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Reg. UE 1169/11

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Origine degli alimenti in etichetta

By Sicurezza AlimentareNo Comments

La questione legata all’ origine degli alimenti è un argomento che sta a cuore a molti ed in particolar modo trova terreno fertile laddove il consumatore medio sia portato a credere che i prodotti agroalimentari originari del proprio Paese siano i migliori in circolazione, pretendendo quindi di veder indicata chiaramente l’origine dell’alimento in etichetta per poter compiere delle scelte consapevoli.

Al di la della legittimità o meno di questa pretesa, l’indicazione di origine obbligatoria in linea di principio viene avversata dall’Unione Europea e, quando è stata introdotta, lo si è fatto per cercare di arginare pericoli sanitari (l’epidemia di “mucca pazza” per la quale è diventata obbligatoria l’indicazione di origine delle carni bovine, con il Reg. C.E. 1760/00) o in caso di variazioni accertate nella qualità del prodotto in base alla provenienza (Direttiva CE 110/2001 sulla commercializzazione del miele).

La situazione attuale

Attualmente il riferimento normativo di più ampio respiro, nel quale venga affrontato il tema dell’origine, è il Reg .U.E. 1169/11 il quale, all’Art. 26 paragrafo 2 così recita:

“L’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento, in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza”.

origine degli alimenti mappa paesi

Il Reg. U.E. 1169/11 ha portato luci e ombre nel campo dell’etichettatura e in particolare nel campo dell’indicazione di origine, molte sono le incertezze.

Ad esempio, il medesimo Art. 26, nel successivo paragrafo 3 recita: “quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario:

a) è indicato anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario; oppure

b) il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è indicato come diverso da quello dell’alimento.”

Se all’apparenza tale paragrafo sembrerebbe aggiungere un ulteriore grado di approfondimento e chiarezza  alla questione, così non è, per il fatto che il paragrafo a tutt’oggi non è ancora applicabile (siamo in attesa di atti di esecuzione che la Commissione avrebbe dovuto pubblicare entro il 13 Dicembre 2013).

A complicare ulteriormente la faccenda, contribuisce anche la definizione che, sempre il Reg. U.E. 1169/11 dà di luogo di provenienza: “qualunque luogo indicato come quello da cui proviene l’alimento, ma che non è il “paese d’origine” come individuato ai sensi degli articoli da 23 a 26 del Reg. CEE n. 2913/92; il nome, la ragione sociale o l’indirizzo dell’operatore del settore alimentare apposto sull’etichetta non costituisce un’indicazione del paese di origine o del luogo di provenienza del prodotto alimentare ai sensi del presente regolamento” e che rimanda ad un ulteriore Regolamento, non facilitando di certo il compito di chi voglia chiarirsi le idee.

Per completare il quadro quindi è impossibile non citare la definizione di paese di origine:

“Sono originarie di un paese le merci interamente ottenute in tale paese”; e ancora:

Una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi è originaria del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione”.

Occorre ribadire come non siano mai sufficienti a conferire il carattere originario operazioni molto semplici quali: cambiamenti di imballaggio, la cernita, la riduzione in pezzi, il condizionamento e l’apposizione di marchi.

Attualmente dunque, l’obbligo di indicazione di origine è ancora dovuto solamente per quelle categorie di alimenti per i quali sia stata emanata normativa specifica (come già visto miele e carni bovine, ma anche olio di oliva, carni ovine caprine, suine e di pollame, pesce, uova).

Per tutti gli altri alimenti, nell’attesa di ulteriori specifiche da parte della Commissione Europea, è legittimo mantenersi in una situazione di attesa.

Rimane inteso che in particolari casi, l’indicazione dell’origine sia comunque da applicarsi. Ad esempio, volendo commercializzare un alimento che il consumatore identifica con un Paese e per il quale vengono fatti riferimenti in etichetta espliciti a quel Paese (fois gras in confezioni riportanti la bandiera francese o la silhouette della Francia ma realizzato in Italia), allora in quel caso l’indicazione di origine  diventerà obbligatoria perché le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme possono far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza” (cfr.Art. 26 Reg. U.E. 1169/11 sopra citato).

Origine degli alimenti in etichetta : Scenari futuri 

Dobbiamo segnalare che, in data 22 febbraio 2016, la Commissione Europea ha proposto una bozza di atti di esecuzione per quanto riguarda il sopra citato Art. 26 paragrafo 3, dalla quale è stato possibile estrapolare alcuni contenuti.

Sembra che, in caso di materia prima di diversa origine rispetto al Paese di produzione, questa dovrà essere indicata con caratteri analoghi usando una delle due diciture:

“prodotto in… con materia prima di origine/provenienza di …”

“prodotto in… con materia prima di origine/provenienza diversa”

Altra novità riguarda la “qualificazione” dell’origine geografica che dovrà essere del medesimo “livello” (Regione o Paese) per l’indicazione di produzione e di origine di materia prima.

Sembra purtroppo che le specifiche di origine legate a particolari ricette tradizionali (ad esempio il ragù alla bolognese) non saranno comprese nell’ambito di applicazione, cosa che non contribuirà a ridurre il fenomeno del cosiddetto “Italian sounding”.

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Valori nutrizionali… Nulla da dichiarare?

By Sicurezza AlimentareNo Comments

Novità per etichette e valori nutrizionali:

A partire dal 13 Dicembre 2016 il Reg. UE 1169/11, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, diventerà applicativo in ogni sua parte.

Tutte le aziende dovranno pertanto adeguare le etichette dei prodotti alimentari destinati ai paesi dell’Unione Europea come previsto dal Regolamento, riportando sulle confezioni degli alimenti preimballati (ad eccezione di pochi casi specifici) una dichiarazione nutrizionale.

Questa nuova dichiarazione dei valori nutrizionali rappresenta una delle principali novità apportate dal Reg. UE 1169/11 rispetto alla precedente normativa riguardante l’etichettatura degli alimenti. Attualmente (e fino al 12 Dicembre 2016), infatti, la dichiarazione nutrizionale è apposta sull’etichetta dei prodotti alimentari su base volontaria, salvo i casi in cui in etichetta figurino indicazioni nutrizionali.

Perché questo cambiamento?

Negli ultimi anni si è assistito ad una crescente diffusione di casi di sovrappeso, obesità e patologie correlate ad un’alimentazione non equilibrata quali diabete, malattie cardiovascolari alcuni tipi di tumore, che non riguardano solo la popolazione adulta ma cominciano ad interessare in maniera sempre più rilevante e preoccupante anche i bambini e gli adolescenti.

Visto l’impatto dell’alimentazione sullo stato di salute dei consumatori una strategia fondamentale per contrastare la crescente diffusione delle malattie croniche e promuovere stili di vita salutari è rappresentato dall’informazione al consumatore stesso.

Un’adeguata informazione sulla composizione degli alimenti permette di stimare la quantità di calorie, grassi totali, grassi saturi, sale e zuccheri che si sta assumendo con l’alimentazione e di confrontare e scegliere in modo consapevole i prodotti, valutando se questi siano idonei alle esigenze dietetiche individuali.

Come dovrà essere strutturata la tabella nutrizionale?

tabella-valori-nutrizionaliI valori nutrizionali riportati nella dichiarazione dovranno essere riferiti a 100 g/ml di prodotto ed eventualmente, su base volontaria, alla porzione, per facilitare la comparabilità tra i prodotti contenuti in imballaggi di dimensioni diverse.

La dichiarazione nutrizionale obbligatoria dovrà riportare le indicazioni seguenti:

a) il valore energetico;

b) la quantità di grassi, acidi grassi saturi, carboidrati, zuccheri, proteine e sale.

Il contenuto obbligatorio potrà essere integrato dall’indicazione delle quantità di uno o dei seguenti elementi: acidi grassi monoinsaturi, acidi grassi polinsaturi, polioli, amido, fibre, sali minerali o vitamine.

Viene quindi posto l’accento su alcuni elementi nutrizionali importanti per la salute pubblica, perché incidono maggiormente sullo sviluppo di patologie correlate all’alimentazione (quali grassi saturi, zuccheri o sodio) o perché contribuiscono al benessere dell’organismo (grassi mono e polinsaturi, fibre, sali minerali e vitamine) al fine di fornire al consumatore degli strumenti efficaci per compiere scelte in grado di incidere realmente sulla sua salute.

Come può una azienda ricavare i valori nutrizionali da riportare in etichetta?

I valori dichiarati in etichetta sono valori medi, dove il valore medio è definito come: “il valore che rappresenta meglio la quantità di una sostanza nutritiva contenuta in un alimento dato e che tiene conto delle tolleranze dovute alle variazioni stagionali, alle abitudini di consumo e agli altri fattori che possono influenzare il valore effettivo”.

Tali valori sono stabiliti in base:

  1. agli esiti di analisi di laboratorio effettuate dal produttore. L’analisi nutrizionale che viene effettuata sull’alimento è infatti un utile e preciso mezzo per caratterizzare il prodotto alimentare da punto di vista del contenuto di macro e microelementi (carboidrati, grassi, vitamine, fibre ecc.) che devono essere riportati in etichetta.
  2. al calcolo effettuato a partire dai valori medi noti o a partire da dati presenti in letteratura. In questo caso si fa riferimento ad alcune banche dati che riportano i valori nutrizionali medi di diverse categorie di alimenti, come ad esempio quella dell’ente CRANUT (ex INRAN).
  3. al calcolo effettuato a partire da dati generalmente stabiliti e accettati.

Qualunque sia il metodo utilizzato, è importante che la dichiarazione nutrizionale sia il più esatta possibile.

A tal riguardo è fondamentale tenere presente che i valori effettivi di una sostanza nutritiva in un prodotto possono variare rispetto ai valori nutrizionali dichiarati in etichetta per diversi motivi, tra cui la fonte dei valori: se i valori nutrizionali riportati in etichetta non sono ricavati per mezzo delle analisi di laboratorio ma derivano dalla letteratura o sono calcolati a partire dalla ricetta facendo riferimento alla banche dati, può non esserci corrispondenza tra i valori dichiarati e quelli realmente presenti nel prodotto. Dunque, per una maggiore sicurezza, le aziende dovrebbero optare per l’opzione delle analisi, naturalmente da far eseguire in un laboratorio accreditato e che possa garantire risultati affidabili.

Nei prossimi mesi quindi, alle aziende verrà chiesto di adeguare i propri imballi, qualora non lo abbiano già fatto. Naturalmente i fattori da tenere in considerazione per l’inserimento della dichiarazione nutrizionale in etichetta non sono da sottovalutare; tra questi sicuramente il cambiamento del layout dell’imballo stesso che può prevedere finanche il cambiamento del modello di imballo utilizzato, i tempi di realizzazione delle analisi (soprattutto per aziende che commercializzino diversi prodotti), l’eventuale cambio di ricetta (qualora ci si accorga che la formulazione del proprio prodotto non sia in linea da un punto di vista nutrizionale con altri prodotti analoghi presenti sul mercato).

Etichettatura alimentare. Chiarezza dal Ministero sulle sanzioni.

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Etichettatura alimentare, il MISE fa chiarezza

Chiarita la questione dell’assenza di sanzioni per le infrazioni del nuovo Regolamento sull’ etichettatura alimentare (Regolamento UE 1169/11).

Lo spiega, senza ombra di dubbio o spazio per interpretazioni, una Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico del 6 Marzo 2015.

Come si sa bene i Regolamenti europei non possono contenere indicazioni in merito al regime sanzionatorio che rimane una decisione a carico di ogni Stato membro dell’Unione.

Nonostante il D.lgs 109/92 non sia stato abrogato, molte confidavano nell’assenza delle sanzioni del Regolamento europeo per prendere tempo.

Il principio dietro questo ragionamento è il seguente: a fronte di una norma a carattere “superiore” come è un Regolamento  (europeo) nei confronti di un decreto legislativo (nazionale), “vince”, ovvero si deve applicare la norma a carattere superiore.

Nulla da eccepire ma bisogna anche sottolineare che quanto appena esposto è vero in caso di sovrapposizione delle due norme.

Quindi, fin tanto che la normativa nazionale (in questo caso il D.lgs. 109/91) non venga modificato o abrogato, rimane in vigore per quelle parti che non trovano riscontro nel Regolamento Europeo come ad esempio il regime sanzionatorio, l’indicazione obbligatoria del lotto e le indicazioni che riguardano i prodotti non preconfezionati.

Nella Circolare del Ministero la tabella di correlazione delle sanzioni previste dal D.lgs 109/92 con gli articoli del Reg. UE 1169/11.

 

 

 

 

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