolo la salute. A fronte del sopra citato divieto, i produttori hanno chiesto alla stessa Comunità Europea  di poter reintrodurre l’utilizzo dell’E141 basandosi sui seguenti punti:

  • L’E141 è un colorante comunemente utilizzato in tantissime categorie di alimenti (caramelle, bibite analcoliche, conserve vegetali, gelati solo per citarne alcuni) anche normalmente destinati a categorie di consumatori sensibili quali i bambini.
  • Il Comitato scientifico per l’alimentazione umana ha stabilito una dose giornaliera ammissibile di clorofilla pari a 15 mg/Kg di peso corporeo, mentre il consumo medio pro capite di olive da tavola apporterebbe circa 1,3 mg di clorofilla annui, quindi dosi neanche lontanamente paragonabili al limite ritenuto ammissibile.

Attualmente la richiesta è ancora in fase di discussione e siamo in attesa di ulteriori sviluppi.

Dunque, il quadro che emerge è quello di un mercato che deve essere monitorato dalle Autorità Competenti, per garantire ai consumatori un prodotto  sempre conforme alle  regole; l’accorgimento è ovviamente quello di distinguere chi mette in pericolo la salute adulterando gli alimenti con sostanze pericolose come il solfato di rame e chi, con l’intento di rendere il prodotto più gradevole, utilizza la clorofilla che come abbiamo visto è assolutamente sicura per il consumo umano nei giusti quantitativi.

pesce etichetta frodi alimentari

Frodi alimentari: prodotti ittici e miele

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Irregolarità nelle etichette di miele e prodotti ittici

La Commissione Europea, in seguito allo scandalo della carne equina e alle omissioni nei contenuti di molte etichette di prodotti a base di carne, ha dato il via ad un piano di controlli coordinato per combattere le frodi alimentari. Il piano, contenuto nella Raccomandazione C(2015)1558 del 12 Marzo 2015, è stato tenuto “nascosto” dalla Gazzetta ufficiale proprio per garantire un effetto sorpresa maggiore sui controlli.

Controllo sui prodotti ittici: il 6% delle specie ittiche controllate (3.900 totali) dichiarate in etichetta non è risultato conforme a livello europeo, mentre in Italia le specie diverse da quelle dichiarate sono state solo il 2,4%.  Nel nostro paese sono stati prelevati 251 campioni, di cui solo 6 sono risultati non conformi. Di questi, 4 sono stati prelevati ai PIF (Posti di Ispezione Frontaliera) e provenivano dalla Cina e dal Senegal, mentre 2 campioni sono stati prelevati alla vendita al dettaglio.

Le specie in Italia più comunemente sostituite e utilizzate per frodi alimentari sono: la cernia (4 casi) , il rombo (1 caso ) e  la limanda (1 caso).

Controllo sul miele:  il 19% dei controlli effettuati  (2.237  totali) a livello europeo sul miele sono risultati non conformi, mentre a livello Italiano il dato si è fermato al 9,1% (110 totali). Le irregolarità maggiori sono state:

  • falsa dichiarazione dell’origine botanica (7%)
  • adulterazione con zuccheri (6%),
  • origine geografica, parametri chimico-fisici e altre problematiche di etichettatura  (2%).

In Italia, in particolare, le frodi alimentari prevedevano:

  • aggiunta di zuccheri in 2 casi
  • idrossimetilfurfurale (HMF) superiore ai limiti di legge in 2 casi
  • indice diastasico difforme in 3 casi
  • caratteristiche organolettiche non conformi in 3 mieli
  • origine botanica e/o geografica diversa dal dichiarato in 6 prodotti

Riportati sul sito del Ministero della Salute i dati salienti delle due indagini, la cui tipologia di controlli (effettuata dall’ICQRF per il 2015) è prevista anche per il 2016.

Olio extravergine di oliva

Olio extravergine di oliva italiano: un assaggio ne determina la sorte

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La composizione dei grassi è uguale in tutti e due i tipi di oli. Per quanto riguarda i valori di acidità, l’olio extravergine ha un tasso pari o inferiore allo 0,8% mentre l’olio di oliva vergine oscilla tra lo 0,9 e il 2%.

Oltre tale percentuale si parla di olio cosiddetto “lampante”, ossia non idoneo al consumo.

Ciò che fa la vera differenza sono le caratteristiche organolettiche dell’olio che, basandosi su colore, odore e gusto, ne determinano la qualità e di conseguenza il prezzo.

Ed è proprio sulle proprietà organolettiche che si basa l’ultima presunta frode su olio venduto come extravergine che ha coinvolto una decina di noti marchi.

A finire indagati i responsabili di Carapelli, Bertolli, Sasso, Santa Sabina, Coricelli, Primadonna(confezionato per Lidl) e Antica Badia (per Eurospin), accusati di frode in commercio per avere indicato in etichetta “olio extravergine di oliva” su prodotti che in realtà sarebbero olio di oliva vergine meno pregiato e, di conseguenza, meno costoso.

Indagine approdata alla procura di Torino dopo che la rivista Il Test (ex Salvagente) ha pubblicato i risultati di un’analisi dell’Agenzia delle Dogane su oli in commercio di marchi prodotti in Toscana, Liguria e Abruzzo. Esami organolettici in seguito ripetuti su disposizione della procura dai Nas, il nucleo antisofisticazione dei carabinieri.

Si tratta di panel test basati su esami organolettici che avrebbero rilevato che le caratteristiche organolettiche dei campioni di oli sottoposti a verifica sono inferiori ai valori stabilitiper legge per classificare l’olio come extra-vergine di oliva.

Anomalie, queste, riscontrate anche mediante analisi chimiche.

Viene dagli Stati Uniti l’ultima notizia del ritiro di alcune tipologie di olio Bertolli e Carapelli dagli scaffali dei supermercati americani perché rancido.

Premesso che eventuali difetti organolettici dell’olio non mettono a rischio la salute dei consumatori, c’è da sottolineare che l’olio è un prodotto che subisce facilmente alterazioni dovute a fattori esterni quali le modalità di stoccaggio o di conservazione.

Dalla raccolta delle olive alla loro spremitura, fino allo stoccaggio dell’olio, gli inconvenienti possono dunque accadere nelle diverse fasi della produzione.

Ad esempio, errori di conservazione delle olive prima che siano portate al frantoio provocano fermentazione e conseguente sviluppo di difetti organolettici o, nella successiva vita dell’olio, se lo stesso è esposto a luce o calore che aumenta il rischio di irrancidimento.

Difetti organolettici che sono evidenziati, quindi, non da analisi di laboratorio ma da panel test, ossia prove a cui sono sottoposti gli oli extravergini di oliva da parte di equipe di assaggiatori ufficiali che stabiliscono se l’olio ha perso le caratteristiche per essere definito extravergine.

In tal caso, l’azienda produttrice ha l’obbligo di declassare l’olio da extravergine a olio di oliva vergine o addirittura a olio lampante ed avviarlo a rettifica.

Inoltre per l’olio, così come per i vini, c’è l’obbligo di sottostare a un disciplinare di produzione. Obbligo che però sussiste solo per gli oli Dop (Denominazione di origine protetta).

Ne è un esempio l’olio extravergine di oliva Sabina Dop, il cui disciplinare ne precisa le caratteristiche, dal cultivar alla bottiglia.

 

Parmigiano reggiano e grana, troppe falsificazioni

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Contraffazione e concorrenza sleale continuano ad essere in primo piano tra le minacce ai prodotti tipici italiani più noti al mondo: Parmigiano Reggiano e Grana Padano.

Il Tribunale di Mantova ha condannato il responsabile di un caseificio a 18 mesi di reclusione, al pagamento di una multa e a risarcimento dei danni nei confronti dei consorzi del Grana padano e del Parmigiano reggiano, che si erano costituiti parte civile nel procedimento. Produceva falso Parmigiano reggiano, fuori dall’area di produzione, senza rispettare il disciplinare e in violazione nelle norme dell’Unione europea.

I fatti risalgono al 2008, quando nello stabilimento, situato al di fuori dell’area di produzione del Parmigiano Reggiano, fu individuata la presenza di circa 150 forme marchiate Parmigiano Reggiano ma non conformi al disciplinare e prodotte in violazione delle norme dell’Unione Europea a tutela del Parmigiano Reggiano e del noto marchio collettivo a “puntini”.

Le pratiche sleali che avvengono nel nostro Paese, senza il rispetto dei rigidi disciplinari imposti ai prodotti italiani, si aggiunge al più grave problema dei falsi prodotti all’estero che a volte sono importati in Italia per venderli poi come italiani (non c’è ancora l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza).

Nel 2014 la produzione di falsi ha superato quella degli originali Parmigiano e Grana con oltre 300 milioni di chili di imitazioni prodotti, mettendo in crisi produttori e allevatori italiani che la settimana scorsa sono scesi in piazza a Bologna. Una stalla su 4 è stata costretta a chiudere dal 2007 all’anno scorso.

Parmigiano reggiano e Grana, denominazioni e tracciabilità:

Parmesan, reggianito argentino, parmesao brasiliano fino ai “similgrana” grattugiato che ingannano gli acquirenti sull’area di origine e fanno concorrenza sleale ai prodotti originali. Gli Stati Uniti rimangono il principale mercato di sbocco ma anche i principali falsificatori producendo circa la metà dei falsi, seguiti da Ungheria, Estonia, Lettonia, Repubblica Ceca e Polonia.

Ed il Consorzio Parmigiano reggiano chiede maggiore impegno da parte dell’Italia e l’Unione Europea a tutela delle nostre denominazioni e contro i casi di inganno ai consumatori. Il tutto mentre le divisioni in Europa stanno ritardando l’approvazione del “made in”, ossia l’etichettatura di origine, a causa delle resistenze di Germana e dei Paesi del Nord Europa.

L’Entrata in vigore 3 anni fa del nuovo Disciplinare che ha introdotto l’obbligo di porzionatura in zona di origine, Parmigiano Reggiano “grattugiato” o “porzionato” ha dato un contributo alla capacità di contrasto alle frodi e alle contraffazioni, ma evidentemente non è ancora abbastanza.

Intanto la Valle d’Aosta ha avviato un progetto di tracciabilità e sicurezza alimentare dei prodotti Dop con la consulenza della società svizzera Sicpa (soluzioni e servizi di sicurezza per l’autenticazione identificazione e tracciabilità) che prevede di applicare un’etichetta di sicurezza anti-contraffazione ai prodotti che il consumatore potrà leggere con il suo smartphone, verificando l’autenticità del prodotto.

 

INDAGINE: MOZZARELLA DI BUFALA DOP MISCELATA CON LATTE VACCINO

By Sicurezza Alimentare, Sicurezza sul Lavoro, VarieNo Comments

Il fatto, scoperto attraverso un’inchesta dei carabinieri, di spacciare per mozzarella di bufala italiana dop un prodotto realizzato con miscela di latte vaccino e cagliata provenienti anche dall’estero e spesso molto scadenti tramite societa’ di comodo (soprattutto la Planet Group s.r.l.), potrebbe essere tra i reati meno gravi contestati ad un importante caseificio della zona di Terra di Lavoro, il “Cantile” di Sparanise. Inchiesta che ha portato alla notifica di 13 misure cautelari a carico degli imprenditori titolari dell’azienda, biologi, veterinari e tecnici di laboratorio che rilasciavano analisi false aiutando l’imprenditore nella sua frode alimentare.

Oltre ad eludere le norme sulla sicurezza alimentare i titolari del caseificio, Guido Cantile e i suoi due figli, Pasquale e Luigiantonio, mettevano a rischio la sicurezza dei dipendenti come è emerso dalle indagini partite in seguito ad un un incidente sul lavoro nel quale un addetto alla lavorazione della mozzarella perse le dita della mano a causa della manomissione di un macchinario dal quale, per aumentare la produzione, erano stati eliminati i sistemi di sicurezza per gli operatori.

Tra il 2011 e il 2013 i reati contestati dall’Arma vanno dall’associazione per delinquere alla rivelazione di segreto d’ufficio continuato, frode nell’esercizio del commercio, vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, vendita di prodotti industriali con segni mendaci, commercio di sostanze alimentari nocive, falso ideologico, rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, lesioni colpose conseguenti a infortuni sul lavoro, violazione di sigilli e smaltimento illecito di rifiuti.

Le adulterazioni alimentari erano diventate un vero e proprio sistema organizzato su tutto il ciclo produttivo dell’azienda. Grazie anche alle segnalazioni di importanti catene di distribuzione estere e, in particolare, francesi (Auchan e Monoprix) è emerso che il caseificio sistematicamente utilizzava materie di dubbia provenienza falsificando i documenti di trasporto. Latte e materie prime acquistati non venivano sottoposti ad autocontrollo sanitario grazie alla compiacenza delle due biologhe dipendenti del caseificio, e, quando erano in eccesso, persino rivenduti a terzi, benché alterati. Su campioni del latte giacente nei silos del caseificio e’ stata riscontrata una carica batterica fino a oltre 2mila volte superiore a quella consentita dalla normativa vigente.

Dalle intercettazioni si scopre persino che il titolare intende utilizzare un concime chimico impiegato in agricoltura, l’urea, per far aumentare la carica proteica del latte e migliorarne così la resa, in modo da aumentare il quantitativo di prodotto realizzato benché sapesse che l’urea in mangimi somministrati alle bufale ne aveva provocato il decesso.

Dulcis in fundo i residui della lavorazione dei prodotti caseari (siero e fanghi) venivano continuamente scaricati grazie a by-pass negli impianti fognari o nei condotti che conducono a fiumi vicini all’impianto di produzione nonostante ripetuti sequestri e plastica, contenitori e altri rifiuti solidi li portavano in un’isola ecologica del Comune di San Nicola La Strada destinata a ricevere esclusivamente rifiuti solidi urbani, in spregio ancora una volta alla normativa vigente e grazie a soggetti compiacenti addetti alla struttura.

Tutto ciò attraverso la complicità dei veterinari della Asl incaricati dei controlli.

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