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Etichettatura di origine: motivazioni, paure, nuovi sviluppi

By Sicurezza AlimentareNo Comments

L’origine dell’ etichettatura di origine

 

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un crescente interesse, a dire il vero già abbastanza elevato nel nostro Paese, per le tematiche relative all’etichettatura di origine degli alimenti.

È da poco stata approvata dalla Commissione Europea, una proposta di legge avanzata dall’Italia relativa all’etichettatura obbligatoria di origine per il latte e i prodotti lattiero caseari (dopo che analogo provvedimento era stato concesso anche alla Francia);

l’Italia ha poi presentato, per l’approvazione in commissione, una proposta di legge relativa all’obbligo di indicazione di origine del grano utilizzato per la produzione di pasta.

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La stessa Commissione Europea, che nel Regolamento U.E. 1169/11 relativo alle informazioni sugli alimenti ai consumatori ha previsto un articolo (il N. 26) che parla di origine e che integra quanto già previsto dal nostro D.Lgs. 109/92, ha da poco avviato i lavori per integrare quanto riportato nello stesso articolo 26, in particolare in merito all’indicazione di origine obbligatoria per l’ingrediente primario di un alimento, cioè l’ingrediente che ne costituisce almeno il 50% in peso.

Sulle norme che regolano l’origine si è abbondantemente parlato in altri articoli e in questa occasione vogliamo solo ricordare come l’Italia abbia avuto sempre molto a cuore l’indicazione di origine (a torto o a ragione) e come questo fervore si sia spesso scontrato con la Commissione Europea.

A fronte del nostro desiderio di apporre su qualsiasi alimento l’indicazione di origine obbligatoria, la Commissione infatti si è sempre pronunciata a sfavore.

Questo non è da intendersi tuttavia come uno sgarbo particolare fatto all’Italia, ma come una applicazione pedissequa del Diritto dell’Unione che ha come uno dei principi fondatori la libera circolazione delle merci.

La Commissione sostiene che apporre l’indicazione di origine su tutte le merci sia infatti un modo per ostacolare il libero commercio, mentre in alcuni casi ciò può essere consentito per categorie particolari di alimenti.

Questo è il caso del miele, della passata di pomodoro, dell’olio extra vergine di oliva solo per citarne alcuni.

Quello che però vorremmo analizzare in questa sede, sono le motivazioni che stanno guidando le istituzioni a compiere passi sempre più decisi nella direzione dell’indicazione di origine.

Sicuramente il primo e più forte impulso viene dal consumatore (e dalle sue paure).

Senza sorpresa alcuna, il consumatore medio tende a ritenere che gli alimenti prodotti nel proprio Paese siano mediamente più sicuri e di qualità più elevata rispetto a quelli prodotti in altri Paesi.

Questo a maggior ragione in una nazione come l’Italia dove la qualità e la varietà di alimenti ci fanno essere particolarmente attenti a quello che portiamo sulle nostre tavole (“se il nostro patrimonio agroalimentare è così vasto e di qualità, perché cercare alimenti da altri Paesi”? – questa la tipica domanda che potrebbe porsi un consumatore).

Secondo aspetto è quello legato alle esigenze delle aziende, che in alcuni casi chiedono a gran voce la possibilità per il consumatore di scegliere prodotti locali che privilegino una filiera corta.

Per quanto riguarda il consumatore, forse l’assunto di partenza è sbagliato (gli alimenti prodotti in Italia sono davvero migliori?); difatti non esiste alcuna correlazione diretta tra origine e sicurezza, piuttosto ne esiste una tra accuratezza dei controlli e sicurezza.

Se è vero, infatti, che è possibile trovare (anche) sul territorio nazionale numerosi casi di aziende che mancano dei più basilari requisiti igienici e che immettono in commercio alimenti non sicuri, è altrettanto vero che il sistema dei controlli in Italia è molto efficiente (più che in tutti gli altri Paesi dell’Unione);

per questo motivo ad esempio l’Italia è al primo posto da anni per numero di notifiche inviate all’Unione Europea in merito ad alimenti non conformi (attività che si espleta mediante il portale RASFF – Rapid Alert System for Food and Feed). Ciò vale a dire che gli alimenti messi in commercio nel nostro Paese subiscono molti controlli scrupolosi, sia che essi siano prodotti all’interno dei nostri confini, sia che provengano da altri Paesi.

Altra doverosa considerazione è quella legata alle risorse utilizzabili a livello di produzione (“chi ha detto grano importato dall’estero”?).

Vi sono casi in cui la produzione di materia prima non è sufficiente a supportare i livelli di produzione attualmente richiesti dal mercato; non a caso abbiamo citato il grano che, come ormai è ben noto alla maggior parte dei consumatori, non è sufficiente a soddisfare la richiesta dell’industria alimentare e per tale motivo i grandi produttori utilizzano (anche) grano di importazione.

In questo caso, qualora divenisse obbligo l’indicazione di origine della materia prima, il consumatore si troverebbe nella situazione di trovare sugli scaffali praticamente solo pasta la cui semola o il grano da cui deriva sono (anche) di provenienza estera.

A questo punto l’indicazione di origine privilegerebbe quei produttori che riescono ad utilizzare solo grano nazionale, con la consapevolezza però da parte del consumatore che il prodotto “100% made in italy” potrebbe non essere sempre disponibile per l’acquisto.

Volendo fare una parentesi, dovremmo poi considerare l’innumerevole quantità di alimenti prodotti secondo disciplinari riconosciuti a livello comunitario (i vari D.O.P., I.G.P. ecc.) che attualmente sono ben 291 solo nel nostro Paese.

Per questi alimenti le regole obbligatorie di origine non sono applicabili, proprio perché il disciplinare ne elenca anche i requisiti “geografici”.

Tranne che in alcuni casi però, le materie prime possono avere origine per così dire variegata, mentre quello che conta è il metodo di produzione.

Dunque per tutti questi prodotti avremmo una sorta di deroga che li metterebbe al riparo dall’indicazione obbligatoria di origine, perché ovviamente già presente, ma che non fornisce al consumatore alcuna indicazione utile sulla provenienza delle materie prime utilizzate.

In conclusione, se è vero che l’indicazione di origine potrebbe essere a volte utile, è altrettanto vero che potrebbe risultare in altri casi in una sorta di lama a doppio taglio, visti i molti prodotti che presentano delle controindicazioni alla sua applicazione.

Trattandosi infatti di una fetta di mercato piuttosto cospicua a questo punto vale la pena chiedersi quanto il consumatore possa effettivamente trarre giovamento dagli sforzi legislativi profusi dalle istituzioni, se il rischio è quello di fornirgli un’informazione solo parziale.

Probabilmente sarebbe utile accompagnare le nuove leggi con delle campagne (in)formative per il cittadino, stanti i numerosi e diversi input che il mercato agroalimentare propone e che spesso non sono di facile comprensione.

stabilimento in etichetta made in italy

Origine degli alimenti: finalmente la Commissione Europea fa chiarezza

By Sicurezza AlimentareNo Comments

L’ indicazione dell’origine obbligatoria per l’ingrediente primario, quando questa sia diversa da quella del prodotto finito è oggi  più vicina.

La commissione Europea ha elaborato un documento in bozza, con l’intento di adottare gli atti di esecuzione per l’applicazione dell’Art. 26 paragrafo 3 del Reg. U.E. 1169/11.

Il documento potrà essere soggetto a modifiche prima di essere approvato. Tuttavia è il primo passo della Commissione Europea, atteso da ben tre anni (originariamente tali atti avrebbero dovuto essere adottati entro il 13 Dicembre 2013), per colmare una lacuna rilevante del Regolamento U.E. 1169/11 e che sta ormai creando molti imbarazzi alle aziende dei diversi Paesi membri che trovano difficoltà per l’applicazione corretta del suddetto articolo.

 

origine degli alimenti made in italy

 

Di seguito gli argomenti principali che sono stati presi in esame per la stesura della bozza:

  • Verrà considerata quale indicazione di origine, qualsiasi dicitura, termine, immagine o simbolo  anche quando essa figuri nel marchio aziendale
  • Il Regolamento non si applicherà a quegli alimenti che abbiano un nome che, sebbene riporti una indicazione geografica, questa sia diventata parte integrante della denominazione dell’alimento
  • Il Regolamento non si applicherà laddove altre norme della U.E. stabiliscano l’indicazione di origine (obbligatoria o volontaria) per particolari categorie di prodotti
  • Qualsiasi indicazione geografica che derivi da un disciplinare di prodotto I.G.P., D.O.P. o simili, non sarà considerata indicazione di origine e quindi non farà scattare l’obbligo di indicazione di origine dell’ingrediente primario
  • Il bollo C.E., assegnato alle aziende che producono alimenti di origine animale e che sono riconosciute ai sensi del Reg. C.E. 853/04, non sarà considerata indicazione di origine
  • Non sarà consentito utilizzare, come indicazione di origine, aree geografiche di fantasia o che non siano immediatamente riconoscibili dal consumatore. Di contro, l’utilizzo di indicazioni geografiche che coprono il territorio di più stati membri, sarà consentito (es. “origine Tirolo”).

 

A seguito delle suddette considerazioni, sono stati proposti 6 articoli che costituiranno l’applicazione del Reg. U.E. 1169/11. Tra le novità più interessanti, sicuramente le modalità di espressione di origine dell’ingrediente primario (Articolo 3) che potrà essere in alternativa, una delle seguenti:

  • “Origine U.E” oppure “Origine Non U.E.”
  • “Origine (qualsiasi Regione all’interno di uno Stato membro, che sia facilmente riconoscibile dal consumatore)”
  • “Origine (lo Stato membro o il Paese terzo)”

 

Quando si voglia indicare che l’ingrediente primario abbia una differente origine rispetto al prodotto finito, senza volerne specificare lo Stato di provenienza (Articolo 4), andrà riportata una dicitura simile a:

                “(nome dell’ingrediente primario) non ha origine da (nome del Paese di origine del prodotto finito)”

Entrambe le diciture previste dagli Articoli 3 e 4 andranno riportate nello stesso campo visivo dell’indicazione di origine del prodotto finito, con un carattere di grandezza almeno pari al 75%, tuttavia con dimensioni non inferiori a quelle minime già previste dal Reg. U.E. 1169/11

La data di applicazione proposta sarà il 1 Aprile 2019, con la possibilità di commercializzare tutti gli alimenti messi in commercio o etichettati antecedentemente a tale data, fino ad esaurimento delle scorte.

Rimane tuttavia in sospeso la spinosa questione relativa alla definizione di ingrediente primario fornita dallo stesso Regolamento, che lascia più di un dubbio interpretativo.

È apprezzabile comunque che finalmente la Commissione abbia dato il via all’iter di questa nuova norma, che avrà comunque molto tempo per essere perfezionata al meglio.

 

 

mappa-origine-degli-alimenti-nel-mondo

Origine degli alimenti in etichetta

By Sicurezza AlimentareNo Comments

La questione legata all’ origine degli alimenti è un argomento che sta a cuore a molti ed in particolar modo trova terreno fertile laddove il consumatore medio sia portato a credere che i prodotti agroalimentari originari del proprio Paese siano i migliori in circolazione, pretendendo quindi di veder indicata chiaramente l’origine dell’alimento in etichetta per poter compiere delle scelte consapevoli.

Al di la della legittimità o meno di questa pretesa, l’indicazione di origine obbligatoria in linea di principio viene avversata dall’Unione Europea e, quando è stata introdotta, lo si è fatto per cercare di arginare pericoli sanitari (l’epidemia di “mucca pazza” per la quale è diventata obbligatoria l’indicazione di origine delle carni bovine, con il Reg. C.E. 1760/00) o in caso di variazioni accertate nella qualità del prodotto in base alla provenienza (Direttiva CE 110/2001 sulla commercializzazione del miele).

La situazione attuale

Attualmente il riferimento normativo di più ampio respiro, nel quale venga affrontato il tema dell’origine, è il Reg .U.E. 1169/11 il quale, all’Art. 26 paragrafo 2 così recita:

“L’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento, in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza”.

origine degli alimenti mappa paesi

Il Reg. U.E. 1169/11 ha portato luci e ombre nel campo dell’etichettatura e in particolare nel campo dell’indicazione di origine, molte sono le incertezze.

Ad esempio, il medesimo Art. 26, nel successivo paragrafo 3 recita: “quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario:

a) è indicato anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario; oppure

b) il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è indicato come diverso da quello dell’alimento.”

Se all’apparenza tale paragrafo sembrerebbe aggiungere un ulteriore grado di approfondimento e chiarezza  alla questione, così non è, per il fatto che il paragrafo a tutt’oggi non è ancora applicabile (siamo in attesa di atti di esecuzione che la Commissione avrebbe dovuto pubblicare entro il 13 Dicembre 2013).

A complicare ulteriormente la faccenda, contribuisce anche la definizione che, sempre il Reg. U.E. 1169/11 dà di luogo di provenienza: “qualunque luogo indicato come quello da cui proviene l’alimento, ma che non è il “paese d’origine” come individuato ai sensi degli articoli da 23 a 26 del Reg. CEE n. 2913/92; il nome, la ragione sociale o l’indirizzo dell’operatore del settore alimentare apposto sull’etichetta non costituisce un’indicazione del paese di origine o del luogo di provenienza del prodotto alimentare ai sensi del presente regolamento” e che rimanda ad un ulteriore Regolamento, non facilitando di certo il compito di chi voglia chiarirsi le idee.

Per completare il quadro quindi è impossibile non citare la definizione di paese di origine:

“Sono originarie di un paese le merci interamente ottenute in tale paese”; e ancora:

Una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi è originaria del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione”.

Occorre ribadire come non siano mai sufficienti a conferire il carattere originario operazioni molto semplici quali: cambiamenti di imballaggio, la cernita, la riduzione in pezzi, il condizionamento e l’apposizione di marchi.

Attualmente dunque, l’obbligo di indicazione di origine è ancora dovuto solamente per quelle categorie di alimenti per i quali sia stata emanata normativa specifica (come già visto miele e carni bovine, ma anche olio di oliva, carni ovine caprine, suine e di pollame, pesce, uova).

Per tutti gli altri alimenti, nell’attesa di ulteriori specifiche da parte della Commissione Europea, è legittimo mantenersi in una situazione di attesa.

Rimane inteso che in particolari casi, l’indicazione dell’origine sia comunque da applicarsi. Ad esempio, volendo commercializzare un alimento che il consumatore identifica con un Paese e per il quale vengono fatti riferimenti in etichetta espliciti a quel Paese (fois gras in confezioni riportanti la bandiera francese o la silhouette della Francia ma realizzato in Italia), allora in quel caso l’indicazione di origine  diventerà obbligatoria perché le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme possono far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza” (cfr.Art. 26 Reg. U.E. 1169/11 sopra citato).

Origine degli alimenti in etichetta : Scenari futuri 

Dobbiamo segnalare che, in data 22 febbraio 2016, la Commissione Europea ha proposto una bozza di atti di esecuzione per quanto riguarda il sopra citato Art. 26 paragrafo 3, dalla quale è stato possibile estrapolare alcuni contenuti.

Sembra che, in caso di materia prima di diversa origine rispetto al Paese di produzione, questa dovrà essere indicata con caratteri analoghi usando una delle due diciture:

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“[prodotto in…] con materia prima di origine/provenienza diversa”

Altra novità riguarda la “qualificazione” dell’origine geografica che dovrà essere del medesimo “livello” (Regione o Paese) per l’indicazione di produzione e di origine di materia prima.

Sembra purtroppo che le specifiche di origine legate a particolari ricette tradizionali (ad esempio il ragù alla bolognese) non saranno comprese nell’ambito di applicazione, cosa che non contribuirà a ridurre il fenomeno del cosiddetto “Italian sounding”.

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 GRUPPO MAURIZI CAMBIA SEDE

 

La nostra Azienda è cresciuta negli ultimi anni e la nostra sede crescerà con noi.

Per fare spazio a nuovi progetti, clienti e collaboratori, abbiamo scelto una sede più grande.

Da lunedì 20 giugno potrai trovarci nel nostro nuovo Headquarter a questo indirizzo:

 

Gruppo Maurizi s.r.l.

Via Pellaro 22, 00178 Roma

 

A partire da tale data tutti i campioni del laboratorio dovranno essere spediti e/o consegnati al nuovo indirizzo.

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