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sicurezza sul lavoro ospedali 2 parte

La sicurezza sul lavoro negli ospedali – 2° parte

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Nella seconda parte dedicata a “La Sicurezza sul Lavoro negli ospedali”, esamineremo altri rischi ai quali sono esposti i lavoratori operanti in ambienti ospedalieri, tra i quali il rumore, il microclima e l’illuminamento, quelli derivanti dalla movimentazione manuale dei pazienti e dei carichi, le radiazioni elettromagnetiche, nonché le relative misure di prevenzione e protezione per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, comprese le lavoratrici madri.

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Rumore

Il rumore (che può essere genericamente definito come un suono inutile o fastidioso), negli ambienti di lavoro è ormai diventato uno dei problemi più importanti, essendo causa di danno (ipoacusia, sordità) e comporta una delle malattie professionali statisticamente più rilevante.

Gli effetti nocivi che il rumore può causare sull’uomo dipendono da tre fattori:

  • intensità del rumore
  • frequenza del rumore
  • durata nel tempo dell’esposizione al rumore

 

Questi effetti possono essere distinti in:

  • effetti uditivi: vanno ad incidere negativamente a carico dell’organo dell’udito provocando ipoacusia
  • effetti extra-uditivi: insonnia, diminuzione della capacità di concentrazione, facile irritabilità, ecc…

 

rischio rumore

 

Il D.Lgs 81/2008 (artt. 187-198) definisce e regolamenta le procedure per ridurre anche i rischi da rumore negli ambienti di lavoro.

La sua corretta applicazione dovrebbe portare ad una riduzione della sordità da rumore.

I valori limite di esposizione e i valori di azione, in relazione al livello di esposizione giornaliera al rumore e alla pressione acustica di picco, sono fissati a:

  1. valori limite di esposizione rispettivamente LEX = 87 dB(A) e ppeak = 140 dB(C)
  2. valori superiori di azione: rispettivamente LEX = 85 dB(A) e ppeak = 137 dB(C)
  3. valori inferiori di azione: rispettivamente LEX = 80 dB(A) e ppeak = 135 dB(C)

Laddove a causa delle caratteristiche intrinseche della attività lavorativa l’esposizione giornaliera al rumore varia significativamente, da una giornata di lavoro all’altra, è possibile sostituire, ai fini dell’applicazione dei valori limite di esposizione e dei valori di azione, il livello di esposizione giornaliera al rumore con il livello di esposizione settimanale a condizione che:

  1. il livello di esposizione settimanale al rumore, come dimostrato da rilievi con strumentazione certificata, non ecceda il valore limite di esposizione di 87 dB(A)
  2. siano adottate le adeguate misure per ridurre al minimo i rischi associati a tali attività

In ambienti ospedalieri o affini, si può riscontrare un esposizione a rumore per coloro che operano principalmente in lavanderie, stirerie, cucine e relative aree di lavaggio e per personale addetto alla manutenzione che utilizza attrezzature rumorose (ad es. trapani) o accede a locali tecnici con rumore elevato (ad es. centrale termiche o gruppi elettrogeni).

Normalmente però in questi ambienti i livelli di esposizione professionale quotidiana rilevati sono inferiori a 85 dB(A), ovvero inferiore al valore superiore di azione.

 

 Microclima

Il microclima è definito da quei fattori ambientali che influenzano gli scambi termici tra soggetto e ambiente negli spazi confinati e che determinano il cosiddetto “benessere termico”. Indispensabile è inoltre la purezza dell’aria.

In particolare il comfort microclimatico è definito dai seguenti parametri:

  • temperatura dell’aria
  • umidità relativa
  • purezza dell’aria
  • livello di inquinamento dell’aria
  • velocità dell’aria

 

Esempi di condizioni microclimatiche così come stabilito dal D.P.R. 14.01.1997 e dalla D.C.R. Piemonte 616/2000 sono:

  • area di degenza: temperatura invernale non inferiore a 20°C e non inferiore a 22°C per la medicheria/degenze pediatriche, temperatura estiva max 28°C, U.R. 40-60%, ricambi aria/ora 2 v/h, ecc…
  • area di diagnosi e cura: tipo blocco operatorio, temperatura 20-24°C, U.R. 40-60%, filtrazione 99,97%, ricambi aria/ora 15 v/h, nei locali annessi temperatura 20-28°C, U.R. 40-60%, filtrazione 99,97%, ricambi aria/ora 6-10 v/h, ecc…
  • area servizi generali: tipo uffici, temperatura 18-20°C, U.R. 50% con tolleranza ± 5%, ventilazione 0,1-0,2 m/sec.;
  • centrali tecnologiche: temperatura minore di 26°C, U.R. 50%, ecc…

 

Il comfort è quindi fortemente influenzato anche da una serie di caratteristiche strutturali dell’edificio, all’esposizione, alla rumorosità del contesto ambientale, all’inerzia termica dell’edificio, alla qualità degli infissi, al livello di manutenzione, all’indice di affollamento, ecc.

Nei casi in cui non sia possibile attuare tutte o in parte le condizioni sopra riportate, è possibile ricorrere alla ventilazione: l’ideale sarebbe il condizionamento generale dell’ambiente di lavoro, cosa non sempre praticabile quando si è in presenza di notevoli fonti di calore. In casi eccezionali si può presentare ricorso ad una ventilazione localizzata.

Nel caso di situazioni termiche elevate, è possibile adottare misure di carattere preventive che vanno individuate anche nell’organizzazione del lavoro (pause, periodi di riposo, ecc.).


Illuminazione

Il grado d’illuminazione influisce sulla fatica visiva, sull’attività in generale, sulla sicurezza e sul benessere delle persone: è indispensabile pertanto che soddisfi le specifiche esigenze degli operatori in relazione alle attività da loro svolte.

Gli obbiettivi da perseguire sono:

  • una piacevole varietà di luminanze e di colori per contribuire al benessere degli occupanti e alla riduzione dello stress da lavoro
  • un’adeguata luminosità dello spazio in modo che si possano percepire con chiarezza gli oggetti
  • condizioni di sicurezza e di facilità di movimento

 

È sempre preferibile sfruttare l’illuminazione naturale e solo quando ciò non è possibile ricorrere, come completamento o in totale sostituzione, all’illuminazione artificiale.

 

illuminazione ospedali

 

Esempi di illuminamento artificiale degli ambienti di lavoro in ambito ospedaliero (da Microclima, aerazione e illuminazione nei luoghi di lavoro ISPESL 1/06/2006):

  • ambulatorio = 300 lx
  • e.d. = 500 lux
  • cucine = 500 lx
  • degenze in genere = 300 lx
  • depositi, magazzini, archivi = 100-200 lx
  • dialisi = 500 lx
  • disimpegni = 200 lx
  • farmacia = 500-1.000 lx
  • locale travaglio = 300 lx
  • locali riunioni (<100 posti) = 500 lx
  • reparti diagnostica = 300-1.000 lx
  • rianimazione e terapia intensiva = 1.000 lx
  • sala parto = 1.000 lx
  • sale operatorie = 1.000 lx
  • servizi igienico-sanitari = 80-200 lx
  • soggiorni = 100-200 lx
  • sterilizzazione, disinfezione = 300 lx
  • terapie fisiche = 100-300 lx
  • uffici, box-ufficio singoli e open space = 300-750 lx.

 

Un’attenta progettazione del layout illuminotecnico nonché la scelta di appropriati corpi illuminanti per l’illuminazione artificiale degli ambienti di lavoro costituisce una misura preventiva fondamentale per garantire una corretta illuminazione in tutti i suddetti luoghi all’interno di una struttura ospedaliera.

E’ altrettanto importante effettuare nel tempio una regolare manutenzione sui corpi illuminanti per garantire una resa costante dell’illuminazione artificiale.

Infine anche l’utilizzo di idonee schermature (ad es. tendaggi) consente di evitare fenomeni di eccessiva illuminazione proveniente dalle finestre che possono costituire rischi da abbagliamento e riflessi.

 

Radiazioni ionizzanti e non ionizzanti

Un rischio fisico importante nel settore sanitario è quello d’esposizione a radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, utilizzate per una prolungata e non protetta attività a scopo diagnostico, terapeutico o di disinfezione.

Le radiazioni ionizzanti sono delle particelle e delle onde elettromagnetiche dotate di potere altamente penetrante nella materia e ciò permette alle radiazioni di far saltare da un atomo all’altro gli elettroni che incontrano nel loro percorso.

In tal modo gli atomi, urtati dalle radiazioni, perdono la loro neutralità (che consiste nell’avere un uguale numero di protoni e di elettroni) e si caricano elettricamente, ionizzandosi. L’esposizione può determinare gravi danni fino alla morte cellulare.

 

Le radiazioni ionizzanti sono: raggi a, raggi b, raggi g, raggi x, raggi cosmici, radon.

L’esposizione può essere ridotta basandosi su tre fattori fondamentali in radioprotezione:

  • distanza: maggiore è la distanza dalla sorgente di radiazione, minore è l’esposizione
  • tempo: meno tempo si trascorre vicino alla fonte di radiazione, minore è l’esposizione
  • protezioni: il tipo di protezione personale da usarsi dipende dal tipo di radiazioni emesse dalla sorgente.

 

Per garantire condizioni di sicurezza e di tutela della salute dei lavoratori è necessario adottare le seguenti misure:

  • sorveglianza fisica affidata agli esperti qualificati che sulla base della valutazione del rischio predispongono la delimitazione delle zone lavorative a rischio, il controllo e l’esame dei mezzi di protezione, la valutazione delle esposizioni, ecc.
  • sorveglianza medica affidata al Medico Autorizzato (categoria A e B) per l’e esecuzione di visite mediche, indagini specialistiche e di laboratorio, provvedimenti e disposizioni sanitarie, ecc. e al Medico Competente (categoria B). Sono classificati in categoria A i lavoratori esposti che, sono suscettibili di un’esposizione superiore, in un anno solare, ad uno dei seguenti valori:
    • 6 mSv per esposizione globale o di equivalente di dose efficace
    • 3/10 di uno qualsiasi dei limiti di dose fissati per il cristallino, la pelle, le mani e gli avambracci, piedi e caviglie

 

Sono invece classificati in categoria B i lavoratori esposti non classificati in categoria A.

 

Le radiazioni non ionizzanti, sono quelle radiazioni elettromagnetiche il cui meccanismo di interazione con la materia non consiste nella ionizzazione.

Le radiazioni non ionizzanti sono generalmente prodotte da elettrodomestici, telefoni cellulari, tralicci, elettrodotti e in ambito ospedaliero sono prodotte da apparecchiature di terapia fisico-riabilitativa generanti radiofrequenze (marconi terapia), laser e microonde (radar terapia) e da apparecchiature a raggi ultravioletti (lampade germicide, apparecchi per fototerapia – malattie della pelle, ittero neo-natale e per indurimento di gessi in ortopedia e resine in odontoiatria).

Il personale addetto è opportuno che limiti la sosta e i tempi di permanenza nelle aree dove sono in funzione tali apparecchiature, oltre ad usare i D.P.I.

Si deve precisare inoltre che non tutto l’elettromagnetismo è uguale. Va distinto quello a basse frequenze da quello ad alte frequenze.

In entrambi i casi si produce una corrente elettrica nei tessuti ma l’incidenza come causa di tumori è diversa.

Trattandosi di radiazioni non ionizzanti, l’energia non è comunque tale da provocare mutazioni genetiche nel Dna.

Le basse frequenze sono emesse normalmente da tralicci, elettrodotti, cabine elettriche di trasformazione.

Tra i sintomi dovuti all’elettrosmog a intensità superiori ai 100 microtesla, l’elettromagnetismo induce malessere, mal di testa e brividi. Nelle abitazioni l’intensità dell’elettromagnetismo non supera i 0,2 microtesla anche se nulla può ancora essere detto sugli effetti sulla salute dopo lunghi periodi di esposizione.

Le alte frequenze sono invece emesse normalmente dai telefoni cellulari, da antenne e ripetitori di segnali radio.

E’ stata analizzata la possibilità che l’uso dei telefoni cellulari, e delle radiazioni che derivano dal suo funzionamento, siano causa dell’insorgere di tumori del cervello (nella zona del cranio dove si poggia il telefonino).

Dubbi e paure sono però state smentite da ricerche e studi compiuti nel 2000 e nel 2001 (National Cancer Institute ed altri studi). Il numero di studi però è ancora insufficiente per avvalorare una tesi piuttosto che un’altra. Per quanto riguarda le radiazioni prodotte dalle antenne e dai ripetitori, le prime ricerche tendono a minimizzare il loro impatto sulla salute in quanto le radiazioni calano rapidamente con l’allontanarsi dalla fonte che le genera.

 

Laser

Il laser è incluso fra le sorgenti di radiazione non ionizzante e per il suo impiego massiccio e diffuso ormai a tutti i livelli della sperimentazione scientifica, merita senz’altro una considerazione particolare.

Laser è il noto acronimo per Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation, il processo fisico che sta dietro alla radiazione elettromagnetica intensa, coerente e direzionale che può essere ultravioletta (200 – 400 nm ), visibile (400 – 700 nm), o infrarossa (700 nm – 300 mm).

I rischi connessi all’uso del laser sono sia quelli relativi alle caratteristiche intrinseche del fascio, sia quelli derivanti dalle apparecchiature che permettono di creare e mantenere questo tipo di radiazione.

I danni conseguenti all’esposizione alle radiazioni emesse dai laser sono fondamentalmente legati all’effetto termico e interessano principalmente l’occhio e la cute.

Gli effetti oculari dipendono dalla lunghezza d’onda della radiazione emessa:

• le radiazioni emesse nello spettro visibile sono assorbite elettivamente dall’epitelio pigmentato retinico e possono provocare ustioni corioretiniche (effetto che è utilizzato anche a scopo terapeutico in oculistica nel trattamento di rotture retiniche o di lesioni corioretiniche);

• le radiazioni nel campo dell’infrarosso e dell’ultravioletto sono assorbite dagli annessi, dalla cornea, dal cristallino e dal corpo vitreo dove possono dare origine ad opacizzazioni.
A carico della cute i danni vanno dall’eritema, alla bolla fino alla carbonizzazione del tessuto.

 

Occorre poi tenere presente che un laser necessita di alimentazione elettrica, con tutti i pericoli conseguenti, connessi con le apparecchiature di potenza elevata.

Secondo l’American National Standard Institute ANSI Z136.1-1976, i laser sono classificati in 4 classi di pericolosità crescente.
Tutti i laser in commercio devono portare indicazione della classe di appartenenza, in modo da poter essere utilizzati in sicurezza.

Le quattro classi “standard” sono comunque le seguenti:

CLASSE 1 – Exempt Laser
Il fascio laser è considerato innocuo in qualsiasi condizione d’uso. Questo perché la radiazione emessa è sempre al disotto degli standard massimi consentiti (MPE, Massima Esposizione Permessa).

CLASSE 2 – Low-Power, Visible, Continuous-Wave Laser
I laser in questa classe possono emettere radiazione pericolosa, tuttavia la loro potenza è sufficientemente bassa da consentire, con una azione di riflesso, di evitare esposizioni inattese. Questo non esclude la possibilità di riportare danni nel caso di esposizione prolungata (‘prolungata’ qui significa maggiore di 0,25 secondi, tempo entro il quale si ha riflesso incondizionato). Sono compresi in questa classe solo i laser ad emissione continua e nel visibile, con potenza ≤ 1 mW.

CLASSE 3A – Medium Power Laser
I laser con emissione nel visibile e una potenza in uscita fino a 5mW per i laser in continua, o 5 volte il limite di classe 2 per i laser a impulsi ripetuti o a scanning. Possono emettere radiazioni sia nel campo del visibile che in quello del non visibile e i loro fasci non sono pericolosi se osservati direttamente in maniera non continua, mentre lo possono diventare se si utilizzano strumenti che amplificano e concentrano il fascio ottico (quali microscopi, binocoli, ecc.)

CLASSE 3B – Medium Power Laser
I laser di classe 3B hanno potenze medie comprese tra i limiti della classe 3A e 500 mW. I laser di classe 3B sono pericolosi per gli occhi se non protetti e possono essere pericolosi per la pelle; anche le riflessioni diffuse da questi sistemi possono essere pericolosi.

CLASSE 4 – High Power Laser
Sono i laser più pericolosi in quanto, oltre ad avere una potenza tale da causare seri danni ad occhi e pelle anche se il fascio è diffuso, possono costituire un potenziale rischio di incendio, causare fuoruscita di materiale tossico e spesso il voltaggio e l’amperaggio di alimentazione sono pericolosamente elevati.

Molti tipi di laser sono contenuti in strutture chiuse; in questo caso, la loro pericolosità viene calcolata sulla base della radiazione effettivamente visibile all’esterno della struttura stessa. Naturalmente il sistema deve essere protetto contro gli accessi accidentali, da parte di personale non autorizzato, durante il funzionamento dell’apparecchiatura.

 

Risonanza magnetica

La Risonanza Magnetica Nucleare è quella tecnica radiologica che, utilizzando proprietà di alcuni nuclei atomici di emettere radiazioni elettromagnetiche, fornisce immagini di sezioni trasverse dell’organismo umano secondo una rappresentazione morfologica della distribuzione dell’acqua (atomi idrogenoidi).

Da un punto di vista tecnico può comportare rischi la fase di:

  • approvvigionamento periodico di criogeno (rabbocco effettuato da ditta specializzata). In questa delicata fase il personale non addetto resterà a debita distanza di sicurezza (gli operai della squadra di manutenzione provvederanno a transennare il percorso). Infatti, in caso di fuoriuscita, il criogeno (che si trova ad una temperatura di -273°C) potrebbe provocare ustioni e/o l’asfissia dei presenti

 

È inoltre necessario adottare le seguenti precauzioni:

  • da parte degli operatori: Medici e Tecnici addetti devono controllare che nei taschini dei camici non vi siano presenti forbici, penne biro, clips, monete, ecc., che potrebbero deformare il campo magnetico alterando il segnale, essere “trascinati” all’interno del magnete (gantry) e/o colpire il capo del paziente; personale di manutenzione deve utilizzare esclusivamente attrezzi speciali amagnetici (dal colore ramato); personale ausiliario deve utilizzare attrezzi testati per garantire l’assenza di parti ferromagnetiche e non deve usare prodotti a base di cera sulla chiambrana della porta di accesso al sito, ecc…

 

  • verso i pazienti: si devono escludere da analisi RM persone portatrici di pace-maker, di protesi dotate di circuiti elettronici, preparati intracranici o comunque posizionati in prossimità di strutture anatomiche vitali, clips vascolari o schegge in materiali ferromagnetici. Sarà comunque il medico a valutare caso per caso, tutti gli elementi che possono concorrere alla controindicazione all’esame

 

La sorveglianza fisica del personale esposto e dei locali è effettuata dal Fisico Responsabile.


Movimentazione manuale 

In ambiente ospedaliero la movimentazione più frequente consiste nella movimentazione dei pazienti, dei carichi, e nelle operazioni di traino e spinta.

Movimentazione manuale dei pazienti

La movimentazione manuale dei pazienti rappresenta una delle frequenti cause di disturbi acuti e cronici del rachide tra coloro che devono assistere persone malate; gli infermieri sono una delle categorie professionali più colpite, già nei primi anni di lavoro, da patologie alla colonna vertebrale.

Le metodologie di trasferimento possono variare in relazione all’entità/ tipologia della disabilità del paziente, quest’ultimo può essere suddiviso in due categorie:

paziente collaborante, il paziente può sfruttare una residua capacità di movimento;

– paziente non o scarsamente collaborante, il paziente non può aiutare il movimento né con gli arti superiori, né con gli arti inferiori.

 

Le misure di prevenzione da adottare per ridurre l’entità del rischio sono essenzialmente rappresentate da:

  • Formazione e corsi di addestramento per il personale infermieristico per apprendere le corrette modalità di sollevamento
    • traversa che permette di muovere il paziente nel letto senza avvicinarsi troppo, stando in ginocchio o in piedi;
    • trapezio (o balcanica) che permette al paziente di collaborare durante gli spostamenti nel letto;
    • tavola di trasferimento che è usata per far scivolare il paziente da una superficie all’altra;
    • sollevatore meccanico che agisce sollevando il paziente sistemato in una robusta imbracatura.

 

Per valutare puntualmente l’entità del rischio a cui sono esposti gli operatori viene normalmente utilizzato il metodo MAPO (Movimentazione e Assistenza Pazienti Ospedalizzati) il quale permette di dare una valutazione quantitativa del livello di rischio degli operatori sanitari, accertando diversi livelli di rischio in funzione delle condizioni ambientali presenti nella struttura in esame.

L’utilizzo del metodo MAPO per le strutture di ricovero di pazienti parzialmente autosufficienti o non autosufficienti si presta per ricavare un indicatore specifico del rischio per la complessa interrelazione tra i fattori ambientali e gli strumenti di ausilio alla movimentazione adottati.

 

movimentazione manuale ospedali

 

Movimentazione manuale dei carichi

La movimentazione manuale di un carico (MMC) può costituire un rischio dorso-lombare nei casi in cui “il carico sia troppo pesante, sia ingombrante o difficile da afferrare, sia in equilibrio instabile o sia collocato in una posizione tale per cui deve essere tenuto o maneggiato ad una certa distanza dal tronco”.

In strutture ospedaliere il rischio di MMC, comprese le azioni di traino e spinta, si riferisce ad attività di supporto riguardanti l’immagazzinamento e la distribuzione di farmaci, di altri materiali sanitari e vari (confezioni di farmaci, flaconi, lenzuola, contenitori per ferri chirurgici, materassi, stampati ecc), la movimentazione di attrezzature diagnostiche, letti ecc..

Per identificare l’entità e quindi l’indice di rischio durante le attività di MMC possono essere utilizzate diverse tipologie di valutazione specifiche, tra le quali le più diffuse sono rappresentata dal METODO NIOSH e dal METODO SNOOK e CIRIELLO.

Se la movimentazione manuale di un carico ad opera di un lavoratore non può essere evitata, occorre tuttavia adottare alcune misure preventive in modo che essa sia quanto più possibile sicura e sana.

 

Le principali e possibili misure di prevenzione da adottare sono:

  • un’adeguata formazione ed addestramento relativamente alle corrette procedure di movimentazione, alle posture e all’utilizzo delle attrezzature di supporto.
  • specifiche procedure di movimentazione manuale dei carichi
  • sorveglianza sanitaria.

 

In particolare la sorveglianza sanitaria costituisce una tutela fondamentale per i lavoratori esposti a tale tipologia di rischio, in quanto il medico competente, in base a quanto emerso dalle analisi specifiche per la MMC, stabilisce il protocollo di sorveglianza sanitaria definendo la periodicità delle visite (semestrali, annuali, biennali).

A conclusione della visita medica e degli eventuali accertamenti  strumentali e specialistici  (Ortopedico e/o Fisiatra), il Medico Competente è così in grado di esprimere il giudizio di idoneità alla mansione specifica per ciascun lavoratore.

Per quanto riguarda la movimentazione manuale di carichi la prescrizione del Medico potrà riferirsi al massimo carico sollevabile ad esempio: “Idoneo con la seguente prescrizione: esclusione da movimentazione manuale di carichi >10 Kg.”; oppure, nel caso di reparti in cui sia stata effettuata la valutazione del rischio secondo l’indicazione EPM (pertanto con l’indice MAPO): “Idoneo con la seguente prescrizione: esclusione dai reparti con indice MAPO > 5.”

Inoltre, sarà compito del Medico consigliare modificazioni delle abitudini di vita corresponsabili della sintomatologia dolorosa.

 

Infortuni

Gli infortuni sono un evento dannoso la cui causa agisce in un tempo breve e concentrato. Sono infortuni professionali se si verificano durante un turno di lavoro: “la causa dell’infortunio deve aver agito mentre il soggetto o si trova sul luogo di lavoro oppure sta compiendo un’azione correlata al lavoro stesso”.

In ambiente ospedaliero gli infortuni sul lavoro costituiscono un fenomeno non trascurabile e possono avere cause molteplici.

Le più comuni cause di infortunio sono costituite da cadute, urti, tagli o punture e da un non corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale forniti dall’azienda ospedaliera, o dei dispositivi medici (apparecchiature elettromedicali) e delle macchine/attrezzature.

Si osserva inoltre che gli eventi più gravi sono normalmente quelli legati all’uso dei veicoli, che però rappresentano perlopiù causa di infortuni “in itinere” e non sul luogo di lavoro.
Infine si segnala il problema di atti violenti per il quale occorre specificare che molte volte questi sono involontari in quanto dipendenti dall’insufficiente autocontrollo dei pazienti riconducibile a specifiche patologie .

La prevenzione in tal caso si attua attraverso la tempestiva identificazione delle patologie dei pazienti che possono assumere involontari comportamenti aggressivi (pazienti psichiatrici, etilisti, ecc.) e attraverso una sempre migliore pianificazione dell’assistenza, in modo da ridurre o ancor meglio eliminare i motivi di attrito tra operatori sanitari e pubblico.

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sicurezza sul lavoro negli ospedali

La sicurezza sul lavoro negli ospedali – 1° parte

By Sicurezza sul LavoroNo Comments

Le strutture ospedaliere, sia pubbliche che private, rientrano nell’ambito della normativa che riguarda i luoghi di lavoro, e devono quindi risultare conformi ai requisiti definiti nel capo I del Titolo II (artt. 62-64) del Testo Unico sulla Sicurezza.

 

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Rispetto alle disposizioni generali riferibili a qualsiasi luogo di lavoro, esistono nel D.Lgs. 81/08 delle importanti precisazioni per alcune tipologie di Ospedali.

Per esempio, l’istituzione del Servizio di Prevenzione e Protezione interno all’azienda è obbligatorio per le strutture di ricovero e cura con oltre 50 lavoratori (oltre che per altre tipologie di aziende come elencate nel c6 dell’art 31).

Inoltre, le strutture ospedaliere sono sempre considerate, indipendentemente dalle dimensioni, luoghi di lavoro a rischio di incendio elevato, e quindi tenute ad adottare le relative misure di gestione dell’emergenza (questo a causa della eventuale possibile difficoltà di sfollamento in caso di emergenza del personale ivi degente).

Il primo decreto del 2002, e la successiva più recente integrazione, definiscono di fatto tutti i requisiti infrastrutturali, strutturali e di progettazione, le misure di prevenzione, gli aspetti della formazione e le disposizioni in materia di protezione e gestione delle emergenze negli istituti di ricovero e cura.

 

sicurezza sul lavoro negli ospedali

 

Gli ospedali come luogo di lavoro

Il problema della salute e della sicurezza in questo tipo di ambienti di lavoro non riguarda solo chi in essi lavora, ma anche i pazienti e i visitatori.

Gli istituti di ricovero e cura sono luoghi di lavoro alquanto eterogenei e complessi (si pensi ad ambulatori, day hospital, degenza, laboratori, radioterapia ecc) e ricoprono una vasta serie di casistiche riconducibili a rischi sui luoghi di lavoro molteplici ed a volte complessi; in considerazione della complessità del luogo di lavoro i rischi inerenti le differenti attività devono essere valutati studiando gli ambienti di lavoro ed analizzandone le caratteristiche, sia strumentali che infrastrutturali, con lo scopo di elaborare un Documento di Valutazione dei Rischi che tenga conto anche delle interferenze tra un ambiente e l’altro.

Nelle strutture sanitarie coesiste uno scenario completo di rischi convenzionali ed emergenti (fisici, chimici e biologici) difficilmente riscontrabile in altre realtà industriali.

 

Le figure della sicurezza all’interno di un ospedale

Come in qualsiasi altro posto di lavoro, anche in un ospedale, deve esistere un organigramma della sicurezza che faccia capo ad un Datore di Lavoro (spesso identificato per esempio nel direttore scientifico, piuttosto che in un membro del Consiglio di Amministrazione o nella proprietà in caso di aziende private).

Vi sono poi eventualmente le figure dei dirigenti per la sicurezza identificabili per esempio nei direttori di dipartimento o nei medici primari di reparto; ed infine i preposti che spesso vengono identificati nel personale di capo area, capo reparto infermieristico, responsabili di laboratorio o responsabili di sala.

 

I rischi per i lavoratori

In questa prima parte dedicata alla sicurezza negli ospedali esamineremo alcuni dei rischi a cui è esposto chi lavora in ospedali o strutture sanitarie in relazione a:

  • agenti biologici,
  • sostanze chimiche,
  • gas medicinali,
  • stress lavoro correlato e lavoro notturno.

 

Rischio biologico

Chi lavora in ospedali o strutture sanitarie è fortemente esposto al rischio biologico.

Le infezioni a cui sono soggetti i lavoratori del settore sanitario possono essere trasmesse per via aerea o per contatto.

Del primo tipo è di particolare rilievo la tubercolosi (TBC), data la facilità con cui colpisce i soggetti con basse difese immunitarie; il secondo tipo comprende infezioni oro-fecali, cutanee e da ectoparassiti, ma quelle più diffuse derivano tutte dal contatto con sangue e altri materiali biologici infetti, in particolare si parla di HIV e epatite B, che sono le infezioni più gravi contraibili in questo modo.

L’esposizione alle infezioni dipende molto dall’attività lavorativa, infatti alcune attività risultano più a rischio di altre.

Il personale medico, ad esempio, entra raramente a contatto diretto con il sangue del paziente, se non in caso di operazioni chirurgiche; il personale dei laboratori, invece, per svolgere le analisi è costretto al contato quotidiano con sostanze potenzialmente infette.

Le principali precauzioni universali, misure di prevenzione e protezione, prevedono:

  • Lavaggio delle mani (lavaggio delle mani con acqua e detergente seguito da lavaggio antisettico ogni qual volta si verifichi accidentalmente il contatto con sangue e/o liquidi biologici e dopo la rimozione dei guanti)
  • Uso dei guanti (devono essere sempre indossati quando vi è o vi può essere contatto con sangue e/o liquidi biologici)
  • Uso dei camici e dei grembiuli di protezione (devono essere sempre indossati durante l’esecuzione di procedure che possono produrre l’emissione di goccioline o schizzi di sangue e/o liquidi biologici)
  • Uso di mascherine, occhiali e coprifaccia protettivi (devono essere sempre indossati durante l’esecuzione di procedure che possono provocare l’esposizione della mucosa orale, nasale e congiuntivale a goccioline o schizzi di sangue e/o liquidi biologici e emissione di frammenti di tessuto)
  • Eliminazione di aghi bisturi e taglienti (devono essere maneggiati con estrema cura per prevenire ferite accidentali, non devono essere reincappucciati, disinseriti e piegati o rotti; devono essere eliminati in contenitori resistenti, rigidi, impermeabili, con chiusura finale ermetica e smaltiti come rifiuti speciali)
  • Campioni biologici (vanno collocati e trasportati in contenitori appositi che impediscano eventuali perdite o rotture; il materiale a perdere che risulta contaminato da sangue e/o liquidi biologici deve essere riposto nei contenitori per rifiuti speciali; le eventuali manovre chirurgiche e/o endoscopiche su pazienti infetti devono essere inserite come ultime nella programmazione delle relative sedute)

 

Inoltre il D.Lgs. 81/08 – Testo Unico per la sicurezza sul lavoro prevede sia la sorveglianza sanitaria per il personale esposto al rischio biologico sia la fornitura di vaccini per i lavoratori non immuni.

Va sottolineato, però, che non bastano dei controlli saltuari per garantire la sicurezza dei lavoratori del settore sanitario, bisogna piuttosto attuare una strategia che segua un preciso protocollo e che comprenda l’accertamento dello stato immunitario, la somministrazione di vaccini, il trattamento tempestivo di eventuali infortuni e la registrazione e la valutazione in caso di epidemie di malattie infettive nel personale.

Il protocollo prevede che venga accertata la situazione immunitaria per epatite B e C, per la tubercolosi, per la rosolia e per l’HIV (solo con il consenso dell’interessato).

Le vaccinazioni, di conseguenza, riguardano l’epatite B e la TBC, inoltre la rosolia per le donne che lavorano nei reparti pediatrici e il tetano per il personale dell’anatomia patologica, per gli ausiliari che effettuano manipolazione dei rifiuti e per gli operai dei servizi tecnici.

La normativa non obbliga il lavoratore alla vaccinazione, a meno che non appartenga a specifiche categorie, ma comunque obbliga il datore di lavoro a mettere a disposizione il vaccino e a garantire l’informazione riguardo ai rischi di una mancata vaccinazione.

 

Rischio chimico

Altrettanto importante è il rischio chimico, legato sia alla presenza di sostanze di laboratorio, farmaci, reagenti pericolosi (chemioterapici, stupefacenti, ecc..) che devono essere mantenuti, manipolati e smaltiti correttamente secondo procedure standardizzate, onde evitarne la dispersione accidentale o l’utilizzo improprio sia soprattutto all’utilizzo di detergenti, disinfettanti e sterilizzanti (glutaraldeide).

In ambiente sanitario sono utilizzati prodotti ad:

  • azione disinfettante: acidi (cloridrico, borico, solforico, ecc.), alcali (carbonato sodico, idrossido di sodio, idrossido di potassio, ecc.), alogeni inorganici e ossidanti (amuchina, ipoclorito di sodio, ipoclorito di potassio, ecc.), composti dello iodio (tintura di iodio, alcool iodato, ecc.), acqua ossigenata, aldeidi (formaldeide, glutaraldeide, ecc.), alcoli (etilico, denaturato, ecc.), alogeni organici (iodopovidone, cloramina, ecc.), clorexidina, ossido di etilene, permanganato di potassio e ammoni quaternari (benzalconio cloruro, cetrimide, ecc.)
  • azione detergente: detersivi liquidi sia per uso personale che ambientale (ad esempio pulizie degli ambienti, ecc.) che possono contenere dei disinfettanti

 

Gli eventuali danni sono individuabili in patologie locali (mani, avambracci) dette anche “patologie da lavori umidi”.

Per prevenire il rischio di esposizione a sostanze e preparati disinfettanti e detergenti occorre che siano attuate una serie di misure tecniche ed organizzative nello specifico:

  • usare razionalmente i mezzi protettivi con particolare riferimento a idonei guanti monouso e alle creme barriera, alle mascherine per lavori prolungati, ecc.
  • non utilizzare sostanze contenute in contenitori senza etichetta
  • non eseguire travasi di sostanze in bottiglie normalmente adibite ad altri usi (bottiglie di acqua, bibite, ecc.)
  • utilizzare i prodotti in ambienti ben aerati
  • ricordarsi che i prodotti possono essere infiammabili, per cui non accendere fiamme, non fumare e non utilizzare apparecchiature che possono provocare scintille.

 

L’uso della glutaraldeide (disinfettante) può comportare esposizione sia per via inalatoria sia per via cutanea (accidentalmente), con possibile comparsa di effetti irritativi/allergici a carico delle mucose, degli occhi, delle prime vie respiratorie e della cute.

Gli operatori (medici, tecnici, infermieri, ausiliari, ecc.) che utilizzano, preparano o smaltiscono soluzioni di glutaraldeide, devono essere dotati di: protezione per le mani (guanti monouso in nitrile), protezione per le vie respiratorie (facciali filtranti usa e getta), protezione per gli occhi/faccia per possibili spruzzi in particolare nella manipolazione della soluzione su piano libero (occhiali a mascherina o visiera e schermi trasparenti) e protezione per il corpo (camici lunghi o grembiuli impermeabili, ecc.).

Al fine di ridurre il livello di rischio sono raccomandabili una serie di interventi tecnici (da effettuarsi sotto cappa aspirante) ed organizzativi, tra i quali:

  • è fatto divieto di accesso alla zona di manipolazione della glutaraldeide al personale non opportunamente istruito
  • utilizzo di quantità minime di soluzioni nei bagni di glutaraldeide
  • identificazione, mediante etichette, dei contenitori delle soluzioni
  • giusta manualità (in modo delicato) nel riempire e svuotare i bagni usando tutte le precauzioni necessarie per evitare versamenti
  • uso di vasche o recipienti tappati e a tenuta, quando non usata
  • accurato risciacquo, con cicli aggiuntivi a quelli effettuati automaticamente, degli strumenti che possono venire a contatto con gli occhi degli operatori (oculari degli endoscopi, ecc.)

 

In caso di incidente o versamento ambientale è importante rimuovere immediatamente la quantità sparsa con materiale assorbente (carta, segatura, cotone idrofilo, ecc.); in caso di imponente contaminazione cutanea è importante togliere subito gli abiti e lavare abbondantemente la cute con acqua fredda e poi recarsi al Pronto Soccorso; in caso di spruzzo agli occhi è fondamentale lavare immediatamente gli occhi con soluzione fisiologica per almeno 15 minuti e inviare l’infortunato al pronto soccorso.

 

Gas medicinali

Per gas s’intende ogni sostanza che si trovi nel particolare stato fisico, detto appunto gassoso o aeriforme. I gas non hanno, dal punto di vista fisico, né forma, né volume, ma tendono ad occupare tutto lo spazio a loro disposizione.

Essi sono classificati in: comburenti (permettono e mantengono la combustione ma non possono bruciare), combustibili (possono bruciare soltanto in presenza di un comburente), inerti e asfissianti (non mantengono la vita, non sono infiammabili, non permettono e non mantengono la combustione), tossici (nocivi per l’organismo a partire da una certa concentrazione e in funzione della durata dell’esposizione) e corrosivi (reagiscono chimicamente con molti prodotti come metalli, vestiti, tessuti umani, ecc.).

La produzione dei gas medicinali previsti dalla farmacopea ufficiale è regolata dai D.Lgs. del Ministero della Sanità n. 178/1991, n. 538/1992 e s.m.i.

I principali gas medicinali sono:

  • Azoto Protossido (N2O)
  • Carbonio diossido (CO2)
  • Aria Medicale
  • Ossigeno (O2)
  • Ossido Nitrico (Nox)
  • Azoto (N2)

I principali gas utilizzati nelle terapie sono:

  • Aria compressa (O2/N2)
  • Elio (He)
  • Miscele e prodotti personalizzati

 

Inoltre esistono i gas puri e speciali per applicazioni mediche, tecniche e di laboratorio.

 

  • Ossigeno (O2): è nella pratica medica, un farmaco legato alla funzione respiratoria che ha il compito di diffonderlo a livello cellulare.

Non è infiammabile, ma favorisce la combustione. Può provocare l’infiammabilità spontanea delle materie organiche, in particolare oli, grassi o materie da loro impregnate.

L’inalazione di ossigeno puro gassoso non è dannosa per l’organismo, salvo casi di esposizione prolungata che possono provocare fenomeni d’iperossia.

L’ossigeno liquido, genera vapori freddi più pesanti di quello dell’ossigeno allo stato gassoso.

Il contatto con oli, grassi, tessuti, legno, vernici e sporcizia può provocare reazioni violente ed infine può provocare gravi lesioni alla pelle.

Gli elementi che portano all’identificazione della bombola sono: la scritta “ossigeno” incisa per esteso sull’ogiva e il colore distintivo dell’ogiva che deve essere bianco.

 

  • Protossido d’Azoto (N2O): in condizioni normali è un gas incolore, non irritante ed inodore.

È un prodotto relativamente stabile, poco reattivo in condizioni normali e debolmente anestetico (narcotico).

È un gas comburente in presenza di altri gas e vapori infiammabili. Inoltre è più pesante dell’aria e pertanto tende ad accumularsi verso il basso (fosse, tombini, cunicoli, ecc.).

Il protossido d’azoto liquido può provocare gravi lesioni alla pelle ed aumenta rapidamente di volume quando si riscalda.

Gli elementi che portano all’identificazione della bombola sono: la scritta “protossido d’azoto” incisa per esteso sull’ogiva e il colore distintivo dell’ogiva che deve essere blu.

 

  • Anidride Carbonica (CO2): è un prodotto fondamentale della combustione di tutte le sostanze organiche.

In ambito ospedaliero è utilizzata in miscela con altri gas, per emogasanalisi o in terapia viste le sue particolari caratteristiche di vaso dilatatore.

A temperature superiori di 31°C (temperatura critica) si trova sotto forma gassosa indipendentemente dalla pressione. È un gas asfissiante (se > 7%) ed è più pesante dell’aria.

La sua decompressione produce freddo (ghiaccio secco). Non è combustibile né comburente.

Gli elementi che portano all’identificazione della bombola sono: la scritta “anidride carbonica” incisa per esteso sull’ogiva e il colore distintivo dell’ogiva che deve essere grigia.

 

Per quanto riguarda il rischio di esposizione a gas anestetici (protossido d’azoto e i composti alogenati, quali alotano, enflorano, isoflorano, metossi-fluorano) occorre che al momento dell’uso siano attuate una serie di misure comportamentali e di tecnica anestesiologica:

  • controllare sempre la perfetta chiusura dei flaconi degli anestetici alogenati
  • controllare la perfetta tenuta dei tubi e raccordi e sostituire gli stessi in caso di riscontro di anomalie
  • controllare l’efficienza dei sistemi di ventilazione
  • controllare periodicamente gli apparecchi erogatori dei quali occorre garantire la perfetta tenuta
  • posizionare correttamente il tubo endotracheale o la maschera facciale e fare in modo che il loro inserimento avvenga a circuito chiuso
  • utilizzare in modo corretto l’evacuatore di gas anestetici

 

Tutti i gas medicinali sopra descritti sono stoccati generalmente ad alta pressione in bombole o a pressione più bassa in contenitori criogeni.

I rischi derivanti dalla bombole sono:

  • poca stabilità – cadute
  • alta pressione – elevata energia latente
  • esposizione a freddo artificiale – infragilimento
  • esposizione a caldo eccessivo – aumento di pressione

 

Alcune tra le principali prescrizioni di sicurezza nella movimentazione delle bombole sono:

  • tutte le bombole devono essere provviste dell’apposito cappellotto di protezione delle valvole
  • devono essere maneggiate con cura evitando urti violenti
  • per il sollevamento non devono mai essere usati ferri o catene, ma gabbie, cestelli, ecc.
  • non utilizzare mai le bombole come rulli, supporti, incudini, ecc.
  • durante il maneggio utilizzare i D.P.I. (guanti, scarpe antinfortunistiche, ecc.).

 

Per individuare il gas è essenziale riferirsi sempre all’etichetta apposta sulla bombola e in particolare al colore dell’ogiva, che deve essere:

  • ossigeno: bianco
  • protossido d’azoto: blu
  • biossido di carbonio: grigio
  • azoto: nero
  • aria medicinale: bianco-nero
  • elio: marrone
  • idrogeno: rosso
  • acetilene: marrone-rossiccio
  • cloro: giallo

 

Esposizione a lattice

È bene ricordare anche l’esposizione a lattice di gomma naturale, derivante principalmente dall’utilizzo di guanti.
I sintomi ed i segni conseguenti alla sensibilizzazione al lattice possono essere:

  • localizzati (in sede di contatto)
  • generalizzati (a carico di cute e mucose, dell’apparato respiratorio)

 

Si possono presentare quindi quadri clinici di: orticaria localizzata o generalizzata, rinite, asma bronchiale, edema della glottide, dermatite da contatto immediata, ecc…

Esempi di prodotti che possono contenere lattice sono: guanti, cerotti, elastici, scarpe, gomma per cancellare, ecc…

Attualmente non sono disponibili trattamenti per la cura dell’allergia al lattice; il provvedimento preventivo più efficace è certamente l’impiego di guanti privi di lattice o comunque modelli a basso contenuto di proteine libere e senza polvere lubrificante interna.

Inoltre i guanti devono essere indossati su mani pulite e ben asciugate subito prima di iniziare le manovre a rischio e rimossi al termine delle stesse con un immediato lavaggio delle mani.

 

Stress lavoro correlato

Da numerose indagini è risultato che i lavoratori in strutture sanitarie sono particolarmente esposti allo stress da lavoro correlato, a causa dei pesanti orari lavorativi su turni, dell’alto carico di lavoro mentale, della scarsa controllabilità e programmazione degli eventi.

In particolare è stata riscontrata un’alta percentuale di soggetti colpiti da “burnout”, ovvero una patologia che trae origine dallo stress che colpisce chi fa una professione assistenziale, come è appunto la professione sanitaria.

 

stress lavoro ospedali

 

Per gli operatori sanitari, si hanno quattro fasi patologiche: la prima è quella dell’entusiasmo idealistico, quella che porta il soggetto a scegliere un lavoro assistenziale; la seconda, detta di stagnazione, in cui l’entusiasmo comincia a diminuire a causa delle aspettative disilluse; la terza è di frustrazione, in cui il soggetto si sente inutile e inadeguato, in questa fase si manifestano atteggiamenti di fuga dall’ambiente lavorativo o aggressivi ; infine l’apatia, ovvero la totale perdita di interesse verso il mondo esterno in generale e quello lavorativo in particolare.

Come per tutte le altre professioni è necessario che il datore di lavoro valuti, si preoccupi di eliminare, o perlomeno arginare, i fattori che causano stress da lavoro correlato.

Infatti non solo il lavoratore sta male e si trova in una condizione di disagio, ma può arrecare anche danni all’azienda, oltre che ai pazienti/clienti, sia in termini di una maggiorazione delle assenze per malattia, sia in termini di rendimento, a causa di disattenzioni e svogliatezza.

Come si può immaginare una situazione di questo genere in ambito sanitario può portare problemi anche molto gravi.

 

Lavoro Notturno

Il D.Lgs. 532/99 recante disposizioni in materia di lavoro notturno definisce:

  1. lavoro notturno:
  • l’attività svolta nel corso di un periodo di almeno sette ore consecutive comprendenti l’intervallo fra la mezzanotte e le cinque del mattino
  1. lavoratore notturno:
  • qualsiasi lavoratore che durante il periodo notturno svolga, in via non eccezionale, almeno tre ore del suo tempo di lavoro giornaliero
  • qualsiasi lavoratore che svolga, in via non eccezionale, durante il periodo notturno almeno una parte del suo orario di lavoro normale secondo le norme definite dal contratto collettivo nazionale di lavoro. In difetto di disciplina collettiva è considerato lavoratore notturno qualsiasi lavoratore che svolga lavoro notturno per un minimo di 80 giorni lavorativi all’anno; il suddetto limite minimo è riproporzionato in caso di lavoro a tempo parziale

L’alterazione delle condizioni di salute dei turnisti dipende oltre che dall’alterazione dei ritmi biologici (sfera biologica) anche dalle interferenze sulle abitudini alimentari e di sonno dei soggetti esposti (sfera lavorativa) e dalle eventuali interferenze sulla vita di relazione (sfera relazionale).

Il sonno è la prima attività a subire modifiche dal lavoro a turni.

Una riduzione delle ore di sonno si determina già nel corso del turno mattutino in relazione all’alzata precoce.

Nel turno notturno la riduzione del sonno è più vistosa in presenza di situazioni familiari ed abitative sfavorevoli, che limitano la possibilità di recupero successivo.

Non solo la quantità di sonno ma anche la qualità si altera con il lavoro a turno a causa della perturbazione delle fasi del sonno che riducono i periodi di sonno profondo e di sonno REM, ciò determina un minor effetto ristoratore del sonno che si accentua quando si dorme di giorno.

Dal punto di vista legislativo, i principali riferimento sono:

  • Legge 25/1999
  • Lgs 532 del 26 novembre 1999 (che regola il lavoro notturno negli enti pubblici)
  • Lgs 66 dell’8/04/2003 (“Attuazione delle direttive 93/104/Ce e 2000/34/Ce concernenti taluni aspetti della organizzazione dell’orario di lavoro”).

 

Tra le altre disposizioni, queste norme vietano il lavoro notturno alle donne in gravidanza e fino al compimento del primo anno di età del bambino e prevedono particolari disposizioni per la lavoratrice madre (o il padre) di un figlio di età inferiore a 3 anni, per i genitori affidatari di un figlio di età inferiore a 12 anni, per coloro che hanno a carico un soggetto disabile (nello specifico si veda la valutazione per la salute delle lavoratrici madri, puerpere o in allattamento fino a sette mesi dopo il parto ai sensi del D.Lgs. 151/2001).

Occorre quindi valutare le implicazioni che il lavoro a turni determina sulla vita e sulla salute dei lavoratori. In particolare tali lavoratori, se non già soggetti a controllo periodico obbligatorio da parte di un Medico Competente, dovrebbero esser periodicamente sottoposti a visita sanitaria allo scopo di evidenziare il più precocemente possibile i segni ed i sintomi di alterazione.

Inoltre, è opportuno effettuare un’indagine che approfondisca le implicazioni di tale organizzazione del lavoro sui diversi aspetti della vita relazionale e lavorativa dei turnisti e sulle ricadute che si determinano sulla loro salute.

La valutazione deve avvenire attraverso controlli preventivi e periodici, almeno ogni due anni, volti a verificare l’assenza di controindicazioni al lavoro notturno a cui sono adibiti i lavoratori stessi.

 

Nella seconda parte dedicata a “LA SICUREZZA SUL LAVORO NEGLI OSPEDALI”, saranno esaminati altri rischi ai quali sono esposti i lavoratori, tra i quali quelli derivanti dalla movimentazione manuale dei pazienti e dei carichi, dall’utilizzo di attrezzature e quindi i rischi elettrici, meccanici, le radiazioni elettromagnetiche, nonché le relative misure di prevenzione e protezione per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, comprese le lavoratrici madri.

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 GRUPPO MAURIZI CAMBIA SEDE

 

La nostra Azienda è cresciuta negli ultimi anni e la nostra sede crescerà con noi.

Per fare spazio a nuovi progetti, clienti e collaboratori, abbiamo scelto una sede più grande.

Da lunedì 20 giugno potrai trovarci nel nostro nuovo Headquarter a questo indirizzo:

 

Gruppo Maurizi s.r.l.

Via Pellaro 22, 00178 Roma

 

A partire da tale data tutti i campioni del laboratorio dovranno essere spediti e/o consegnati al nuovo indirizzo.

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