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Cos’è la carne separata meccanicamente?

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Carne separata meccanicamente, cos’è e che effetti ha sulla salute:

Il Reg. CE 853/04 definisce la carne separata meccanicamente (o CSM) come il “prodotto ottenuto mediante rimozione della carne da ossa carnose dopo il disosso o da carcasse di pollame, utilizzando mezzi meccanici che conducono alla perdita o modificazione della struttura muscolo-fibrosa”.

In sostanza, la CSM è ciò che viene asportato dalle carcasse di pollo o di suini (mediante spremitura o raschiatura) dopo che sono stati prelevati i tagli più pregiati.

Il prodotto che si ottiene può avere l’aspetto di una “pasta” o essere simile alla carne macinata, a seconda che si utilizzino rispettivamente procedimenti “ad alta pressione” o “a bassa pressione”, e trova impiego nella produzione di wurstel di pollo, ripieni per tortellini, piatti pronti a base di pollo quali cotolette e crocchette, lasagne ecc.

Senza dubbio in questo modo si ha uno sfruttamento ottimale delle materie prime e una riduzione notevole degli sprechi, ma qual è la qualità del prodotto che si ottiene?

E, soprattutto, il consumo di carne separata meccanicamente può comportare rischi per la salute?

 

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Il consumo di CSM comporta rischi per la salute?

Secondo l’EFSA i pericoli di natura microbiologica e chimica associati alla CSM derivano dalla contaminazione delle materie prime e/o da prassi igieniche non corrette applicate alla lavorazione della carne e sono analoghi a quelli connessi alla carne fresca, alla carne macinata o ai preparati a base di carne.

Sempre secondo l’EFSA, però, con i processi produttivi ad alta pressione, i quali comportano una maggiore degradazione delle fibre muscolari, il rischio di crescita microbica risulta più elevato.

Quindi, se la produzione di carne separata meccanicamente avviene nel rispetto dei requisiti igienici imposti dalla normativa vigente in campo alimentare, non ci sono rischi maggiori per la salute pubblica rispetto alla carne fresca.

Carne fresca e CSM, le differenze

La carne separata meccanicamente è comunque cosa ben diversa dalla carne fresca!

Lo dichiara esplicitamente il D.Lgs 109/92: “le carni separate meccanicamente sono escluse dalla definizione di carne e devono essere designate come tali seguite dal nome della specie animale da cui provengono”.

La normativa vigente stabilisce quindi che i consumatori siano adeguatamente e chiaramente informati circa la presenza o meno di carne separata meccanicamente all’interno dei prodotti che acquistano, e che l’etichetta riporti l’indicazione che il prodotto deve essere cotto prima del consumo, allo scopo di tutelare la salute e gli interessi dei consumatori stessi.

Queste informazioni non sono, però, sufficienti a fornire degli strumenti realmente efficaci per una scelta consapevole al momento dell’acquisto e per il successivo utilizzo sicuro dei prodotti.

L’etichettatura della CSM

Anzitutto occorre considerare che le attuali disposizioni in materia di etichettatura consentono la definizione generica di “CSM” senza l’obbligo di specificare se è stata ottenuta mediante procedimenti a bassa pressione oppure ad alta pressione (e quindi a maggior rischio di contaminazione microbica).

Inoltre, la semplice indicazione di cuocere il prodotto prima del consumo non fornisce al consumatore informazioni esaurienti, in quanto sarebbero necessarie istruzioni precise circa i corretti metodi di cottura e la temperatura minima occorrente a garantire l’eliminazione di tutti i possibili patogeni.

A tale proposito si consideri che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, tenendo conto della possibile abitudine di consumare prodotti non cotti o cotti in modo insufficiente, già da diversi anni ha sottolineato la necessità che l’etichetta dei prodotti contenenti carne separata meccanicamente contenga indicazioni precise circa le modalità di cottura per assicurare un maggior livello di tutela della salute pubblica.

Carne separata meccanicamente, tiriamo le somme:

Sebbene il consumo di carne separata meccanicamente sembri, quindi, non comportare rischi maggiori per la salute dei consumatori rispetto alla carne separata non meccanicamente, dal punto di vista del valore merceologico rappresenta indubbiamente un prodotto nettamente inferiore,

ed è doveroso che il consumatore sia informato in maniera esaustiva per poter effettuare liberamente l’acquisto e il consumo di tale prodotto nella consapevolezza che la carne separata meccanicamente è cosa ben diversa dalla carne fresca.

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Stop allo spreco alimentare

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Oggi, se il Senato approverà, il disegno di legge proposto dall’ex ministro dell’Alimentazione Guillaume Garot entrerà in vigore, inaugurando la politica di lotta allo spreco alimentare tanto a lungo auspicata.

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La proposta di legge è partita “dal basso”, con le petizioni firmate in Francia dai tanti consumatori sdegnati dagli ultimi dati relativi agli sprechi: 30 kg di cibo pro capite buttati l’anno,  invece di essere riutilizzati.

Più di duecentomila firme sono arrivate al Parlamento francese. La legge è passata alla Camera all’unanimità.

In attesa della legge, è già attiva una componente fondamentale della lotta allo spreco: l’obbligo, per i ristoranti che superano i 180 pasti al giorno, di dotarsi di confezioni adatte a portare a casa gli avanzi di cibo. Per i ristoranti che non dovessero rispettare tale disposizione è già previsto un sistema sanzionatorio.

Ma le multe non finiscono qui: la legge anti spreco alimentare oggi al vaglio del Senato francese, comporterà multe anche per i grandi supermercati (più di 400 metri quadrati di superficie) che entro Luglio 2016 non si saranno accordati per la ridistribuzione del cibo avanzato con i vari enti assistenziali.

 Gli alimenti avanzati ma ancora commestibili infatti, potranno, e dovranno, essere destinati ad enti e associazioni che si occupano di nutrire i poveri e i senza fissa dimora, o che si occupano di realizzare mangimi per animali o compostaggio agricolo.

Lo spreco alimentare in Italia:

Un esempio da seguire questo della Francia, visto che anche in Italia i dati non vanno meglio. Anzi, vanno peggio:

Nel nostro Paese sono addirittura 76 i kg di cibo pro capite buttati l’anno, per una spesa di 8 miliardi di euro l’anno. Le stime Coldiretti mostrano che in Italia è carente la cultura stessa del riutilizzo del cibo:

il 33% delle persone intervistate ha dichiarato di non avere problemi a portare a casa il cibo avanzato al ristorante, ma solo il 10% di questi lo fa regolarmente.

Un provvedimento simile a quello francese è quindi più che auspicabile anche in Italia, dato anche che ridurre lo spreco di risorse giova a chi ha necessità di cibo così come a ridurre lo spreco di denaro, generando un moto solidale ed economico favorevole. Primi passi per raggiungere l’obiettivo possono essere il semplificare i regolamenti sanitari che al momento impediscono la cessione degli alimenti invenduti in buono stato di conservazione alle associazioni che li chiedono, o il ripetere iniziative “dal basso”.

 

pane nero panettiere panificio

Pane nero, fa bene… anzi no!

By Sicurezza AlimentareNo Comments

I panificatori non rischiano e tolgono il pane nero dalla produzione. Intervista a Dino Lenci, presidente di “Forni Riuniti Valpan SpA”

Ora è bandito da tutti, ma fino a poco tempo fa il pane nero al carbone vegetale era elogiato per  le qualità di integratore alimentare e per la sua azione antifermentativa e disintossicante. Non solo, il pane nero, o pane al carbone, era in voga  per la possibilità di essere usato come colorante alimentare o inserito negli impasti, “in giuste proporzioni frutto di ricerca e sperimentazione che conferisce maggiore digeribilità e leggerezza al prodotto”, come scriveva a luglio scorso la Cna.

Magari è vero che non fa male, come dicono in molti, e che basta non chiamarlo “pane” per poterlo continuare a vendere, come dice la legge, intanto però nel dubbio è meglio astenersi.

Così la pensa Dino Lenci, presidente di “Forni Riuniti Valpan SpA”,  importante azienda di Paliano (in provincia di Frosinone) che fornisce pane per la grande distribuzione, ospedali e scuole nel Lazio e Abruzzo, nonchè prodotti da forno in tutta Italia, commentando il caso del pane nero.

I dodici panificatori denunciati dal Corpo Forestale della Puglia dovranno rispondere di frode nell’esercizio del commercio e produzione di pane focaccia e bruschette al carbone vegetale trattati in modo da variare la composizione naturale con aggiunta di additivi chimici non autorizzati dalla legge.

“Abbiamo sospeso la produzione di pane nero perché quando succedono cose del genere la clientela si irrigidisce e allo stesso momento rischiare non ha senso – afferma laconico Lenci – In Italia dove  la mano sinistra non sa cosa fa la mano destra, spesso Corpo forestale , Guardia di finanza o Asl non concordano nell’interpretazione delle norme però comunque scatta la denuncia con il conseguente procedimento in Tribunale”.

 La normativa europea in questo caso è chiara: l’utilizzo dell’additivo usato per il pane nero, E153, è vietato per il pane e prodotti simili così come quello di qualsiasi colorante.

Ma era così richiesto il pane al carbone elogiato per le sue presunte qualità benefiche?

“In realtà si tratta di una produzione di nicchia, pari a circa un quintale al giorno ossia neanche lo 0,5% della nostra produzione.  Ora però Carrefour e Auchan hanno disdetto a tutti gli ordini di questo prodotto. E’ un pane che però aveva un costo molto elevato perché gli hanno attribuito benefici sulla salute, come pare che sgonfi la pancia , tutte cose che non possono essere reclamizzate”.

Ed infatti la legge dice non solo che il pane nero non è da chiamarsi “pane”, ma anche che non è ammissibile aggiungere nella etichettatura, presentazione o pubblicità del prodotto, alcuna informazione che faccia riferimento agli effetti benefici del carbone vegetale per l’organismo umano.

E’ un articolo che costa tanto a che interessa poco ai panificatori perché ha parecchia resa. Inizialmente la gente era incuriosita ma ora a poco a poco l’interesse per il pane nero è sceso. Il problema grosso – sottolinea Lenci è che spesso capita in azienda che la Asl dica delle cose o interpreti le norme in un certo modo che non è detto sia quello corretto ma nel dubbio seguiamo le sue indicazioni”.

 Quale è il pane più richiesto?

pane-nero-panificio-panettiere“Rosette, ciabattine e pane  casareccio. L’85% della nostra produzione è costituito dai prodotti cosiddetti base ossia fatti con acqua, sale e farina, tutti gli altri pani conditi costituiscono un mercato di nicchia” spiega il responsabile di Forni  Riuniti Valpan che detiene diversi marchi di produzione di pane  tra cui non manca il biologico che distribuisce nelle scuole e che ha appena investito oltre un milione di euro per un nuovo stabilimento interamente dedicato a prodotti senza glutine.

 I consumatori dunque preferiscono il pane tradizionale acqua,lievito  e farina. Ma da dove viene la farina utilizzata per il pane che troviamo in forni e supermercati?

Il 99% delle farine sono prodotte con grano non italiano perché per fare un buon pane servono grani particolari. In Italia non abbiamo grano sufficiente, copriamo il 20-30% del fabbisogno interno. Si tratta prevalentemente di grano francese e manitoba canadese e americana che vengono macinati e miscelati in Italia per produrre le farine migliori. I più grossi produttori sono Francia, Canada, Stati Uniti e da un po’ di tempo anche la Germania. Se importiamo il grano dall’estero la produzione di farina rimane italiana”.

pane nero

Luce sul pane nero

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Pane nero, non è pane, ma si può fare!

In questi ultimi mesi si è assistito alla crescente diffusione del “pane nero”, un prodotto realizzato con l’aggiunta di carbone vegetale (o carbone attivo).
Il suo successo è dovuto principalmente alla “presunta” proprietà di contrastare gonfiore addominale e flatulenza vantata dal prodotto.

pane-nero-al-carboneIl Ministero della salute ha però dichiarato che il carbone attivo agisce sul gonfiore addominale solo se assunto nel rispetto di quantità e tempi determinati (1g almeno 30 minuti prima del pasto e 1g subito dopo). In caso contrario, è da considerarsi un semplice colorante (classificato come colorante E153 dal Reg. UE 1129/2011).

Ma anche l’utilizzo del carbone vegetale come colorante all’interno di prodotti da forno come il pane ha sollevato numerose perplessità circa la correttezza della pratica.

L’intervento del Ministero della Salute:

In merito al pane nero, con la nota 47415 del 22 Dicembre 2015, il Ministero della Salute ha chiarito che:

1. è ammissibile la produzione di un “prodotto della panetteria fine” denominato come tale, che aggiunga agli ingredienti base (acqua, lievito e farina), tra gli altri, anche il carbone vegetale come additivo colorante e nelle quantità ammesse dalla regolamentazione europea in materia (“quantum satis” cioè non è specificata una quantità numerica massima e le sostanze sono utilizzate conformemente alle buone pratiche di fabbricazione, in quantità non superiori a quella necessaria per ottenere l’effetto desiderato e a condizione che i consumatori non siano indotti in errore);

2. non è ammissibile denominare come “pane” questo prodotto, né fare riferimento al “pane” nella etichettatura, presentazione e pubblicità dello stesso, sia nel caso di prodotti preconfezionati che sfusi;

3. non è ammissibile aggiungere nella etichettatura, presentazione o pubblicità del prodotto stesso alcuna informazione che faccia riferimento agli effetti benefici del carbone vegetale per l’organismo umano.

Pane nero, si può fare se non è “pane”

È pertanto possibile produrre e commercializzare un alimento in cui agli ingredienti base (acqua, lievito e farina) venga aggiunto il carbone vegetale purché tale prodotto non venga assolutamente denominato “pane” ma “prodotto della panetteria fine con aggiunta di carbone vegetale” e purché al prodotto non venga attribuita alcuna proprietà benefica.

pesce etichetta frodi alimentari

Frodi alimentari: prodotti ittici e miele

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Irregolarità nelle etichette di miele e prodotti ittici

La Commissione Europea, in seguito allo scandalo della carne equina e alle omissioni nei contenuti di molte etichette di prodotti a base di carne, ha dato il via ad un piano di controlli coordinato per combattere le frodi alimentari. Il piano, contenuto nella Raccomandazione C(2015)1558 del 12 Marzo 2015, è stato tenuto “nascosto” dalla Gazzetta ufficiale proprio per garantire un effetto sorpresa maggiore sui controlli.

pesce-etichetta-frodi-alimentariControllo sui prodotti ittici: il 6% delle specie ittiche controllate (3.900 totali) dichiarate in etichetta non è risultato conforme a livello europeo, mentre in Italia le specie diverse da quelle dichiarate sono state solo il 2,4%.  Nel nostro paese sono stati prelevati 251 campioni, di cui solo 6 sono risultati non conformi. Di questi, 4 sono stati prelevati ai PIF (Posti di Ispezione Frontaliera) e provenivano dalla Cina e dal Senegal, mentre 2 campioni sono stati prelevati alla vendita al dettaglio.

Le specie in Italia più comunemente sostituite e utilizzate per frodi alimentari sono: la cernia (4 casi) , il rombo (1 caso ) e  la limanda (1 caso).

Controllo sul miele:  il 19% dei controlli effettuati  (2.237  totali) a livello europeo sul miele sono risultati non conformi, mentre a livello Italiano il dato si è fermato al 9,1% (110 totali). Le irregolarità maggiori sono state:

  • falsa dichiarazione dell’origine botanica (7%)
  • adulterazione con zuccheri (6%),
  • origine geografica, parametri chimico-fisici e altre problematiche di etichettatura  (2%).

 

In Italia, in particolare, le frodi alimentari prevedevano:

  • aggiunta di zuccheri in 2 casi
  • idrossimetilfurfurale (HMF) superiore ai limiti di legge in 2 casi
  • indice diastasico difforme in 3 casi
  • caratteristiche organolettiche non conformi in 3 mieli
  • origine botanica e/o geografica diversa dal dichiarato in 6 prodotti

Riportati sul sito del Ministero della Salute i dati salienti delle due indagini, la cui tipologia di controlli (effettuata dall’ICQRF per il 2015) è prevista anche per il 2016.

rischio aflatossine e fitofarmaci

Rischio Aflatossine e fitofarmaci

By Sicurezza AlimentareOne Comment

Aflatossine e fitofarmaci: nuovo regime di controlli sulle importazioni

Aggiornato l’elenco degli alimenti e mangimi di origine non animale soggetti a un livello accresciuto di controlli ufficiali sulle importazioni. Dal 1 gennaio 2016 si applica il nuovo Regolamento UE 2383/2015.

Alimenti-mangimi-origine-non-animaleUna delle modifiche più significative introdotte dalla nuova normativa riguarda l’importazione di arachidi e prodotti derivati provenienti dal Gambia, che subisce controlli per il rischio legato alla presenza di Aflatossine nel 50% dei casi.

Le uve provenienti dal Perù tornano invece ad essere soggette ai soli controlli di routine per i residui di antiparassitari.

Attualmente gli alimenti che risultano subire controlli più numerosi sono quelli provenienti da India ( ad esempio i semi di sesamo, il peperoncino, noce moscata)  e Vietnam (ad esempio menta, basilico, prezzemolo), mentre l’attenzione maggiore è riservata ai pericoli legati ai residui di fitofarmaci ed alle aflatossine.

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Elaborazione dei dati contenuti nell’Allegato I del Reg. 669/09 modificato dal Reg  2383/2015

Il Quadro Normativo

La normativa sui contaminanti dei prodotti alimentari è piuttosto ampia e complessa. Uno dei Regolamenti più importanti, che tutte le aziende alimentari devono tener presente per la propria analisi dei pericoli del proprio piano HACCP, è sicuramente il Reg. CE 1881/06 e smi.

L’ultimo degli aggiornamenti del Regolamento 1881/06 prevede, ad esempio, l’inserimento del riso e dei suoi derivati fra gli alimenti sottoposti a controllo per il contenuto di arsenico.

Il Reg. CE 882/2004 istituisce l’elenco di alimenti e mangimi di origine non animale che, sulla base di rischi noti o emergenti, è soggetto a controlli maggiori all’ingresso sul territorio comunitario (Reg 669/09 e smi)

L’aggiornamento di questo elenco, previsto dallo stesso Regolamento, può attingere da più fonti:

  • notifiche ricevute mediante il RASFF
  • relazioni e informazioni risultanti dalle attività dell’Ufficio alimentare e veterinario
  • relazioni e informazioni ricevute dai paesi terzi
  • scambi di informazioni tra la Commissione, gli Stati membri e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare
  • valutazioni scientifiche.

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arsenico nel riso resized

Arsenico nel riso: nuovi controlli

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Arsenico nel riso: cosa cambia per ristoratori e produttori di alimenti?

Il limite di arsenico nel riso e alcuni suoi derivati è fissato dal Reg. UE 2015/1006 del 25 giugno n.201, che modifica il precedente Reg. CE 1881/2006 come illustrato in tabella:

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Perché si ricerca l’arsenico nel riso?

L’arsenico è una sostanza ubiquitaria in natura, trasportata per lo più dall’acqua, ed una delle fonti di esposizione principale per l’uomo sono proprio gli alimenti.

Arsenico nel risoNel riso l’accumulo di arsenico è significativo non solo perché la coltivazione avviene in un terreno allagato, ma anche in virtù della particolare fisiologia della pianta che è in grado di estrarlo dall’ambiente e accumularlo nei suoi chicchi.

L’assunzione eccessiva di questa sostanza da parte dell’uomo è stata associata ad alcune patologie quali lesioni cutanee, cardiopatie e alcune forme di tumore.

Lo studio dell’EFSA

Gli scienziati dell’EFSA (European Food Safety Authority) hanno stimato quale sia la dose giornaliera per la quale l’arsenico possa essere considerato responsabile di un piccolo ma misurabile effetto su un organo umano.

La così detta ‘dose di riferimento’ è stata impostata a 0,3-8 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno (μg/kg p.c./giorno).

Gli effetti sono stati misurati in riferimento ad un aumento del rischio di tumore al polmone, della pelle e della vescica, nonché di lesioni cutanee.

Questo limite non deve essere inteso come un “livello di sicurezza”, ma come un parametro a cui fare riferimento nel determinare le dosi massime consentite negli alimenti.

L’assunzione di arsenico nella dieta alimentare

Lo stesso studio ha analizzato anche il consumo di metallo nelle abitudini alimentari, considerandone le quantità rilevate in ogni tipo di alimento e i relativi livelli di consumo tra le varie fasce d’età.

Arsenico-nel-riso-bambiniNe risulta che i più forti consumatori di arsenico sono i bambini sotto i tre anni, per i quali l’esposizione può essere superiore anche di 2-3 volte rispetto agli adulti, e alcuni gruppi etnici.

L’insieme di queste osservazioni ha portato alla necessità di imporre un limite alla quantità di arsenico nel riso.

Le nuove regole si applicheranno dal prossimo anno; i prodotti immessi sul mercato prima di tale data potranno essere commercializzati fino alla naturale data di scadenza o alla minima data di conservazione.

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nuovi alimenti tabella

Nuovi Alimenti, il regolamento

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Pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea il Regolamento relativo ai nuovi alimenti

Obiettivo del Regolamento UE 2283 è stabilire norme per l’immissione di nuovi alimenti sul mercato Europeo, garantendo sempre la tutela della salute umana e gli interessi dei consumatori.

Il regolamento centralizza e semplifica le attuali procedure di autorizzazione alla commercializzazione nell’Unione Europea di nuovi alimenti.

Cosa si intende per “Nuovi alimenti”?

Per rientrare nella definizione che il Regolamento fornisce di “Nuovi alimenti“, il prodotto deve essere “non utilizzato in misura significativa per il consumo umano nell’Unione prima del 15 maggio 1997, a prescindere dalla data di adesione all’Unione degli Stati membri” e deve rientrare in una delle seguenti categorie:

nuovi-alimenti-tabella

Per queste categorie di alimenti, il regolamento stabilisce le procedure di autorizzazione e i requisiti per l’immissione sul mercato.

I passi da compiere per ottenere l’autorizzazione

  • Presentazione della domanda da parte di un richiedente
  • Valutazione ed emissione del parere da parte dell’Autorità
  • Adozione di un atto di esecuzione.

Viene prevista la possibilità che la Commissione, per motivi di sicurezza alimentare e tenendo conto del parere dell’Autorità, possa prevedere obblighi di monitoraggio successivi all’immissione sul mercato.

Tali obblighi possono comprendere, a seconda dei casi, l’identificazione dei pertinenti operatori del settore alimentare.

Entro il 1° gennaio 2018, mediante atto di esecuzione, la Commissione dovrà istituire l’elenco dell’Unione, inserendovi i nuovi alimenti autorizzati o notificati a norma degli articoli 4,5 o 7 del regolamento CE 258/97, comprese le esistenti condizioni di autorizzazione.

Per quanto riguarda il sistema sanzionatorio, questo dovrà essere stabilito dai singoli stati membri e notificato alla Commissione entro il 1° gennaio 2018, data di applicazione del regolamento stesso.

 

 

segnalazioni RASFF-sicurezza-consumatori

RASFF: online i nomi delle aziende segnalate

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Da Gennaio i nomi delle imprese del settore alimentare soggette a segnalazioni del RASFF, potrebbero essere elencati su una pagina web dedicata.

Stando ai dati raccolti dalla Coldiretti, espressi nell’interrogazione parlamentare disposta sul tema, il Ministero della Salute si muove talvolta con ritardo e con gravi carenze nella segnalazione dei segnalazioni-RASFF-sicurezza-consumatoriprodotti pericolosi per la salute.

Le aziende che producono, trasformano e distribuiscono prodotti alimentari e mangimi non sarebbero da meno, rinunciando esplicitamente o attivandosi con colpevole ritardo alla pubblicazione di foto e informazioni relative ai prodotti richiamati.

Anche per questo motivo, il sottosegretario del Ministero della Salute De Filippo ha reso noto che, sulla base di uno studio di fattibilità da poco concluso, si provvederà a pubblicare uno specifico documento operativo e, nel contempo, a predisporre un’apposita pagina web che riporterà tutti i provvedimenti di richiamo effettuati su segnalazione del RASFF, che dovrebbe essere online già nel 2016.

Il Sistema di allerta rapida europeo (RASFF)

Creato nel 1979, il RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed) è l’organo che coordina e gestisce il sistema di allerta sanitaria relativo agli alimenti e ai mangimi in tutta l’Unione Europea.

Il RASFF si attiva quando un prodotto che presenta o può presentare un pericolo raggiunge il mercato comunitario. La procedura del sistema di allerta consiste nell’emissione di una notifica che, una volta raccolta dai vari paesi membri, dà il via alle procedure per il ritiro e l’eventuale  richiamo del prodotto.

Ogni anno vengono effettuate dal RASFF più di 3000 segnalazioni

L’Italia, negli ultimi anni, è stato il Paese membro che ha inviato più segnalazioni (506 notifiche solo durante il 2014), dimostrando come le attività di controllo interno siano particolarmente attive ed efficaci.

Analizzando i report dell’attività del 2014 del RASSF, emerge che molte delle  non conformità rilevate sui prodotti nazionali riguardano per lo più l’igiene generale (prerequisiti) e del sistema HACCP.

Le segnalazioni sono prevalentemente riconducibili ad una non corretta applicazione dei sistemi di autocontrollo da parte degli OSA.

Fermo restando che la sicurezza del consumatore è l’obiettivo primario del RASFF, la modalità della pubblicazione dei richiami è fondamentale per evitare nevrosi tra i consumatori.

Il riferimento agli operatori è estremamente delicato

Il rischio che il pubblico identifichi il prodotto non conforme con uno solo degli attori della filiera di produzione e distribuzione, non necessariamente responsabile dell’allerta, è infatti elevato.

Ci auguriamo in definitiva che, una volta attivato il nuovo sistema di allerta, si tenga conto della necessità di dare una comunicazione puntuale dei prodotti che possano generare un rischio per la salute, favorendo l’attiva partecipazione dei consumatori al contenimento dei rischi, senza tuttavia rischiare di mettere alla gogna le aziende coinvolte ma favorendo il continuo miglioramento della sicurezza alimentare da parte degli OSA.

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 GRUPPO MAURIZI CAMBIA SEDE

 

La nostra Azienda è cresciuta negli ultimi anni e la nostra sede crescerà con noi.

Per fare spazio a nuovi progetti, clienti e collaboratori, abbiamo scelto una sede più grande.

Da lunedì 20 giugno potrai trovarci nel nostro nuovo Headquarter a questo indirizzo:

 

Gruppo Maurizi s.r.l.

Via Pellaro 22, 00178 Roma

 

A partire da tale data tutti i campioni del laboratorio dovranno essere spediti e/o consegnati al nuovo indirizzo.

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